Cloudflare torna sotto i riflettori dopo una nuova ondata di disservizi che, nella giornata del 5 dicembre 2025, sta colpendo diversi componenti della piattaforma.
Oltre ai problemi al Dashboard e alle API, già segnalati dagli utenti di tutto il mondo, l’azienda ha confermato di essere al lavoro anche su un aumento significativo degli errori relativi ai Cloudflare Workers, il servizio serverless utilizzato da migliaia di sviluppatori per automatizzare funzioni critiche delle loro applicazioni.
Un’altra tessera che si aggiunge a un mosaico di criticità non trascurabili.

Come sottolineano da anni numerosi esperti di sicurezza informatica, affidare l’infrastruttura di base del web a una manciata di aziende significa creare colli di bottiglia strutturali. E quando uno di questi nodi si inceppa – come accade con Cloudflare – l’intero ecosistema ne risente.
Un intoppo può bloccare automazioni, API personalizzate, redirect logici, funzioni di autenticazione e perfino sistemi di sicurezza integrati. Un singolo malfunzionamento può generare un effetto domino ben più vasto del previsto.
A complicare ulteriormente la situazione, oggi è in corso anche una manutenzione programmata nel datacenter DTW di Detroit, con possibile rerouting del traffico e incrementi di latenza per gli utenti dell’area. Sebbene la manutenzione sia prevista e gestita, la concomitanza con i problemi ai Workers e al Dashboard aumenta il livello di incertezza. In alcuni casi specifici – come per i clienti PNI/CNI che si collegano direttamente al datacenter – certe interfacce di rete potrebbero risultare temporaneamente non disponibili, causando failover forzati verso percorsi alternativi.

Il nodo cruciale resta lo stesso: questa centralizzazione espone il web a rischi enormi dal punto di vista operativo e di sicurezza. Quando una piattaforma come Cloudflare scricchiola, anche solo per qualche ora, si indeboliscono le protezioni DDoS, i sistemi anti bot, le regole firewall, e si creano finestre di vulnerabilità che gli attaccanti più preparati potrebbero tentare di sfruttare.
La dipendenza da un unico colosso per funzioni così delicate è un punto di fragilità che non può più essere ignorato.

Il precedente blackout globale – documentato con grande trasparenza da Cloudflare stessa e analizzato da Red Hot Cyber – aveva messo in luce come un errore interno nella configurazione del backbone potesse mandare offline porzioni significative del traffico mondiale.
Oggi non siamo (ancora) di fronte a un guasto di tale entità, ma la somma di più disservizi simultanei riporta alla memoria quel caso e solleva dubbi sulla resilienza complessiva dell’infrastruttura.
Il nuovo down di Cloudflare, questa volta distribuito su più livelli della piattaforma, dimostra quanto l’Internet moderno sia fragile e quanto la sua affidabilità dipenda da pochi attori. Le aziende – piccole o grandi – che costruiscono i propri servizi sopra queste fondamenta dovrebbero iniziare a considerare seriamente piani di ridondanza multi-provider. Perché quando un singolo punto cade, rischia di cadere mezzo web.
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