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Colonie Digitali: l’Italia, il paese dove l’innovazione si ferma al Talk Show

Colonie Digitali: l’Italia, il paese dove l’innovazione si ferma al Talk Show

3 Marzo 2026 07:05

“L’Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste realizzazioni”.

Era il 1955 quando Adriano Olivetti pronunciò queste parole a Torino; sono passati esattamente 71 anni e quella denuncia sembra essere stata scritta stamattina e scolpita nella pietra. Descriveva un male oscuro che, a distanza di sette decenni, è diventato il DNA immutabile del nostro Paese: un’Italia dove, nell’era dell’intelligenza artificiale e del calcolo quantistico, l’innovazione si è trasformata in un palcoscenico di “chiacchiere da salotto”, dove il futuro viene annunciato in pompa magna nei convegni per poi morire soffocato dalla realtà dei fatti.

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E la tecnica? Quella vera che genera l’innovazione dove sta?

L’illusione dell’autonomia (comprata all’estero)

Il dibattito pubblico sulla“sovranità tecnologica” è l’emblema di questa confusione sistemica.

Sentiamo parlare di autonomia e indipendenza da parte di persone che spesso non distingue un server da un modem, convinta che per “l’autonomia tecnologica” basti staccare un assegno e comprare un’appliance preconfezionata dall’America e metterlo dentro casa nostra.

Ma questa non è una strategia, è puro consumo passivo: acquistare una “scatola nera” non significa essere tecnologicamente avanzati, significa diventare clienti — e ostaggi — di visioni altrui, barattando la capacità di creare con la comodità di un acquisto a scaffale.

La guerra ibrida e i nuovi confini

Il concetto tradizionale di confine, inteso come linea fisica tracciata su una mappa e difesa da barriere materiali, è stato polverizzato dall’avvento della dimensione cibernetica.

Nella guerra ibrida contemporanea, l’aggressione non richiede lo sconfinamento di truppe, ma la penetrazione invisibile di flussi di dati e codici malevoli che ignorano la dogana. La sovranità non si misura più in chilometri quadrati, ma nella capacità di controllare l’integrità delle proprie infrastrutture critiche e la resilienza dei propri ecosistemi digitali.

Spero che questo sia chiaro a tutti, altrimenti diventa difficile comprendere la geopolitica di oggi.

Quando un attacco può paralizzare un sistema sanitario o una rete elettrica nazionale restando al di fuori di ogni giurisdizione geografica, il confine cessa di essere un luogo fisico per diventare una soglia logica: chi non governa il proprio spazio digitale si ritrova con le frontiere permanentemente spalancate.

In questo scenario, il digitale smette di essere uno strumento di servizio e si configura come una forma di arma cognitiva ed economica. La guerra ibrida non mira necessariamente alla distruzione materiale, ma alla sottomissione psicologica e alla destabilizzazione del consenso attraverso la manipolazione dell’informazione e il controllo degli algoritmi.

Anche questo ultimo paragrafo spero sia chiaro, altrimenti … Come sopra.

I nuovi confini sono dunque “confini d’influenza”: zone d’ombra dove grandi potenze tecnologiche esercitano un potere sovrannazionale, dettando le regole del commercio, della sicurezza e del pensiero.

E l’Italia dove sta?

L’Italia, e l’Europa, si trovano nel mezzo di un conflitto dove non essere produttori di tecnologia significa essere ridotti a territori di conquista, colonie digitali la cui economia e politica dipendono da decisioni prese in boardroom situate a migliaia di chilometri di distanza.

Infine, la vera trincea della guerra ibrida si è spostata all’interno del tessuto sociale, trasformando ogni cittadino connesso in un potenziale bersaglio o, inconsapevolmente, in un vettore di attacco. La distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra sfuma in una zona grigia di ostilità permanente, dove il sabotaggio economico e lo spionaggio industriale sono la norma e non l’eccezione.

La difesa di questi nuovi confini non può essere delegata esclusivamente a apparati militari, ma richiede una rivoluzione culturale che parta dalle fondamenta della società.

E qua noi di Red Hot Cyber lo diciamo da tempo non sospetti: senza un’alfabetizzazione profonda che trasformi gli utenti passivi in architetti consapevoli della propria sicurezza, la nazione resta vulnerabile.

Un castello di carta tecnologicamente avanzato, ma privo di fondamenta proprie, destinato a piegarsi al volere di chi possiede le chiavi d’accesso al codice sorgente della realtà moderna.

La scuola è ora la nuova frontiera della Sicurezza Nazionale

Il vero dramma dell’innovazione italiana si consuma nel silenzio delle nostre aule, dove il tempo sembra essersi cristallizzato in un’epoca pre-digitale.

Mentre potenze come Cina, Russia e Stati Uniti hanno integrato la logica computazionale e la sicurezza informatica come alfabeti primari, l’Italia stagna in programmi scolastici figli degli anni ’70, ancorati a una visione del sapere puramente analogica.

Come ammonivano Leonardo Chiariglione e Piergiorgio Perotto, l’innovazione non è un evento che si possa decretare per legge, ma il risultato di un ecosistema educativo capace di generare “costruttori” e non semplici “utenti”. Ignorare l’informatica e la cyber-security fin dalla scuola primari significa consegnare le nuove generazioni ad un analfabetismo funzionale: ragazzi che sanno scorrere uno schermo più veloci della luce (riempiendo per giunta le casse di Meta, Google e altri) ma che non hanno la minima idea di cosa accada dietro il vetro, restando incapaci di decodificare — e quindi governare — la realtà che li circonda.

Riformare la scuola dalle fondamenta non è più una scelta pedagogica, ma un’urgente necessità di difesa e di sicurezza nazionale.

Se non iniziamo oggi a insegnare che il codice è la lingua del potere e la sicurezza informatica è la nuova educazione civica, rimarremo spettatori di un futuro scritto da altri. Puntare sulle scuole significa accettare la sfida di un investimento a lungo termine: solo tra vent’anni potremmo vedere i frutti di questo cambiamento, tornando finalmente a dire la nostra sullo scacchiere globale come ai tempi dell’Olivetti Elea 9003 e della P101.

Senza il coraggio vero di riformare — e di prendersi anche la responsabilità di sbagliare — continueremo a celebrare il mito di Olivetti nei convegni e sui social. Intanto, fuori dalle finestre dei nostri licei, il mondo corre a una velocità che non sappiamo più nemmeno misurare. Corre sui monitor, nei software e nelle tecnologie progettate dagli altri, capaci di influenzare, venderci il futuro e perfino manipolarlo. E noi restiamo qui, con programmi scolastici fermi agli anni ’70 e con una nostalgia sempre più rassegnata

La speranza ha venti anni di attesa

Per spiegare l’impossibilità di una sovranità tecnologica immediata, dobbiamo abbandonare l’idea della “scossa elettrica” e abbracciare quella della crescita biologica. Ecco una similitudine forte per descrivere questo percorso:

L’autonomia tecnologica non è un interruttore che si accende, ma una foresta che si pianta. Pretendere di essere sovrani digitali oggi comprando tecnologia estera è come acquistare alberi di plastica, piantarli nel cemento e dichiararsi proprietari di un bosco: l’estetica è salva per un istante, ma non c’è vita, non c’è ossigeno e, soprattutto, non c’è radice. Una vera foresta richiede che si prepari il terreno (la scuola), si selezionino i semi migliori (la ricerca) e si accetti che per i primi anni si vedranno solo germogli fragili.

E sia chiaro che questa è una critica a tutti i governi che si sono avvicendati negli ultimi 50 anni ai vertici dell’Italia. Oggi è ora di reagire.

Non puoi ordinare a una quercia di crescere in una notte solo perché hai urgenza di ombra; se vuoi l’ombra, dovevi piantare l’albero vent’anni prima. Se non l’hai/l’abbiamo fatto, l’unico atto di dignità rimasto è iniziare a scavare oggi, accettando il paradosso di un percorso lento come unico rimedio a un declino che è stato anch’esso lento, ma non ci abbiamo fatto caso o magari pensavamo che gli amici erano nostri fratelli.



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Massimiliano Brolli 300x300
Responsabile del RED Team di una grande azienda di Telecomunicazioni e dei laboratori di sicurezza informatica in ambito 4G/5G. Ha rivestito incarichi manageriali che vanno dal ICT Risk Management all’ingegneria del software alla docenza in master universitari.
Aree di competenza: Bug Hunting, Red Team, Cyber Threat Intelligence, Cyber Warfare e Geopolitica, Divulgazione