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E se domani gli USA spegnessero il cloud?  L’UE non ha un piano e legifera pensando poco

E se domani gli USA spegnessero il cloud?  L’UE non ha un piano e legifera pensando poco

2 Febbraio 2026 08:00

Mentre il cloud è diventato il cuore dell’economia digitale, l’Unione europea si trova davanti a una scelta storica: trasformare la certificazione cloud in uno strumento di sovranità o limitarsi ad un semplice controllo tecnico.

Il testo che segue ripercorre le scelte politiche e tecniche che hanno portato a quello che molti osservatori definiscono un rinnegamento dell’autonomia strategica europea nel digitale.

Una certificazione senza anima

La Commissione europea ha presentato una revisione del Cybersecurity Act che ridisegna la certificazione dei servizi cloud. Piuttosto che puntare su criteri di controllo giuridico e indipendenza dalle leggi extraterritoriali, il nuovo schema si concentra esclusivamente sulla sicurezza tecnica e operativa. Questo significa che società con forti legami giuridici e commerciali con Stati terzi possono comunque ottenere la certificazione europea.

Questa impostazione nasce dalla volontà di sbloccare anni di stallo politico tra gli Stati membri. La proposta della Commissione è pensata per semplificare l’adozione di certificazioni armonizzate e facilitare l’utilizzo di servizi cloud in tutta l’UE. Tuttavia, lascia fuori un nodo cruciale: chi controlla realmente i dati.

Il risultato è una certificazione che sembra soddisfare requisiti formali, ma che non cambia la sostanza del dominio delle grandi piattaforme straniere sul mercato europeo.

Tensioni politiche tra gli Stati membri

La discussione sull’inclusione di criteri di sovranità ha diviso profondamente gli Stati dell’UE. Paesi come la Francia spingevano per un riconoscimento giuridico della dipendenza da leggi esterne, mentre altre capitali – in particolare la Germania – temevano che regole troppo rigide potessero essere viste come protezioniste e ostacolare gli scambi.

Questa mancanza di consenso ha spinto Bruxelles ad adottare un approccio più neutrale, evitando di inserire qualunque riferimento alla nazionalità dei fornitori o alla loro esposizione alle normative straniere.

La decisione è stata giustificata come un modo per evitare ulteriori blocchi legislativi e mantenere aperto il mercato interno digitale.

Conseguenze sul mercato europeo

Con l’adozione di questo nuovo schema di certificazione, i principali attori del cloud – compresi i colossi internazionali – possono ottenere la certificazione tecnica senza preoccuparsi della loro struttura giuridica o delle leggi straniere a cui sono soggetti.

Questo dà un vantaggio enorme a provider già dominanti, che raccolgono la maggioranza del mercato europeo del cloud. Anche se la certificazione garantisce sicurezza operativa, non offre protezione contro l’influenza giuridica di Stati terzi sui dati ospitati.

Per le imprese e le amministrazioni pubbliche, la certificazione assicura alcuni standard, ma non elimina i rischi di dipendenza da legislazioni fuori dal controllo europeo.

Secondo l’articolo pubblicato da Usine Digitale su usine-digitale.fr, la scelta delle istituzioni europee segna un punto di svolta nella relazione tra tecnologia e autonomia strategica, privilegiando l’efficienza tecnica piuttosto che una vera indipendenza normativa.

I casi che hanno portato ad una forte riflessione

Gli Stati europei guardano sempre più alla tecnologia come a uno strumento di potere. In un contesto geopolitico segnato da tensioni crescenti, questo approccio comporta il rischio concreto che le infrastrutture digitali vengano utilizzate come leve di pressione tra Stati, con effetti diretti sulla sicurezza nazionale. Un esempio recente lo dimostra chiaramente: Microsoft ha impedito al Ministero della Difesa israeliano di accedere ad alcuni servizi cloud di Azure dopo che diverse inchieste giornalistiche avevano rivelato il loro utilizzo per attività di sorveglianza nei confronti dei residenti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Ma non si tratta di un episodio isolato. I recenti blackout che hanno coinvolto piattaforme globali come AWS, Azure e Cloudflare (primo incidente e secondo incidente), hanno avuto un impatto devastante su scala planetaria, paralizzando servizi pubblici, aziende, istituti bancari, media, sistemi di mobilità e strutture sanitarie. Eventi di questo tipo non possono più essere liquidati come semplici “incidenti tecnici”: siamo di fronte a veri e propri rischi sistemici, capaci di compromettere la continuità operativa di interi Paesi e, di conseguenza, la loro sicurezza nazionale.

Consapevoli di questa fragilità strutturale, molti Stati stanno iniziando a interrogarsi su come ridurre la dipendenza da fornitori tecnologici esterni.

Anche fuori Europa, siamo sullo stesso piano. Mentre la Russia dopo le sanzioni è passata completamente a software Open Source, la Cina sta passando a software domestico a favore di molte tecnologie Huawei, e sta seguendo una traiettoria simile, pianificando l’eliminazione di Microsoft Office dalle proprie infrastrutture nazionali.

Cloud sovrano, controllato da chi?

Sempre più spesso, nel dibattito politico e industriale europeo, si parla di “cloud nazionale” o di “cloud sovrano” come risposta alle crescenti dipendenze tecnologiche. Annunci, lanci e dichiarazioni si susseguono, con l’idea che localizzare i dati entro i confini nazionali sia sufficiente a garantire controllo e sicurezza. Nella pratica, però, molte di queste iniziative si traducono semplicemente in data center situati in Europa — o addirittura in Italia — che continuano a operare su stack tecnologici forniti da Microsoft, Google o Amazon.

Il punto critico non è quindi solo dove risiedono fisicamente i dati, ma chi controlla realmente la tecnologia che li gestisce. Un’infrastruttura che utilizza hypervisor, sistemi operativi, piattaforme di gestione e servizi cloud di aziende extraeuropee resta, di fatto, esposta a dinamiche giuridiche e politiche che sfuggono al controllo degli Stati europei. Parlare di sovranità in questi casi rischia di diventare una semplificazione, se non una vera illusione.

Il problema è strutturale e richiede una risposta diversa: uno stack tecnologico completamente europeo, progettato, gestito e governato in Europa. Dall’hardware al software, dai sistemi di orchestrazione ai servizi di sicurezza, il controllo deve essere esercitato da soggetti sottoposti esclusivamente al diritto europeo. Questo aspetto diventa ancora più rilevante se si considera che tutte le aziende statunitensi sono obbligate a rispondere a normative come il FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) e, in particolare, alla famigerata Sezione 702. Questa disposizione consente alle autorità statunitensi di raccogliere informazioni di intelligence su persone non statunitensi situate all’estero, obbligando le aziende americane a collaborare e a fornire accesso ai dati, spesso senza possibilità di notifica agli interessati o ai governi stranieri coinvolti.

In questo scenario, la sovranità digitale non può essere ridotta a una questione geografica. Senza un reale controllo giuridico e tecnologico dell’intera filiera, il “cloud sovrano” rischia di restare una formula rassicurante, ma vuota, incapace di proteggere davvero gli interessi strategici europei.

Risposta di Chat GPT alla domanda “Quindi le aziende territoriali Microsoft, AWS e Google in europa, devono sottostare al FISA?”

Soluzioni Cloud Open Source ed europee

Nonostante le critiche e le difficoltà politiche, le soluzioni per costruire un cloud europeo realmente sovrano esistono già oggi e sono pienamente implementabili. Il problema non è tecnologico: tutte le componenti necessarie — dalla virtualizzazione all’orchestrazione dei container, dallo storage al networking — sono disponibili come software open source, con pieno controllo giuridico sui dati e con la possibilità di fare code review e test di sicurezza. Ciò che frena una vera autonomia del cloud europeo sono spesso le pressioni delle lobby internazionali, gli interessi consolidati dei grandi provider e le reticenze politiche, che preferiscono soluzioni già consolidate piuttosto che investire in un’infrastruttura locale indipendente.

Queste soluzioni non sono fantascienza: esistono framework, piattaforme e componenti open source pronti all’uso, capaci di garantire interoperabilità, sicurezza e pieno controllo europeo oltre che cloud service provider che utilizzano solo software opensource. Con un approccio sistematico, è possibile realizzare un vero cloud sovrano che riduca drasticamente la dipendenza da hyperscaler extraeuropei e metta finalmente l’Europa al centro della propria infrastruttura digitale.

  • Sovereign Cloud Stack (SCS) – framework open source per cloud sovrano interoperabile che utilizza tecnologie aperte come Kubernetes e OpenStack. (descrizione ufficiale e componenti open)
  • SysEleven (certificato SCS) – provider tedesco che offre IaaS basato su OpenStack Public Cloud e Kubernetes gestito; certificato per SCS, quindi aderente a standard open e europei.
  • EUstack (EUstack.cloud) – piattaforma cloud con Kubernetes, MinIO (storage S3‑compatible open source), PostgreSQL e altri componenti open, progettata per evitare dipendenze proprietarie.
  • evroc – cloud con stack open nativo (Linux + Kubernetes) – integrazione basata su SUSE Linux Enterprise, SUSE Linux Micro e Rancher Kubernetes, con gestione completamente europea.

Per chi volesse costruire un’infrastruttura cloud interamente sotto controllo europeo, esiste un vero e proprio ecosistema di componenti open source già collaudati, pronti a comporre qualsiasi architettura IaaS sovrana. Tra questi: Kubernetes per orchestrare container portabili, OpenStack per gestire compute, networking e storage, MinIO per lo storage ad alte prestazioni compatibile S3, e distro Linux come SUSE, Debian o Ubuntu per la gestione dei nodi. Per la virtualizzazione, Proxmox VE permette di costruire cluster con KVM e container LXC ad alta disponibilità, completando così una piattaforma cloud europea, open e indipendente.

  • Kubernetes – orchestratore open source per container; fondamentale per workload portabili e cloud‑agnostic.
  • OpenStack – piattaforma IaaS open source per gestire compute, networking e storage in cloud privati o pubblici.
  • MinIO – storage S3‑compatible open source ad alte prestazioni, usato per dati e oggetti.
  • Linux (SUSE, Debian, Ubuntu, ecc.) – kernel e distro open per server e nodi cloud sotto controllo europeo.
  • Proxmox VE – piattaforma open source per virtualizzazione (KVM e container LXC), gestione cluster e alta disponibilità, adatta per costruire infrastrutture IaaS private o cloud federati.

Riflessione finale

Questa svolta legislativa solleva una domanda cruciale: cosa significa realmente parlare di sovranità nell’era digitale? La certificazione tecnica, per quanto rigorosa, non sostituisce un vero controllo giuridico. Senza quest’ultimo, gli strumenti che dovrebbero garantire autonomia restano parziali e incompleti.

L’Europa rischia così di dipendere da infrastrutture e servizi gestiti da attori extraeuropei, esponendosi a leggi e obblighi stranieri che possono condizionare la gestione dei dati sensibili. In un contesto geopolitico sempre più teso, questa mancanza di controllo diventa una vulnerabilità strategica concreta, non più solo teorica.

Per costruire una vera sovranità digitale serve un approccio diverso: infrastrutture, software e regolamentazione devono essere progettati e governati interamente in Europa. Solo così la certificazione potrà trasformarsi in strumento di autonomia reale, proteggendo dati, cittadini e interessi strategici senza dover subire interferenze esterne.

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Marcello Filacchioni 300x300
ICT CISO e Cyber Security Manager con oltre vent’anni di esperienza tra settore pubblico e privato, ha guidato progetti di sicurezza informatica per realtà di primo piano. Specializzato in risk management, governance e trasformazione digitale, ha collaborato con vendor internazionali e startup innovative, contribuendo all’introduzione di soluzioni di cybersecurity avanzate. Possiede numerose certificazioni (CISM, CRISC, CISA, PMP, ITIL, CEH, Cisco, Microsoft, VMware) e svolge attività di docenza pro bono in ambito Cyber Security, unendo passione per l’innovazione tecnologica e impegno nella diffusione della cultura della sicurezza digitale.
Aree di competenza: Cyber Security Strategy & Governance, Vulnerability Management & Security Operations. 

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