“L’Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste realizzazioni”.
Era il 1955 quando Adriano Olivetti pronunciò queste parole a Torino; sono passati esattamente 71 anni e quella denuncia sembra essere stata scritta stamattina e scolpita nella pietra. Descriveva un male oscuro che, a distanza di sette decenni, è diventato il DNA immutabile del nostro Paese: un’Italia dove, nell’era dell’intelligenza artificiale e del calcolo quantistico, l’innovazione si è trasformata in un palcoscenico di “chiacchiere da salotto”, dove il futuro viene annunciato in pompa magna nei convegni per poi morire soffocato dalla realtà dei fatti.
E la tecnica? Quella vera che genera l’innovazione dove sta?
Il dibattito pubblico sulla“sovranità tecnologica” è l’emblema di questa confusione sistemica.
Sentiamo parlare di autonomia e indipendenza da parte di persone che spesso non distingue un server da un modem, convinta che per “l’autonomia tecnologica” basti staccare un assegno e comprare un’appliance preconfezionata dall’America e metterlo dentro casa nostra.
Ma questa non è una strategia, è puro consumo passivo: acquistare una “scatola nera” non significa essere tecnologicamente avanzati, significa diventare clienti — e ostaggi — di visioni altrui, barattando la capacità di creare con la comodità di un acquisto a scaffale.
Il concetto tradizionale di confine, inteso come linea fisica tracciata su una mappa e difesa da barriere materiali, è stato polverizzato dall’avvento della dimensione cibernetica.
Nella guerra ibrida contemporanea, l’aggressione non richiede lo sconfinamento di truppe, ma la penetrazione invisibile di flussi di dati e codici malevoli che ignorano la dogana. La sovranità non si misura più in chilometri quadrati, ma nella capacità di controllare l’integrità delle proprie infrastrutture critiche e la resilienza dei propri ecosistemi digitali.
Spero che questo sia chiaro a tutti, altrimenti diventa difficile comprendere la geopolitica di oggi.
Quando un attacco può paralizzare un sistema sanitario o una rete elettrica nazionale restando al di fuori di ogni giurisdizione geografica, il confine cessa di essere un luogo fisico per diventare una soglia logica: chi non governa il proprio spazio digitale si ritrova con le frontiere permanentemente spalancate.
In questo scenario, il digitale smette di essere uno strumento di servizio e si configura come una forma di arma cognitiva ed economica. La guerra ibrida non mira necessariamente alla distruzione materiale, ma alla sottomissione psicologica e alla destabilizzazione del consenso attraverso la manipolazione dell’informazione e il controllo degli algoritmi.
Anche questo ultimo paragrafo spero sia chiaro, altrimenti … Come sopra.
I nuovi confini sono dunque “confini d’influenza”: zone d’ombra dove grandi potenze tecnologiche esercitano un potere sovrannazionale, dettando le regole del commercio, della sicurezza e del pensiero.
L’Italia, e l’Europa, si trovano nel mezzo di un conflitto dove non essere produttori di tecnologia significa essere ridotti a territori di conquista, colonie digitali la cui economia e politica dipendono da decisioni prese in boardroom situate a migliaia di chilometri di distanza.
Infine, la vera trincea della guerra ibrida si è spostata all’interno del tessuto sociale, trasformando ogni cittadino connesso in un potenziale bersaglio o, inconsapevolmente, in un vettore di attacco. La distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra sfuma in una zona grigia di ostilità permanente, dove il sabotaggio economico e lo spionaggio industriale sono la norma e non l’eccezione.
La difesa di questi nuovi confini non può essere delegata esclusivamente a apparati militari, ma richiede una rivoluzione culturale che parta dalle fondamenta della società.
E qua noi di Red Hot Cyber lo diciamo da tempo non sospetti: senza un’alfabetizzazione profonda che trasformi gli utenti passivi in architetti consapevoli della propria sicurezza, la nazione resta vulnerabile.
Un castello di carta tecnologicamente avanzato, ma privo di fondamenta proprie, destinato a piegarsi al volere di chi possiede le chiavi d’accesso al codice sorgente della realtà moderna.
Il vero dramma dell’innovazione italiana si consuma nel silenzio delle nostre aule, dove il tempo sembra essersi cristallizzato in un’epoca pre-digitale.
Mentre potenze come Cina, Russia e Stati Uniti hanno integrato la logica computazionale e la sicurezza informatica come alfabeti primari, l’Italia stagna in programmi scolastici figli degli anni ’70, ancorati a una visione del sapere puramente analogica.
Come ammonivano Leonardo Chiariglione e Piergiorgio Perotto, l’innovazione non è un evento che si possa decretare per legge, ma il risultato di un ecosistema educativo capace di generare “costruttori” e non semplici “utenti”. Ignorare l’informatica e la cyber-security fin dalla scuola primari significa consegnare le nuove generazioni ad un analfabetismo funzionale: ragazzi che sanno scorrere uno schermo più veloci della luce (riempiendo per giunta le casse di Meta, Google e altri) ma che non hanno la minima idea di cosa accada dietro il vetro, restando incapaci di decodificare — e quindi governare — la realtà che li circonda.
Riformare la scuola dalle fondamenta non è più una scelta pedagogica, ma un’urgente necessità di difesa e di sicurezza nazionale.
Se non iniziamo oggi a insegnare che il codice è la lingua del potere e la sicurezza informatica è la nuova educazione civica, rimarremo spettatori di un futuro scritto da altri. Puntare sulle scuole significa accettare la sfida di un investimento a lungo termine: solo tra vent’anni potremmo vedere i frutti di questo cambiamento, tornando finalmente a dire la nostra sullo scacchiere globale come ai tempi dell’Olivetti Elea 9003 e della P101.
Senza il coraggio vero di riformare — e di prendersi anche la responsabilità di sbagliare — continueremo a celebrare il mito di Olivetti nei convegni e sui social. Intanto, fuori dalle finestre dei nostri licei, il mondo corre a una velocità che non sappiamo più nemmeno misurare. Corre sui monitor, nei software e nelle tecnologie progettate dagli altri, capaci di influenzare, venderci il futuro e perfino manipolarlo. E noi restiamo qui, con programmi scolastici fermi agli anni ’70 e con una nostalgia sempre più rassegnata
Per spiegare l’impossibilità di una sovranità tecnologica immediata, dobbiamo abbandonare l’idea della “scossa elettrica” e abbracciare quella della crescita biologica. Ecco una similitudine forte per descrivere questo percorso:
L’autonomia tecnologica non è un interruttore che si accende, ma una foresta che si pianta. Pretendere di essere sovrani digitali oggi comprando tecnologia estera è come acquistare alberi di plastica, piantarli nel cemento e dichiararsi proprietari di un bosco: l’estetica è salva per un istante, ma non c’è vita, non c’è ossigeno e, soprattutto, non c’è radice. Una vera foresta richiede che si prepari il terreno (la scuola), si selezionino i semi migliori (la ricerca) e si accetti che per i primi anni si vedranno solo germogli fragili.
E sia chiaro che questa è una critica a tutti i governi che si sono avvicendati negli ultimi 50 anni ai vertici dell’Italia. Oggi è ora di reagire.
Non puoi ordinare a una quercia di crescere in una notte solo perché hai urgenza di ombra; se vuoi l’ombra, dovevi piantare l’albero vent’anni prima. Se non l’hai/l’abbiamo fatto, l’unico atto di dignità rimasto è iniziare a scavare oggi, accettando il paradosso di un percorso lento come unico rimedio a un declino che è stato anch’esso lento, ma non ci abbiamo fatto caso o magari pensavamo che gli amici erano nostri fratelli.