Passiamo ore a ottimizzare il nostro lavoro, i nostri tool e i nostri processi, ma abbiamo dimenticato di proteggere l’unico sistema operativo che non possiamo riavviare: la nostra mente.
Il problema non è la tecnologia, è la velocità.
Abbiamo eliminato ogni attrito, rendendo l’accesso alle distrazioni istantaneo.
Senza latenza, non siamo più i progettisti della nostra vita: siamo automi che rispondono a impulsi esterni.
Se non siamo noi a inserire un freno tra lo stimolo e l’azione, siamo solo uno script eseguito da un algoritmo altrui. Ecco come installare una “patch” di consapevolezza nel nostro quotidiano.
L’obiettivo è semplice: rompere l’automatismo!
Non dobbiamo cancellare nulla, dobbiamo solo reintrodurre il tempo.
Ci ritroviamo con il telefono in mano alle ore 23 della nostra giornata o su un sito di news al mattino presto, senza averlo deciso consciamente? Fermiamoci!
Quello non è un bisogno, è un input non autorizzato.
Riconosciamolo, ma non chiudiamo nulla. Restiamo lì, fermi e respiriamo!
Congeliamo ogni nostro movimento.
Per 120 secondi non scrolliamo, non clicchiamo o facciamo altro. Guardiamo lo schermo e semplicemente aspettiamo…..
Due minuti sono il tempo necessario al nostro cervello per spegnere il circuito della ricompensa immediata e riaccendere la logica.
In questi due minuti, osserviamo cosa succede dentro di noi.
Sentiamo l’ansia? L’impazienza? La voglia di giustificarci dicendo “guardo solo un secondo”?
Questi non sono messaggi importanti: sono solo i “retry” automatici di un’abitudine che sta cercando di riprendere il controllo.
Allo scadere del tempo, facciamoci una sola domanda: “Cosa vogliamo ottenere esattamente da questa azione?”
Se la risposta è vaga (“niente”, “passare il tempo”), chiudiamo tutto. Il processo è terminato.
Se abbiamo uno scopo reale, procediamo pure. Ma ora siamo noi a guidare!
Non stiamo lottando contro la nostra volontà (che è una risorsa finita).
Stiamo usando il tempo come architettura. Spostiamo l’azione da un riflesso automatico alla nostra parte razionale.
Stiamo trasformando un loop a bassa informazione in una scelta ad alto valore.
Riprendere questi 120 secondi non significa “perdere tempo”. Significa reclamare la sovranità sulla nostra attenzione. Ogni volta che agiamo d’impulso, regaliamo, ad esempio, i nostri cicli mentali a qualcuno che li monetizza.
Essere liberi non significa spegnere tutto. Significa essere l’unico utente con permessi di root sulla propria vita.
Implementare questa patch è solo l’inizio.
Per rendere il sistema davvero resiliente, dobbiamo passare dalla teoria all’analisi dei log reali.
È il momento di verificare chi ha effettivamente i permessi di scrittura sulla nostra memoria a breve termine e chi sta scalando i privilegi senza che noi ce ne accorgiamo.
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