Cosa c’entra la psicologia con la cybersecurity? Su due piedi verrebbe da rispondere “niente”, a parte i risvolti che tutti conosciamo sul social engineering. Quando si parla di cybersecurity, il nostro pensieri va immediatamente agli aspetti tecnologici, a reti avanzate, sistemi di difesa impenetrabili, patch e threat intelligence.
Ciò che sfugge al colpo d’occhio è che, al di sotto di tutta questa tecnologia, c’è un elemento fondamentale che regge ogni sistema informatico: la mente umana. Ecco perché la cybersecurity è anche, e prima di tutto, una questione psicologica. Riguarda come pensiamo, ciò che proviamo, come reagiamo e come prendiamo le nostre decisioni, più o meno rapide.
Se ne parla ancora troppo poco: nella cybersecurity la psicologia deve iniziare ad essere trattata non più come un tema “accessorio”, ma come una componente strutturale fondamentale. Perché riguarda tutti gli attori: chi attacca, chi subisce e chi difende.
Vediamo come, analizzando il punto di vista di ciascuno di questi protagonisti.
L’attaccante: quando la psicologia diventa un’arma
Sappiamo bene che la maggiore parte degli attacchi informatici vanno a buon fine non tanto grazie a una vulnerabilità tecnica, ma grazie a una vulnerabilità umana. Le tecniche di ingegneria sociale si basano proprio su questo: sfruttare i punti deboli della psiche umana e le reazioni generate da emozioni prevedibili.
Ed ecco che una mail ben costruita, o una telefonata credibile, nel contesto giusto possono innescare quasi “per default” meccanismi come l’urgenza, la paura o la fiducia. Perché fare la fatica di violare un sistema quando possiamo convincere qualcuno ad aprirci la porta?
Gli attaccanti costruiscono scenari illusori allo scopo di attivare meccanismi automatici. Progettano tutto al meglio, affinché la vittima cada nel tranello intessuto delle sue stesse debolezze. Quando la trappola è tesa, il processo decisionale tende ad essere più impulsivo: la vittima riflette di meno a causa del contesto sfavorevole che il malintenzionato ha saputo abilmente allestire.
Può sembrare una storia dal finale triste, ma la verità è che quando la mente è stanca, o in sovraccarico, diventa molto più facile commettere errori superficiali e dimenticanze.
La vittima: fra emozioni, bias e fatica
Dall’altra parte dell’attacco, si trovano persone che devono prendere decisioni rapide, spesso sotto pressione e in contesti di grande complessità. Diversi studi sul comportamento degli utenti – ma anche dei professionisti della cybersecurity – mostrano che fattori come stress, sovraccarico cognitivo e affaticamento cronico aumentano la probabilità di comportamenti rischiosi.
È una reazione naturale: quando le richieste lavorative sono superiori alle risorse interne (della persona, dell’organizzazione, o di entrambe), la mente umana cerca di sopravvivere semplificando i processi. Si attivano scorciatoie, si riducono le procedure di verifica, la soglia di attenzione si abbassa sensibilmente, col rischio concreto di commettere errori. E sappiamo bene che nel settore della sicurezza informatica, anche un piccolo errore può risultare fatale. Non si tratta di mancanza di competenza, né di scarsa consapevolezza, ma di una risposta adattiva di salvaguardia delle risorse cognitive, che si attiva in situazioni di overload.
Il professionista della cybersecurity: la storia che nessuno racconta
C’è poi un terzo punto di vista, spesso meno visibile e inascoltato: quello di chi con la sicurezza deve fare i conti ogni giorno. Il lavoro nella cybersicurezza è fatto di vigilanza continua, di responsabilità elevate e, in conseguenza, di pressione costante.
Reeves et al. (2024) in uno studio ha analizzato il burnout nei professionisti della cybersecurity, ed ha scoperto che fattori organizzativi carenti, combinati a un eccessivo carico emotivo sono strettamente legati all’esaurimento professionale. Questo fenomeno è risultato ancora più evidente nei ruoli con maggiore responsabilità, come i CISO. In condizioni come quella descritta, la qualità delle decisioni dell’individuo dipende direttamente dal suo stato mentale.
Il motivo è che le normali funzioni cognitive della persona, come attenzione, concentrazione, memoria di lavoro, capacità di valutare il rischio, risultano particolarmente suscettibili allo stress, alla stanchezza eccessiva, alla mancanza di sonno adeguato e di pause sufficienti a recuperare le energie.
La psicologia: da punto debole a leva strategica
Se osserviamo i punti di vista dei tre attori — attaccanti, vittime, professionisti — notiamo un elemento comune: il fulcro di tutte le dinamiche della cybersecurity è come funzionano la nostra mente e le nostre emozioni.
Al di là di hardware e software, la psiche umana è il vero terreno su cui si gioca la partita della sicurezza.
Gli attaccanti lo hanno capito da tempo e si basano su questo nel costruire le loro strategie malevole. Le vittime subiscono, spesso senza accorgersene, o capendolo troppo tardi. I professionisti della cybersecurity si trovano in prima linea ogni giorno, schiacciati tra l’incudine e il martello.
Ma se è vero che la sicurezza dipende anche da processi cognitivi ed emotivi, va da sé che la salute mentale è un tema centrale della cybersecurity. Prendersi cura della propria lucidità, della qualità del sonno, della capacità di attenzione e della gestione delle emozioni non è solo un fatto di benessere personale, ma una componente base di resilienza dell’azienda.
Abbiamo detto che una mente sovraccarica è più vulnerabile. Quindi è vero anche che una mente lucida è più difficile da manipolare, più capace di valutare, più stabile e rapida nelle decisioni.
In conclusione
La cybersecurity viene spesso definita una sfida tecnologica, in realtà è anche — e sempre di più — una sfida psicologica. Qualunque azione decidiamo di porre in atto, alla fine, ogni decisione passa attraverso una persona. E il modo in cui quella persona pensa, percepisce e reagisce fa la differenza.
La bella notizia è che su questi aspetti possiamo lavorare!
Consulente e formatrice in comunicazione e sicurezza digitale, promuove una cultura del web consapevole e sostenibile per persone e organizzazioni. Mindfulness trainer certificata e futura Psicologa del lavoro, supporta i professionisti tech e cyber con pratiche di benessere e gestione dello stress.
Aree di competenza: Benessere digitale, Mindfulness, Psicologia del lavoro, Wellbeing aziendale, Cyberpsychology, Educazione Digitale, Comunicazione, Formazione