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Guerra Cognitiva: il conflitto Iran-Israele entra nei social e l’AI trasforma la propaganda in un’arma

Guerra Cognitiva: il conflitto Iran-Israele entra nei social e l’AI trasforma la propaganda in un’arma

28 Agosto 2026 07:49
In sintesi

Iran non è soltanto una guerra di missili, droni e infrastrutture. Dal febbraio 2026 il conflitto ha aperto un laboratorio digitale in cui propaganda pro-iraniana, jihadismo sunnita, hacktivismo e intelligenza artificiale si sovrappongono senza diventare un unico fronte. ISIS e al-Qaeda reagiscono in modo diverso, mentre l’AI riduce tempi, costi e barriere linguistiche della propaganda e può comprimere anche la soglia tecnica del cyber. Il nuovo rischio è un ecosistema ibrido, più veloce e più difficile da attribuire.

Il conflitto iniziato con i bombardamenti statunitensi e israeliani del 28 febbraio 2026 ha superato i sei mesi e, secondo Reuters, si sarebbe trasformato progressivamente in un conflitto di logoramento, con lo Stretto di Hormuz, l’energia e le infrastrutture che sono divenuti fattori chiave. I suoi effetti si sono fatti sentire subito anche in Italia: il 2 marzo la Farnesina segnalava un aumento del 25% del prezzo sul mercato del gas e i pericoli legati alla chiusura di Hormuz per il commercio internazionale. Ma accanto alla dimensione cinetica ed economica se ne è sviluppata un’altra, meno visibile: quella della guerra della percezione ed è qui che l’intelligenza artificiale cambia le regole.

L’Institute for Strategic Dialogue (ISD) ha identificato due reti coordinate pro-Iran su X che, nel primo mese di guerra, hanno ottenuto complessivamente oltre un miliardo di visualizzazioni, condividendo anche immagini, video e affermazioni false o generate con AI. ISD attribuisce la portata delle campagne a fattori quali il coordinamento, account Premium, l’interazione con profili ad alta visibilità e la moltiplicazione utilizzando la funzione di feed basata sull’algoritmo ‘For You’. Uno studio di follow-up condotto dalla stessa istituzione ha rilevato che anche i resoconti delle ambasciate e dei funzionari iraniani utilizzavano meme e brevi video come strumenti di comunicazione politica ad alto coinvolgimento.

Il fenomeno non è confinato a reti informali, infatti, il Rajaratnam School of International Studiesinterpreta il conflitto del 2026 come un salto qualitativo nell’integrazione fra AI generativa, formati nativi delle piattaforme e operazioni memetiche. Ancora più significativo è il dato europeo: il 18 maggio Europolha comunicato l’identificazione di 14.200 link collegati all’ecosistema online dell’IRGC (o Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), comprendenti propaganda multilingue, raccolta fondi, reclutamento e video generati con AI.

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Il precedente 19 febbraio il Consiglio dell’Unione europea aveva formalmente inserito le Guardie rivoluzionarie nella lista UE dei soggetti terroristici. È importante sottolineare che questo regime è distinto da quello europeo e ONU relativo ad al-Qaeda e Daesh.

ISIS e al-Qaeda davanti all’Iran

In questo contesto, parlare in termini generali di “terrorismo islamico” sarebbe fuorviante. L’Iran sciita, l’ISIS e al-Qaeda sono di diverse ideologie, spesso apertamente antagoniste e proprio il conflitto del 2026 ha reso tale frattura più leggibile. Una ricerca pubblicata dal Program on Extremism della George Washington University ritrae la guerra come un vero e proprio stress test per il jihadismo globale: ISIS ha radicalizzato la sua interpretazione settaria antisciita, mentre al-Qaeda siè mantenuta molto più cauta e strategicamente condizionata.

L’osservazione di GNET(Global Network on Extremism and Technology) sulle reazioni jihadiste alla guerra, mostra la disparitaà con particolare chiarezza. Il 5 marzo, nel numero 537 diAn-Naba, ISIS ha rappresentato la guerra come uno scontro fra due campi entrambi nemici, rifiutando qualsiasi allineamento con Teheran e ribadendo l’ostilità verso lo sciismo. La propaganda ufficiale di al-Qaeda, invece, dopo l’inizio della guerra ha continuato soprattutto a concentrarsi sull’Occidente e sul conflitto israelo-palestinese, evitando di collocare l’Iran al centro della propria comunicazione. Nei network dei sostenitori la situazione è risultata più fluida: alcuni hanno celebrato i colpi iraniani contro Israele, altri hanno mantenuto posizioni anti-sciite, mentre sono circolate anche grafiche anti-Iran prodotte con AI.

Quella zona grigia diventa particolarmente interessante nel cyber. Il 4 marzo il Cyber Jihad Movement, formazione che GNET descrive come legata all’ecosistema di al-Qaeda, ha annunciato sul proprio canale Signal l’intenzione di unirsi ai movimenti hacker pro-Iran contro obiettivi comuni statunitensi e israeliani. GNET coglie anche il primo esplicito caso di convergenza cyber tra un attore jihadista sunnita e collettivi hacker ascrivibili alla galassia sciita. Ma il punto non è l’alleanza tra Iran-Al Qaeda, piuttosto i segnali suggeriscono la tattica e perfino l’oscurantismo con un obbiettivo in comune sicurezza.

Dal cyber jihad all’AI operativa

L’aspetto più significativo dell’IA non è necessariamente la generazione del deepfake perfetto, bensì l’abbassamento della soglia tecnologica. L’Atlantic Council osserva che l’IA generativa può fungere da moltiplicatore di forza per la propaganda terroristica: produzione seriale di testi e immagini, traduzione quasi istantanea, adattamento culturale e distribuzione multilingue che comprimono il tempo tra un evento e la sua trasformazione in narrazione. Europol aveva già individuato, nel 2025, l’uso dell’IA per creare immagini, testi e video di natura estremista, alcuni dei quali rivolti a minori. Nel marzo 2026, l’agenzia europea ha inoltre segnalato oltre 17.298 URL e più di 1.100 ore di propaganda terroristica audio in un singolo Referral Action Day, a dimostrazione di come la portata sia diventata parte integrante del problema.

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Nel cyberspazio, questa compressione può avere effetti ancora più tangibili. Alcune analisi sul movimento del jihadismo informatico, evidenziano come gli strumenti basati su LLM possano ridurre lo sforzo necessario per leggere enormi quantità di materiale tecnico, tradurre documentazione e analizzare avvisi di sicurezza. L’informazione più importante, tuttavia, proviene da una fonte ufficiale non direttamente collegata ai jihadisti: il 19 agosto 2026, la NSA e agenzie partner hanno segnalato una minaccia attiva contro i PLC Siemens S7, in cui attori informatici stavano utilizzando script di sfruttamento generati con l’intelligenza artificiale e camuffati da strumenti di monitoraggio. Le apparecchiature colpite si trovano nei settori dell’energia, dell’acqua, dell’industria, della chimica e in altri settori critici.Ma qui tuttavia c’è da porre una, fondamentale, cautela. Non subito è emerso che si trattasse di operazioni (o, almeno una parte dei troppi poco dettagliati rapporti disponibili lo provano) svolte durante una guerra con l’Iran (se si sarà in guerra, o se si potrà parlare di guerra già per le attività di fatto già in corso e senza un espletamento deliberazioni dialettiche (tipo la guerra Ucraina-Russia) contestuali tutto diventerà chiaro). Alcuni esperti ritengono ci siano legami con l’Iran per una serie di recenti attacchi ai servizi idrici degli Stati Uniti, anche se le agenzie federali non hanno dichiarato ufficialmente che l’intera campagna abbia origine in Iran. È proprio con questo che si presenta il problema di un suo ecosistema ibrido, ovvero Stato, proxy, hacktivisti, criminali e attori estremisti possono utilizzare simili tecniche, muoversi sotto negli stessi periodi generano un rumore informativo di rendere più difficile l’attribuzione.

In tal senso l’AI opera da compressore di capacità, non fa diventare automaticamente esperto qualcuno che non lo è e non sostituisce esperienze qualificate, accesso e infrastrutture; ma velocizza la ricerca, rende più economica la produzione di propaganda, rende più facile la localizzazione linguistica e porta avanti qualche tipo di lavoro tecnico. L’organizzazione del terrore post-territoriale vive non solo attraverso le organizzazioni, ma tramite reti, archivi, comunità, automazione e capacità di adattamento.

Conclusioni: il nuovo spazio della minaccia

Non c’è nulla nel conflitto iraniano del 2026 che suggerisca che terrorismo, guerra tra Stati e cyberdelitti siano ora la stessa cosa. Esprime qualcosa di più Dimostra qualcosa di più fine: le loro infrastrutture digitali possono avvicinarsi anche quando le rispettive ideologie restano incompatibili. Uno Stato può sintetizzare la propaganda; un network di sostenitori può rilanciarla; un jihadista può riproporre la medesima guerra utilizzando un frame settario; un collettivo cyber può temporaneamente convergere contro medesimi obiettivi di un nemico religioso; un algoritmo può incrociare e questi contenuti finire davanti a pubblici che non lo stavano cercando.

In questo senso, il vero balzo in avanti apportato dall’AI è essenzialmente temporale ed economico: tradurre costa meno, produrre costa meno, modificare un comunicato costa di meno così come creare versioni costa meno. I dati da analizzare possono impiegare meno tempo per essere maggiori. L’AI non inventa le motivazioni jihadiste ma cancella le differenze ideologiche, ma rende più efficiente un ambiente che era già transnazionale e reticolare. È qui che la lezione dell’Iran diventa rilevante anche per l’Europa: l’antiterrorismo digitale non potrà osservare soltanto “chi” compie un’azione, ma dovrà comprendere quali funzioni, strumenti, narrative e infrastrutture attraversano ecosistemi diversi.

Ma la questione è tutt’altro che teorica dal punto di vista italiano. La guerra ha già messo alla prova la sensibilità europea in materia di energia, Hormuz e infrastrutture; l’Italia ha partecipato all’azione europea contro l’ecosistema propagandistico delle Guardie Rivoluzionarie guidata da Europol. La prossima sfida sarà quella di riconoscere con sufficiente anticipo la convergenza tra propaganda sintetica, radicalizzazione, hacktivismo e capacità cyber, senza confondere le associazioni temporali con certe attribuzioni certe perché il pericolo del terrorismo potenziato dall’intelligenza artificiale, non risiede solo in ciò che una macchina può produrre, ma nella velocità con cui un ecosistema umano può recepirlo e sfruttarlo.


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Massimo Dionisi 300x300
Analista geopolitico e cybersecurity specialist, esperto di terrorismo e cyberterrorismo. Autore di studi su Sahel, risorse strategiche e sicurezza digitale, collabora con istituzioni, accademie e progetti formativi su AI e cybersecurity.
Aree di competenza: Cybersecurity, Cyber Threat Intelligence, Geopolitica, Cyberterrorismo, OSINT, Analisi del rischio, Sicurezza delle infrastrutture critiche, Intelligenza artificiale