
Articolo scritto con la collaborazione di Giovanni Pollola.
Per anni, “IA a bordo dei satelliti” serviva soprattutto a “ripulire” i dati: meno rumore nelle immagini e nei dati acquisiti attraverso i vari payload multisensoriali, meno dati a valore informativo basso o nullo da trasmettere, meno banda sprecata e minori tempi di trasferimento verso Terra, su collegamenti spesso limitati, discontinui e instabili… quell’era sembra già finita. All’inizio del 2026, una serie di iniziative indipendenti hanno dimostrato qualcosa di molto più dirompente: eseguire inferenza di IA direttamente in orbita.
Non si tratta di semplici demo da laboratorio. Sono calcolo di livello produttivo che lascia il pianeta.
Tre nomi tracciano questo spartiacque: Qwen 3 di Alibaba per l’iniziativa cinese Star Compute e la partnership statunitense tra Starcloud e Crusoe Cloud.
Alibaba Cloud ha comunicato l’esecuzione di modelli derivati dalla famiglia Qwen su payload di calcolo satellitare in orbita in collaborazione con partner aerospaziali cinesi ADASpace e GuoXing Aerospace.
Il dispiegamento ha eseguito carichi reali di inferenza interamente in orbita. Le richieste sono state inviate da Terra, elaborate a bordo e i risultati sono stati ritrasmessi a Terra, con tempi di round‑trip dell’ordine di due minuti.
Il nodo della questione non è la latenza. È l’architettura. L’avamposto.
È uno dei primi casi confermati di un general‑purpose LLM che opera oltre la Terra, invece di un modello ristretto e specifico. Il satellite non stava solo facendo da sensore remoto, non raccoglieva e ritrasmetteva solo dati. Stava ragionando sui dati per elaborarli ed inoltrare una risposta “sintetica” a Terra.
L’esperimento rientra nel più ampio progetto cinese Star Compute, un piano di lungo periodo per distribuire migliaia di satelliti con capacità di calcolo nel prossimo decennio.
Star Compute è un’iniziativa ambiziosa che mira a costruire un’infrastruttura di calcolo distribuita nello spazio.
L’obiettivo dichiarato è distribuire una costellazione di circa 2800 satelliti entro il 2035, ciascuno dotato di capacità di calcolo a bordo per inferenza di IA e, in prospettiva, addestramento limitato.
Le motivazioni sono strategiche:
In breve, non si tratta solo di prestazioni ma di scelta e presenza strategica. Si tratta di autonomia, resilienza e geopolitica.
Dall’altra parte del pianeta, Starcloud persegue una visione parallela.
Starcloud è una startup statunitense che costruisce data center orbitali alimentati da energia solare quasi continua e raffreddati tramite irraggiamento diretto nello spazio. Alla fine del 2025, Starcloud ha lanciato Starcloud 1, un satellite che trasportava una GPU Nvidia H100.
Sì, una “tradizionale” GPU di classe data center in orbita.
Starcloud ha confermato l’esecuzione riuscita di inferenza di IA nello spazio, inclusa l’esecuzione del modello Gemma di Google e carichi sperimentali di addestramento. Questo ha validato che GPU moderne possono sopravvivere a radiazioni, cicli termici estremi e limiti di potenza in orbita.
La proposta è semplice:
Se notevolmente scalabile, questo modello potrebbe mettere in discussione l’economia attuale dell’infrastruttura IA.
Crusoe Cloud entra in scena come operatore commerciale.
Nata per distribuire calcolo su fonti energetiche disperse o sprecate sulla Terra, Crusoe ha virato con decisione verso l’infrastruttura IA. Oggi gestisce cluster GPU ad alte prestazioni e si posiziona come alternativa focalizzata agli hyperscaler.
Crusoe ha stretto una partnership con Starcloud per diventare il primo fornitore cloud a offrire calcolo GPU basato nello spazio.
Il piano è lineare:
La disponibilità commerciale è prevista in forma limitata tra il 2026 e il 2027.
Non è un giocattolo di ricerca. Crusoe presenta il calcolo orbitale come un livello premium di cloud.
Questo cambiamento non riguarda la novità. Riguarda i vincoli.
L’infrastruttura IA terrestre sta riscontrando limiti duri da affrontare:
Lo spazio rimuove alcuni di questi vincoli, ma non nel modo spesso più immediato e semplificato. Lo spazio non replica semplicemente gli stessi servizi terrestri, ne abilita altri di respiro molto più specializzato.
Lo spazio è freddo, ma non è un dissipatore di calore.
Questo è il primo equivoco.
In orbita non c’è aria, quindi non esiste convezione verso l’esterno. Il raffreddamento forzato può avvenire solo all’interno del satellite, tramite fluidi e heat pipe che trasportano il calore verso radiatori passivi. I loop di raffreddamento a liquido operano esclusivamente all’interno del satellite, raccolgono il calore dai componenti e lo trasportano verso superfici radianti dedicate, consentendo una distribuzione termica ottimale. L’unico meccanismo di smaltimento finale del calore resta l’irraggiamento verso lo spazio profondo. In assenza di quest’ultimo, l’elettronica andrebbe incontro a rapido surriscaldamento, con conseguente degrado fino a inevitabile fuori uso.
L’equazione che governa il fenomeno è quella di Stefan Boltzmann, non il marketing.
La potenza irradiata scala con l’area superficiale e con la quarta potenza della temperatura. Se si vuole smaltire il calore prodotto dalle GPU, servono grandi superfici radianti che lavorino a temperature sufficienti a irradiare in modo efficiente, ma non così alte da degradare l’elettronica.
Ne deriva un compromesso ingegneristico rigido:
In altre parole, il raffreddamento nello spazio è passivo, severo e vincolato dalla geometria.
Le GPU moderne come H100 sono progettate per data center con flussi d’aria aggressivi o raffreddamento a liquido. In orbita, la catena di raffreddamento è diversa:
Ogni wattora intercettato da pannelli solari per essere erogato ai fini di calcolo diventa, praticamente, un wattora da irradiare. Non esistono scorciatoie.
Per questo è la termica a limitare i primi nodi di calcolo orbitale e non la loro potenza di calcolo. Si può anche portare una GPU performante su un payload satellitare, ma sarà necessario farla lavorare senza poter saturare il budget termico a disposizione previsto sul satellite, sicuramente lontano dal suo TDP “terrestre”.
Starcloud e iniziative simili puntano su una combinazione di:
Il freddo dello spazio aiuta solo indirettamente. Ciò che conta è avere una vista libera verso lo spazio profondo per l’irraggiamento.
Paradossalmente, procurarsi energia è il problema minore.
In orbita terrestre bassa soprattutto con grandi array e piani orbitali ottimizzati, il sistema elettrico del satellite pannelli solari possono fornire energia quasi continua, così come il consumo elettrico del payload ottimizzato per l’energia residua in batteria o in entrata diretta dai pannelli. Niente meteo, niente congestione di rete, niente logistica del combustibile.
Ma ogni wattora raccolto diventa una responsabilità termica quando viene consumato.
Questo ribalta il modello terrestre. A terra le fonti d’energia sono “scarse”, non costanti, non omogeneamente distribuite, mentre il raffreddamento si scala con l’infrastruttura. Nello spazio l’energia solare è relativamente “abbondante”, la cattura sotto forma di energia elettrica può essere anche tre volte più efficiente rispetto a terra, ma la cessione e lo smaltimento del calore è un collo di bottiglia rilevante.
Nonostante questi vincoli, il calcolo orbitale è attraente per carichi specifici:
L’obiettivo non è sostituire i data center terrestri. È delocalizzare nello spazio l’attività di alcuni servizi, scaricare carichi selezionati dove banda, sovranità o resilienza contano più del costo per FLOP.
Inevitabilmente, introduce anche una nuova superficie di attacco.
Il calcolo orbitale non è infrastruttura neutrale. È infrastruttura strategica.
Quando inferenza e decisione di IA si spostano in orbita, i satelliti smettono di essere asset passivi e diventano attori digitali attivi. Il modello di minaccia cambia completamente.
Ogni sistema di IA orbitale dipende dai collegamenti Terra orbita per:
Questi collegamenti sono già obiettivi noti nelle dottrine di guerra spaziale. Jamming, spoofing, hijacking dell’uplink e iniezione di comandi non sono rischi teorici.
Se un attaccante interferisce con l’uplink, non deve distruggere il satellite. Può:
Questo trasforma i satelliti IA in bersagli cyber ad alto valore.
A terra, un’infrastruttura compromessa può essere ripristinata, sostituita “rapidamente” con una nuova o il suo gemello ridondante quiescente/off-line già pronto. In orbita, la remediation è lenta, costosa, fino ad essere anche impossibile. La storia di satellite, o semplicemente payload, persi è lunga.
Questo solleva domande scomode:
La sicurezza della supply chain diventa esistenziale quando il server viaggia a 7,8 km/s.
Il calcolo orbitale sfuma anche le scale di escalation.
Le azioni anti-satellite tradizionali sono rumorose e visibili. Le operazioni cyber contro IA orbitale sono silenziose, insidiose e plausibilmente negabili. È possibile degradare capacità senza creare detriti o innescare ritorsioni evidenti, anticipare in modo silente il degrado hardware del payload.
Questo incentiva strategie cyber come primo passo contro asset spaziali.
Significa anche che i provider cloud in orbita possono trovarsi coinvolti in dottrine militari anche senza volerlo.
L’iniziativa Star Compute cinese e gli sforzi guidati dagli Stati Uniti come Starcloud riflettono una tendenza più ampia alla frammentazione.
È probabile che l’IA orbitale segua linee sovrane:
L’idea di un cloud spaziale globalmente neutrale difficilmente sopravvivrà al contatto con la geopolitica.
Quando i sistemi di IA operano oltre la Terra, lo spazio diventa un’estensione del cyberspazio.
Si applicano sempre le stesse domande:
La differenza cruciale è che i server nello spazio non possono essere scollegati, sequestrati, riparati o sostituiti facilmente.
Qwen 3 in orbita, la scalata di Star Compute e la partnership tra Starcloud e Crusoe segnano l’inizio di un nuovo livello di infrastruttura di calcolo.
Questo livello è vincolato dalla fisica, modellato da energia e calore e armato dalla geopolitica.
Il cloud non è più solo il computer di qualcun altro.
È il satellite di qualcun altro.
E questa volta può essere parte dei dispositivi d’arma del campo di battaglia di qualcun altro.
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