
Cory Doctorow lo dice con la lucidità di chi ha studiato per anni le derive del capitalismo digitale: l’AI, così come viene venduta oggi, non mira a potenziare l’essere umano. Mira a usarlo.
Ed è una differenza enorme.
Doctorow parla di centauri e reverse-centauri.
Il centauro è l’immagine romantica della tecnologia che amplifica l’uomo: l’essere metà umano e metà macchina che, grazie all’ibridazione, diventa più competente, più veloce, più efficace.
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Il reverse-centauro, invece, è l’incubo moderno:
la macchina al comando e l’umano relegato al ruolo di appendice correttiva, l’elemento organico necessario solo per:
E questo, purtroppo, è esattamente il modello verso cui sta correndo il mercato.
Doctorow lo dice chiaro: il capitalismo delle piattaforme sopravvive solo se riesce a gonfiare nuove bolle narrative.
Non c’è industria che non stia venendo travolta da questa retorica messianica, dove ogni limite umano è considerato “inefficienza” da eliminare.
Il paradosso?
L’AI non sostituisce il lavoro umano: lo sposta, lo peggiora, lo rende più responsabilizzante e meno controllabile.
Nel 2025, molte aziende non stanno implementando l’AI per aumentare la qualità dei processi, ma per tagliare costi lasciando agli umani l’onere di controllare, correggere e giustificare le allucinazioni della macchina.
E produce una dipendenza cieca da sistemi che non comprendiamo, non controlliamo e che spesso non sappiamo nemmeno verificare.
Oggi l’AI viene integrata dovunque con lo stesso entusiasmo con cui negli anni ’90 si infilava il “tasto Internet” anche sui tostapane.
Il problema è che questa integrazione non è neutrale, lo si vede subito:
L’AI “messa così” non riduce il rischio: lo aumenta.
E spesso in maniera non lineare, non intuibile e impossibile da stimare con precisione.
La verità è che gran parte degli LLM e dei sistemi di automazione generativa sono strumenti probabilistici che molti stanno trattando come decision support system deterministici.
Confondere questi due piani è un invito aperto al disastro.
La narrazione del “lavoro potenziato dall’AI” somiglia molto a quella della delocalizzazione industriale degli anni 2000:
nelle promesse era un vantaggio per tutti, nella pratica è stata una compressione salariale mascherata.
Oggi accade lo stesso:
la vera funzione economica dell’AI non è sostituire il lavoro umano, ma dequalificarlo.
Prima un radiologo analizzava 100 immagini, ora ne analizza 100 comunque… ma con in mezzo un algoritmo che sbaglia e che lui deve correggere.
E nel dubbio, la responsabilità legale resta sua.
Lo stesso vale per avvocati, tecnici IT, giornalisti, consulenti, medici, progettisti… e perfino SOC analyst che si trovano sommersi da alert generati da sistemi che non comprendono il contesto operativo.
L’umano non viene potenziato:
viene messo al guinzaglio da una macchina che decide, sbaglia, e lui deve ripulire.
È questo il reverse-centauro in tutta la sua crudezza.
La cosa interessante è che l’Europa sta cercando di fermare questa deriva.
Non contro la tecnologia, ma contro i modelli di business tossici che la circondano.
L’AI Act introduce:
E accanto all’AI Act arrivano altre norme che chiudono il cerchio:
L’Europa manda un messaggio semplice:
la macchina non può sostituire l’umano nella responsabilità, né usarlo come scudo legale.
Ed è un messaggio che alle big tech non piace per niente.
In RHC lo diciamo spesso:
la tecnologia non è né buona né cattiva. È neutrale.
Diventa pericolosa quando la usiamo senza capire cosa realmente fa.
L’AI può essere uno strumento potentissimo.
Ma deve restare un mezzo, non un fine.
Un’estensione dell’intelligenza umana, non un commissario politico dell’efficienza.
Perché il giorno in cui smetteremo di essere centauri e inizieremo a essere reverse-centauri, sarà troppo tardi per invertire la rotta.
La vera sfida non è costruire modelli più grandi, più veloci o più “agenti”.
La sfida è costruire sistemi che rispettino il lavoro umano, la sua dignità, la sua intelligenza, i suoi limiti e le sue responsabilità.
Il futuro appartiene alle aziende che sapranno usare l’AI per far crescere le persone, non per stritolarle.
A quelle che sapranno distinguere tra innovazione e speculazione.
A quelle che capiranno che l’automazione non è un dogma, ma un rischio che va gestito con criterio.
Se non vogliamo diventare reverse-centauri, dobbiamo tornare al punto di partenza:
l’AI deve amplificarci.
Non sostituirci.
E tantomeno usarci come stampelle per coprire i suoi limiti.
Perché una macchina che ha bisogno dell’uomo solo per firmare gli errori…
non è progresso.
È un inganno ben confezionato.
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