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Oggi nasceva Douglas Engelbart: l’uomo che ha visto e inventato il futuro digitale

Oggi nasceva Douglas Engelbart: l’uomo che ha visto e inventato il futuro digitale

30 Gennaio 2026 07:34

Certe volte, pensandoci bene, uno si chiede come facciamo a dare per scontato il mondo che ci circonda. Tipo, clicchiamo, scorriamo, digitiamo, e tutto sembra così naturale, quasi fosse sempre stato qui.

E invece no, c’è stato un qualcuno, un certo Douglas Engelbart, che ha letteralmente inventato i pezzi fondamentali di questa roba. Un uomo che, diciamocelo, ha avuto una visione così innovativa per i suoi tempi che persino i futurologi più spinti avrebbero faticato a stargli dietro.

Engelbart non era uno di quelli che si accontentano del “così si fa”. Lui guardava un problema – come rendere gli esseri umani più intelligenti e collaborativi con le macchine – e pensava in grande. Non solo il mouse, ma tutta l’interfaccia grafica utente, il concetto di ipertesto che poi sarebbe diventato la spina dorsale del web, e persino le videoconferenze.

Roba che, se ci pensi, la Silicon Valley degli ultimi quarant’anni ci ha campato di rendita. E non è un’esagerazione, intendiamoci.

Dalla Nascita alla Mothers Of All Demos

Douglas Engelbart non è nato con un mouse in mano, ma quasi. Classe 1925, cresciuto in una fattoria dell’Oregon, aveva quel tipo di curiosità pratica tipica che contraddistingue gli hacker, di chi deve riparare un trattore ma sogna l’infinito.

Dopo aver fatto il tecnico radar per la Marina durante la seconda guerra mondiale — un’esperienza fondamentale per capire come le immagini potessero apparire su uno schermo — si ritrovò a leggere l’articolo di Vannevar Bush sul Memex. Fu la scintilla. Douglas capì che il vero problema dell’umanità non era la mancanza di macchine, ma l’incapacità di gestire la complessità delle informazioni che stavamo creando.

Dopo il dottorato a Berkeley, si trasferì allo Stanford Research Institute, ma non fu una passeggiata. Molti colleghi lo guardavano come si guarda un tipo strano che parla con i muri; le sue idee sulla “estensione dell’intelletto umano” sembravano troppo astratte per un’epoca dominata da calcolatrici giganti. Eppure, lui insisteva. Fondò l’Augmentation Research Center (ARC) e iniziò a radunare attorno a sé persone che non avevano paura di sbagliare. In quegli uffici polverosi, tra cavi scoperti e prototipi di legno, stava prendendo forma il primo vero sistema operativo moderno, l’NLS.

Una tavola rotonda all’Augmentation Research Center (ARC)

Il pezzo forte arrivò quasi per caso, o meglio, per necessità ergonomica. Engelbart voleva un modo per muovere un cursore sullo schermo senza dover digitare comandi assurdi. Insieme a Bill English, costruì un aggeggio di legno con due ruote metalliche: il primo mouse della storia. Era brutto, squadrato e con un filo che usciva da dietro (come una coda, appunto), ma funzionava. Fu la prima volta che l’uomo smise di “parlare” al computer tramite codici e iniziò a interagirci fisicamente, quasi toccando i dati. Una rivoluzione silenziosa che pochi, all’epoca, riuscirono a comprendere davvero.

Un prototipo del Mouse, fatto di legno e una ruota di metallo

La Madre di Tutte le Demo: Un Lampo nel Tempo

Tutto quel lavoro sotterraneo all’Augmentation Research Center (ARC) esplose finalmente il 9 dicembre 1968. C’era un’elettricità strana nell’aria della Fall Joint Computer Conference di San Francisco, quel tipo di tensione che senti quando sai che sta per succedere qualcosa di grosso, anche se non sai bene cosa.

La gente si accalcava, sussurrava, consapevole che Engelbart non era uno che saliva sul palco per mostrare un semplice aggiornamento tecnico. Quando Doug apparve, con quella cuffia enorme e il microfono, sembrava quasi un astronauta pronto al decollo, o forse un pilota d’aereo un po’ fuori tempo massimo. Ma non era solo scena: stava per mettere a terra, pezzo dopo pezzo, tutto quello che Vannevar Bush aveva solo osato sognare con il suo Memex.

Douglas Engelbart collauda il mouse nei laboratori dell’ARC

Per proiettare il futuro serviva potenza vera, così si portarono dietro un proiettore Eidophor, un bestione a base di olio che solitamente usava la NASA per i centri di controllo delle missioni spaziali. Su quello schermo gigante, il pubblico vide per la prima volta un uomo che saltava da un documento all’altro tramite link, faceva apparire finestre e collaborava in tempo reale con il suo team rimasto a Menlo Park tramite una videochiamata ante litteram. Mentre lui usava con una calma disarmante quel “topo” di legno per manipolare il testo, la sala passò dall’eccitazione a un silenzio quasi religioso. Era la nascita dell’informatica moderna, condensata in un’ora e mezza di pura audacia tecnica che oggi chiamiamo, giustamente, la Madre di Tutte le Demo.

Quella presentazione non fu solo una finestra sul futuro, ma uno squarcio violento in un presente fatto di schede perforate e calcoli freddi. Engelbart non stava vendendo un prodotto, stava mostrando una visione: un sistema informatico completo chiamato oN-Line System (NLS) che puntava a potenziare l’intelletto umano, come aveva pensato Bush. C’era già tutto: il desktop, il word processing, i link ipertestuali. È pazzesco pensare che la Silicon Valley abbia campato di rendita per quarant’anni su quelle intuizioni. Praticamente ogni azienda tech ha costruito le sue fortune sulle fondamenta gettate quel giorno, spesso dimenticandosi di citare chi aveva disegnato la mappa originaria.

Una foto di Douglas Engelbart

La cosa che fa riflettere, e che forse è un po’ amara, è che Engelbart non cercava il successo commerciale. Non è diventato ricco come chi è arrivato dopo di lui, perché la sua missione era più alta, quasi filosofica: darci gli strumenti per non affogare nella complessità che noi stessi stavamo creando. Finita la demo, dopo quel momento di stordimento collettivo, scoppiò un boato. Il mondo era cambiato radicalmente in novanta minuti, anche se la maggior parte della gente fuori da quella sala ci avrebbe messo decenni a capire il perché. Senza quel lampo di genio, oggi probabilmente staremmo ancora a scriverci lettere o a guardare con sospetto una tastiera.

Un Seme Piantato nel Deserto Digitale

Engelbart, in un certo senso, ha raccolto il testimone di Vannevar Bush e del suo leggendario Memex. Bush aveva immaginato una macchina che aiutasse gli scienziati a gestire e consultare enormi quantità di informazioni, collegando i concetti tra loro. Era una visione affascinante, ma è stato Engelbart a dire: “Ok, bello, ora come lo rendiamo vero?”.

E così, ha messo giù le fondamenta pratiche di quell’idea, trasformandola da sogno accademico in un progetto ingegneristico concreto. Ha capito che il problema non era solo archiviare dati, ma come gli esseri umani avrebbero interagito con essi in modo significativo, potenziando la loro capacità di pensare e creare.

Dopo quel lampo di genio del 1968, la vita di Engelbart prese una piega che definire strana è poco. Invece di diventare il padrone del mondo digitale (come di solito avviene dopo queste presentazioni astrali), si ritrovò gradualmente ai margini, quasi un profeta che aveva parlato troppo presto per essere capito dai contabili della tecnologia. Il suo laboratorio, l’ARC, iniziò a perdere pezzi e fondi, e Doug, che non era esattamente un uomo di marketing, dovette guardare le sue idee migrare verso lo Xerox PARC e poi nei computer di Apple e Microsoft. In privato, non era uno che covava rancore, ma quella sensazione di aver seminato un bosco intero per poi veder altri raccoglierne i frutti deve essere stata una compagnia costante, un po’ come un rumore di fondo che non si spegne mai.

Negli anni successivi, la sua quotidianità divenne molto più silenziosa di quanto quella demo roboante lasciasse presagire. Si dedicò alla sua famiglia e a una riflessione quasi filosofica sul futuro, cercando di spingere ancora l’idea della collaborazione globale mentre il mondo si accontentava di usare il mouse per giocare o scrivere lettere. Ha vissuto con una dignità d’altri tempi, ricevendo premi prestigiosi solo quando era ormai un signore anziano dai capelli bianchi. Non è mai stato l’uomo da copertina patinata, ma chiunque lo andasse a trovare nella sua casa in California sentiva di trovarsi di fronte a qualcuno che aveva davvero visto il futuro e, con estrema gentilezza, aveva deciso di regalacelo senza chiedere il resto.

Cosa ci insegna Engelbart

Il lascito di Doug non è un pezzo di plastica con due rotelle, ma un invito spudorato a hackerare il futuro. Per chi ha appena finito l’università o sta ancora combattendo con gli esami, la lezione è brutale e bellissima: non accontentatevi di ottimizzare quello che già esiste. Engelbart non voleva rendere le schede perforate più veloci, voleva polverizzarle. Ci insegna che la visione non è un’allucinazione (come farebbe l’intelligenza artificiale oggi), ma un progetto rigoroso che si spinge dove gli altri non hanno ancora nemmeno posato lo sguardo. È quella capacità di guardare oltre la siepe, di pensare in modo non convenzionale senza aver paura di passare per matti. Se tutti vi dicono che un’idea è impossibile, probabilmente siete sulla strada giusta, proprio come lui in quel laboratorio dell’ARC tra i dubbi dei colleghi.

In un Paese come l’Italia, dove spesso ci si siede sugli allori di un passato glorioso rispolverando l’Olivetti e le invenzioni geniali Leonardo Chiarirgliene (che per giunta è nato lo stesso giorno di Engelbart), abbiamo una fame disperata di questo approccio. La politica e le istituzioni tendono a muoversi con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli, ed è per questo che il cambiamento deve essere un’onda che parte dal basso.

Engelbart ha dimostrato che un piccolo gruppo di persone determinate, con una visione fuori dagli schemi, può costringere il mondo intero ad agire e ad adeguarsi. Rompete gli schemi, sporcatevi le mani, cercate connessioni che nessuno ha mai provato a fare. Non aspettate che il futuro vi venga consegnato con un manuale d’istruzioni; prendete un cacciavite, aprite il presente e ricollegatelo come meglio credete.

Il mondo è di chi, come Doug, ha il coraggio di proiettare la propria mente molto più lontano di quanto i propri occhi possano vedere.

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Massimiliano Brolli 300x300
Responsabile del RED Team di una grande azienda di Telecomunicazioni e dei laboratori di sicurezza informatica in ambito 4G/5G. Ha rivestito incarichi manageriali che vanno dal ICT Risk Management all’ingegneria del software alla docenza in master universitari.
Aree di competenza: Bug Hunting, Red Team, Cyber Threat Intelligence, Cyber Warfare e Geopolitica, Divulgazione

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