L’articolo analizza il ruolo dei social nella trasformazione delle proteste in movimenti digitali organizzati, evidenziando come le piattaforme online amplifichino il dissenso e facilitino la diffusione di messaggi radicali. Vengono confrontate le dinamiche storiche di rivoluzione con le nuove forme di mobilitazione connesse alle reti digitali, sottolineando le sfide per la sicurezza pubblica e la necessità di distinguere tra legittimo dissenso e attività criminali. Si esplorano inoltre i meccanismi di leadership digitale e le implicazioni per la gestione delle emergenze sociali.
Rivoluzionari o terroristi? La battaglia si sposta sui social
Il racconto delle proteste non può esaurirsi nei danni, negli arresti o negli scontri. Le vicende italiane di ottobre interrogano due dimensioni intrecciate: chi conferisce legittimità politica a una mobilitazione che ricorre alla violenza? E in che modo le piattaforme digitali possono trasformare una protesta dispersa in una causa comune, riconoscibile e rapidamente mobilitabile? Ovvio che queste due riflessioni non possono da sole esaurire i dubbi e le perplessità su ciò che sta accadendo, ma aprono la strada al tentativo di inquadrare il problema non da un punto di vista politico, ma sul piano sociale e tecnologico.
Quando la violenza si definisce rivoluzione
Per rispondere a queste domande bisogna fare una distinzione tra “rivoluzione”, “lotta violenta” e “terrorismo”. Una rivoluzione è un cambiamento radicale dell’ordine politico o sociale, potenzialmente realizzato attraverso l’uso della forza; il terrorismo designa una specifica modalità di violenza, spesso volta a intimidire una comunità o a costringere un’istituzione; la lotta armata, invece, è l’uso organizzato di mezzi e/o armi per fini politici. Poi dobbiamo tentare di rispondere ad altre due domande. Le domande però che ci si deve porre sono almeno un paio. La prima: quando una contestazione da violenta diventa rivoluzione o un tentativo di essa. La seconda: quali obiettivi, mezzi, basi sociali e forme di legittimazione consentano di distinguere i due fenomeni tanto diversi tra loro eppure strettamente collegati?
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Garibaldi e lo sguardo del potere
Un esempio assurdo chiarisce di cosa stiamo parlando. La spedizione dei Mille del 1860 fu una campagna insurrezionale e militare contro un regno allora sovrano, quello delle Due Sicilie. Agli occhi delle autorità borboniche Garibaldi era un nemico armato dell’ordine costituito; nella narrazione risorgimentale, divenne il protagonista dell’unificazione d’Italia. Le categorie giuridiche contemporanee di terrorismo non possono però essere trasferite meccanicamente al 1860. Il parallelo serve a mostrare che la qualificazione politica di un conflitto cambia secondo il punto d’osservazione e il giudizio storico, non che la vittoria trasformi retroattivamente ogni forma di violenza in un atto legittimo. Per orientarsi in queste considerazioni, restano cruciale natura degli obiettivi, bersagli, mezzi utilizzati e rapporto con la popolazione. Sicuramente il devastare negozi, rubare capi di abbigliamento costosi e distruggere beni, rende difficile parlare di rivoluzionari ma, piuttosto, di semplici delinquenti organizzati in gruppi per fini meno nobili del migliorare la vita delle persone.
Piazze collegate, regia da dimostrare
Le somiglianze tra mobilitazioni svoltesi in alcune delle principali città italiane come slogan, abbigliamento, dinamiche di gruppo e rapidità delle convocazioni, meritano attenzione perché se da un alto, questi elementi non bastano a dimostrare una regia centralizzata (possono derivare anche da imitazione reciproca, repertori condivisi e diffusione virale di immagini) dall’altro mostrano comunque una connessione tra loro rilevante. La ricerca sulla “connective action” descrive come le reti digitali permettano iniziative collettive senza un’organizzazione gerarchica unica. E seppure il dato da accertare è dove finisca la circolazione spontanea di modelli e dove inizi un eventuale coordinamento operativo dei reati, il fatto certo è che in entrambi i casi, i social e i contenuti (spesso AI generated) hanno un ruolo chiave sia per la diffusione dei messaggi, sia per l’exacerbation of the underlying reasons.
Dal leader politico alla leadership digitale
Secondo ANSA e Sky TG24, Youssef Siher è stato arrestato. Gli inquirenti stanno esaminando le accuse che includono, tra le altre cose, legami con il terrorismo (va precisato che questo aspetto rimane oggetto di indagine e non di accertamento di colpevolezza). Le informazioni relative al suo percorso formativo e alle sue competenze comunicative possono essere analizzate per comprendere il potenziale ruolo che tali capacità svolgono nella mobilitazione. Instagram può servire a mostrare un’identità collettiva, mentre Telegram facilita la diffusione di messaggi e la comunicazione tra i follower. Secondo le prime ricostruzioni, Youssef Siher possiede sia le competenze tecniche che la comprensione sociologica, in particolare per quanto riguarda l’Islam, necessarie per agire come leader in questo contesto.
La convergenza tra narrazione e organizzazione
Il ponte tra questi due aspetti è la creazione di legittimità: un linguaggio connotato da intenti rivoluzionari che può circolare online, unire le persone, fornire simboli e significati condivisi e conferire rilevanza politica alle azioni che si svolgono nelle piazze pubbliche. Quando le reti digitali vengono utilizzate per trasmettere appelli all’azione e istruzioni, la comunicazione stessa diventa una componente della capacità organizzativa.
Va precisato che l’uso dei social media non indica necessariamente radicalizzazione o violenza; piuttosto, accelera ed espande processi già in atto. Per coloro che hanno il compito di salvaguardare la sicurezza pubblica, la sfida consiste nel distinguere il dissenso, la propaganda e la legittima mobilitazione da condotte che comportano responsabilità penale; si tratta di prevenire e perseguire comportamenti illeciti, senza confondere l’opposizione politica con la sovversione, garantendo al contempo che il diritto al dissenso non venga limitato.
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Conclusione
La questione sollevata non è se queste persone siano portatori di un malessere diffuso che non trova voce all’interno dei palazzi istituzionali, espresso in forma violenta: le indagini faranno il loro corso e vedremo gli esiti giudiziari. Quello che dovrebbe farci riflettere è su come un ragazzo di 11 anni arrivi a pensare che rompere vetrine o rubare sia legittimo, o su come un 15enne ritenga “rivoluzionario” staccare pali e lanciarli. C’è un disagio generazionale che va di pari passo con chi riesce ad intercettarlo con i social, amplificarlo con le nuove tecnologie (linguaggi mirati secondo le fasce d’età) e portarlo ad un livello di contestazione che per coordinamento o emulazione, diventa diffuso, rapido e distruttivo. Se ci sono menti, non sono mai stupide.
Gli eventi di questi giorni sono un esempio di come una mobilitazione diffusa possa evolversi in una mobilitazione organizzata, in grado di creare criticità per la sicurezza interna. Ma non è più solo la questione di gestire la protesta nelle piazze, ma di conoscere i meccanismi con cui il dissenso può essere intercettato, amplificato e orientato con le armi della rete, sino a trasformarsi, nei suoi aspetti più radicali, in azioni violenti. E’ questa connessione tra intelligenza organizzativa, tecnologia e radicalizzazione del dissenso a presentare una nuova sfida a chi è chiamato a garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, non compromettendo il diritto di manifestare. In un contesto sempre più connettivo, la sicurezza delle piazze si crea, in primo luogo, interpretando l’eccezione che si vive online, molto prima.
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Analista geopolitico e cybersecurity specialist, esperto di terrorismo e cyberterrorismo. Autore di studi su Sahel, risorse strategiche e sicurezza digitale, collabora con istituzioni, accademie e progetti formativi su AI e cybersecurity.
Aree di competenza:Cybersecurity, Cyber Threat Intelligence, Geopolitica, Cyberterrorismo, OSINT, Analisi del rischio, Sicurezza delle infrastrutture critiche, Intelligenza artificiale
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