
Fatto spiacevole: quello dei dati personali è un mercato molto appetibile e di particolare valore per i cybercriminali, per motivi tutt’altro che difficili da immaginare. Non parliamo solo di scam o furti d’identità, ma di un complesso di attività illecite che possono trovare impiego nei modi più disparati. Questo riguarda sia i dati esposti online sia quelli reperiti all’interno dei marketplace del dark web, con il comune intento di realizzare dei guadagni diretti o indiretti.
Appreso che un utilizzo indesiderato dei nostri dati personali esiste ed è anzi una buona fetta di mercato per i cybercriminali, a questo punto, potremmo ritenere che tutta la normativa sulla privacy sia totalmente inutile. Insomma: se un cybercriminale vuole commettere una serie di attività illecite, certamente l’essersi procurato i nostri dati personali violando le regole probabilmente non è neanche degno di essere contrassegnato come “ultimo dei suoi problemi”. Ma bisogna ragionare sul perché i nostri dati personali diventano tanto facilmente reperibili, scoprendo così attraverso pochissimi passaggi logici che una maggiore attenzione da parte di chi svolge operazioni sugli stessi a riguardo ne ridurrebbe la disponibilità.
Per quanto non sia possibile avere uno scenario in cui il rischio di vedere i nostri dati personali impiegati in attività illecite viene azzerato, può essere desiderabile quanto meno uno in cui il saccheggio degli stessi sia particolarmente difficoltoso e il bottino meno remunerativo. Insomma: è chiaro che nel momento in cui i costi superano le opportunità, solitamente un cybercriminale desiste. A meno che non sia particolarmente motivato, ovviamente.
Questo però richiede una premessa. Ogni soggetto che raccoglie e impiega i dati personali è chiamato a garantire la protezione dei dati personali per tutta la filiera in cui sono svolte operazioni sugli stessi, andando così ad attenzionare proprio quegli aspetti rilevanti individuati dalla norma. Ovverosia: verificare che i dati siano lecitamente acquisiti, ne siano definite le finalità e vengano raccolti e conservati solo i dati necessari a perseguire le stesse.
Ovviamente, tenendo conto che ogni operazione deve essere svolta in sicurezza.
L’aspetto che emerge è indubbiamente quello della sicurezza, per logica e rilevanza. Questo è richiamato non solo dalla norma, ma si pone come premessa: il trattamento in sicurezza dei dati personali garantisce una mitigazione per i rischi che incombono sull’interessato. Senza sicurezza, non può infatti parlarsi di protezione adeguata.
Un generale e più elevato livello di sicurezza contrasta il mercato del cybercrimine, ma questo richiede un effort condiviso da più attori ovverosia tutti i soggetti che svolgono operazioni sui dati. L’orientamento è fornito dalla normativa che obbliga a ragionare su quali dati raccogliere, perché e soprattutto per quanto tempo. Motivare ogni passaggio comporta una maggiore attenzione, e una maggiore attenzione consente di superare tutta una serie di criticità collegate a inconsapevolezza, incuria e disattenzione.
Ecco dunque che il rispetto della privacy – intesa nella sua accezione di protezione dei dati personali – è la premessa affinché i dati siano trattati in modo sicuro. O meglio: più sicuro rispetto allo scenario alternativo in cui non ci sono i presidi imposti dalla norma.
Un approccio culturale che tiene conto dei rischi per gli interessati richiede che i soggetti che decidono sulle sorti dei dati personali sono responsabilizzati ma anche una maggiore attenzione diffusa al tema. Questo comporta che le garanzie di protezione dei dati personali sono criteri di selezione. Certo, parliamo di garanzie percepite e dunque può essere possibile una strategia di privacywashing, ma un utente o consumatore esprime una domanda di servizi più attenti al rispetto della norma e quindi maggiormente sicuri.
Questo, di fatto, aumenta il costo per il cybercrime in questo ambito.
Meno dati facilmente disponibili comporta infatti costi maggiori.
It’s the market, baby.
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