Il Sahel è una regione africana dove il terrorismo e la tecnologia si stanno intrecciando in modo preoccupante. Le risorse strategiche come uranio, oro e litio sono al centro di una lotta per il controllo, mentre i gruppi jihadisti stanno utilizzando tecnologie come droni e satelliti per avanzare le loro posizioni.
Ucraina, Iran e Mar Rosso stanno mostrando la forma della guerra del nostro tempo, fatta di droni, analisi dati, cyberattacchi, pressione sulle infrastrutture, comunicazioni satellitari, propaganda, interruzione delle rotte, ma non è l’unica area a cui prestare attenzione. Perché è anche in Nord Africa, e in particolare nella zona del Sahel, che si manifestano le stesse frizioni istituzionali, jihadismo mobile, economia criminale e risorse estraibili decisive. Edè questo incrocio, e non l’imitazione meccanica degli altri teatri, che fa del Sahel un caso strategico.
Si basa su tre elementi chiave questa sua analisi. Innanzitutto: il Sahel rimane l’epicentro mondiale del terrorismo in una rapida espansione verso aree più popolate e siti sempre più simbolici. In secondo luogo: la violenza nonè solo fomentata dai gruppi jihadisti, ma anche dalle risposte statali predatrici e complici nelle reti di droga. Terzo luogo: terre rare, materie prime strategiche come uranio, oro, litio, corridoi energetici, sono i nuovi batti e ribatti a terra dove sovranità, Russia e Cina, sicurezza europea e la capacità di generare intolleranza armata sembrano confondersi. Qui, IAè già una realtà tangibile a livello globale; nel Sahel, tuttavia, le prove pubbliche mostrano soprattutto droni, connettività satellitare e adattamenti tattici. Ora l’adozione diffusa della IA generativa da parte dei gruppi jihadisti rimane più un’ipotesi credibile che un dato stabilmente accertato.
Ucraina, Iran e Mar Rosso non sono il Sahel, ma sembrano anticipare il tipo di conflitto che l’area del Sahel potrà esprimere tra non molto. Ucraina, rende noto Reuters, L’AI è già usata per i comandi e per l’analisi dei dati, nella pianificazione e operazioni con i droni con i quali si prevede di unificare sensori, armi e decisioni in un unico sistema operativo di campo di battaglia. Nel Mar Rosso la pressione degli Houthi sta a dimostrare come droni, missili e minacce alla navigazione possano trasformare le rotte commerciali in leva strategica. Iran-Israele, e con la cyber era Si è visto anche che non esistono distinzioni nette tra guerra cinetica, sabotaggio digitale, coercizione economica. Nonè che questo Sahel voglia replicare a questi teatri, ma semplicemente offre a gruppi armati e potenze esterne un luogo dove congelarsi in una forma più economica, sporca e meno tracciabile.
Se tentassimo di cercare o forzare una connessione tra questi territori, potremmo cadere in un eccesso poiché il Sahel è molto meno un fronte tradizionale che un punto di incontro: gruppi jihadisti galoppanti, giunte militari proiettate a sottomettere al controllo, presenza russa, interesse cinese nelle miniere, reti criminali che utilizzano tecnologia commerciale, e Stati che sono sempre meno in grado di governare vastità. Quando la grammatica della guerra algoritimica si incrocia con territori in cui lo Statoè poco presente o addirittura inesistente e in cui si estrae un’altissima rendita mineraria, il risultato nonè unicamente aumentare la violenza. La possibilità che attori non statali possano influenzare le filiere globali, i rifornimenti energetici e la stabilità regionale senza dover formalmente conquistare uno Stato.
| Teatro | Tecnologie e metodi visibili | Attori principali | Effetto strategico | Lezione per il Sahel |
| Ucraina | AI per analisi e comando, droni FPV e ISR, guerra elettronica, integrazione dati | Stati regolari e industria defence tech | Accelerazione della “kill chain” e vantaggio decisionale | Anche attori meno forti possono moltiplicare la propria capacità tramite tecnologia commerciale e software |
| Mar Rosso e asse Iran-Houthi | Droni, missili, minaccia alle rotte, pressione assicurativa e logistica | Houthi, Iran, shipping globale, compagnie energetiche | Aumento dei costi di transito e deviazione dei flussi commerciali | Colpire nodi logistici può valere più della conquista territoriale |
| Sahel | Droni commerciali modificati, connettività satellitare, propaganda video, attacchi a basi e aeroporti | JNIM, IS Sahel/ISWAP, giunte AES, Africa Corps, reti criminali | Erosione del controllo statale, pressione su miniere, corridoi e città | In territori fragili, strumenti relativamente semplici possono produrre effetti geopolitici sproporzionati |

Le più accreditate valutazioni concordano che la minaccia jihadista nel Sahel si è evoluta oltre la semplice detenzione del controllo rurale. L’Afrique Center for Strategic Studies segnala che il Sahel rimane la regione con il più alto numero di decessi legati a gruppi islamisti armati nel continente africano e che lJNIM è la principale fonte di violenza nella regione, rappresentando la maggioranza degli attacchi e dei morti. Nel frattempo, Reuters e altre fonti recenti indicano che gli attentati non sono più solo contro le aree periferiche ma dall’attacco jihadista incombe da basi, aeroporti e città capoluogo da Bamako a Niamey nel 2026. E questa conversione vale molto: andare in direzione di nodi urbani e logistici significa passare dall’insurrezione al ricatto strategico.
Anche la “postura” di JNIM è da tenere d’occhio. Secondo un recente rapporto Reuters, in alcune aree del Mali dove il gruppo si prepara a costruire un più forte dominio, le milizie stanno addolcendo la loro brutalità e cercando di governare in modo più ordinato. Non stiamo parlando di una vera moderazione: questa è una tipologia di concretezza. Sul pian o politico, il jihadismo può quindi affermarsi non solo come attore armato ma anche come soggetto ordinatore – pur con qualità surrogate – in contesti in cui lo Stato è percepito come assente, predatorio o arbitrario. Ed è a questo punto che fattore tecnologico diventa sensibile: Non è necessario avere una forza simmetrica se si hanno sotto controllo l’informazione, la mobilità e la capacità di colpire obiettivi simbolici.
La dichiarazione del Mali, Burkina Faso e Niger da ECOWAS e socchiudere la cosiddetta Alleanza dei Paesi del Sahel ha creato una netta discontinuità tra loro e l’ordine precedente regionale. La promessa implicita delle giunte – più sovranità, più sicurezza, meno dipendenza dall’Occidente – non ha prodotto alcuna stabilizzazione visibile. Reuters ha descritto il 2026 con il ritiro da Kidal di Africa Corps e le difficoltà di Mosca di presentarsi come garante di sicurezza nel nord del Mali. Allo stesso tempo, poi, il peggioramento delle relazioni con la Francia e quella che sembra una progressiva chiusura diplomatica nella regione stanno tarpandone le ali in termini di cooperazione regionale.
Ma il dato più imbarazzante è tuttavia l’atteggiamento nei confronti delle forze statali. Reuters ha constatato, sulla base di dati ACLED e di un report Human Rights Watch, che gli anni tra il 2023 e l’agosto 2025 sono quelli in cui le forze statali e i loro partner hanno ucciso più civili in Burkina Faso e Mali, superando i gruppi jihadisti. Lo stesso dossier rileva pure un aumento degli incidenti aerei legati ai droni in Mali in seguito all’introduzione dei Bayraktar TB2. Questo non esonera igruppi armati; però spiega anche il motivo per cui la strategia esclusivamente militare continui a fallire. Quando l’antipolitica genera paura, sfollamento e senso di ingiustizia, rinvigorisce il bacino sociale in cui jihadismo attinge.

Le risorse sono il punto in cui il Sahel smette di apparire periferico. IlWorld Bank G5 Sahel reportsottolinea come la regione sia ricca di petrolio, oro, rame, uranio e minerali necessari alla tecnologia delle “verdi”. Il caso nigérien è le plus flagrant. L’Agenzia Euratom per la fornitura precisa infine che nel 2024 anche a causa di l’8,25% dell’uranio naturale sebbene con un forte da parte della stragrande maggioranza delle utility europee. Nel frattempo, nei reportage di Reuters vengono narrati l’abbandono da parte di Orano del controllo sulla operatività della miniera di Somair, e poi la successiva nazionalizzazione rivendicata dal governo nigerino sotto il segno di una brama spesso antagonista, con l’uso politico delle concessioni e la riscrittura di quei rapporti che avevano profondamente mutato il tessuto sociale e politico alle condizioni dei partner stranieri.
Quindi, quando si parla di uranio in Niger, non si parla soltano di estrazione. Si tratta di sicurezza delle filiere nucleari, di margini di manovra diplomatica, di accesso di Russia e Cina a risorse chiave, sensibili, e di rischio logistico perché le rotte di trasporto sono ugualmente solcate da territori già esposti alla violenza armata. Il reportage direportage di Le Monde sul yellowcake bloccato a Niamey illustra bene questo passaggio: la materia prima è non solo un valore economico, ma anche merce geopolitica. Nel Sahel, più il controllo territoriale si frammenta, più la logistica di catena è vulnerabile a ricatti, predazioni e incidenti strategici.
L’oro è la rendita che finanzia il presente; il litio è la scommessa sul futuro. In Burkina Faso, laBanca Mondiale ricorda che l’oro valeva nel 2023 il 16% del PIL e il 22% delle entrate pubbliche, mentre Reuters ha ricordato che il Paese è il quarto produttore africano e che la giunta ha accelerato nazionalizzazioni e revisione delle concessioni. In Mali, Reuters ha documentato un settore aurifero sottoposto a tensioni continue tra lo Stato e i grandi operatori internazionali, con effetti su produzione, investimenti e capacità amministrativa. In parallelo, l’UNODC avverte che nel Sahel il traffico d’oro si intreccia con economie criminali e con la presenza di gruppi armati, soprattutto nei siti informali e lungo le frontiere porose.
Il litio, invece, sposta il discorso dal presente fiscale alle catene del valore della transizione energetica. L’USGS segnala che la sicurezza dell’approvvigionamento di litio è diventata una priorità per le aziende tecnologiche in Asia, Europa e Nord America e che nel 2025 il Mali ha raggiunto 9.400 tonnellate di produzione mineraria, con due operazioni attive e riserve stimate in 370.000 tonnellate. Reuters ha seguito sia l’accordo fra Bamako e Ganfeng per Goulamina, con aumento della quota statale, sia i ritardi regolatori che hanno bloccato esportazioni dal progetto Bougouni. Il punto politico è nitido: il Sahel vuole trattenere più rendita, ma lo fa in un contesto nel quale insicurezza, arbitrio normativo e competizione esterna rischiano di trasformare la “sovranità mineraria” in una nuova fragilità.
| Risorsa | Aree e progetti chiave | Rilevanza globale | Rischi di estrazione e transito |
| Uranio | Niger: Arlit-SOMAIR, Imouraren, area di Agadez | Combustibile nucleare; peso ancora rilevante nelle forniture UE | Colpi di Stato, nazionalizzazioni, contenziosi, transiti insicuri, pressione geopolitica su partner europei |
| Oro | Mali: Loulo-Gounkoto, Sadiola, Kayes; Burkina Faso: Boungou, Wahgnion e altri distretti auriferi | Entrate fiscali, riserva di valore, export dominante in economie fragili | Orpaillage informale, traffico transfrontaliero, sequestri/regole ad hoc, attacchi armati, lavoro irregolare |
| Litio | Mali: Goulamina e Bougouni | Batterie, mobilità elettrica, filiere tech europee e asiatiche | Ritardi autorizzativi, instabilità locale, leva negoziale delle giunte, dipendenza da operatori esteri |
| Petrolio | Niger: giacimento di Agadem e oleodotto Niger-Benin verso Cotonou | Diversificazione export, legame con Cina e corridoi energetici regionali | Contese con il Benin, sabotaggi, vulnerabilità lineare dell’infrastruttura, esposizione a gruppi armati |
Fonti e note: la localizzazione è indicativa e riferita ai principali progetti citati nelle fonti aperte. Per uranio e UE: ESA, Reuters e Le Monde; per oro: Banca Mondiale, Reuters e UNODC; per litio: USGS e Reuters; per il petrolio nigerino: Reuters.

Più potrebbe essere indicato come il più comune l’errore di scrivere, “[i terroristi del] Sahel non usano ancora l’IA come in Ucraina”. Le fonti aperte non consentono a una tale dichiarazione di essere così assertiva. Quello che fanno emergere con nettezza altro è che i gruppi armati stanno cominciando a utilizzare componenti tecnologiche che possono servire come base per un’integrazione sempre più sofisticata nel futuro. Il primo vettore sono i droni commerciali. I rapporti delle cose raccolte aprono ACLED, Policy Center for the New South e analisi citate da Le Monde indicano che JNIM ha accelerato l’utilizzo di droni civili modificati per sorveglianza, propaganda e lanciare bombe con rudimentali ordigni esplosivi. Il secondo vettore è la connettività satellitare: Global Initiative ha documentato l’utilizzo di dispositivi Starlink da parte di JNIM, ISWAP e altri attori armati per comunicazioni, coordinamento e narrazione operativa.
Con questo si può già parlare di “AI”? Non ancora nel senso pieno, stelle per spiegar la direzione. Se un gruppo ha droni a buon mercato, video, terminali satellitari, messaggistica criptata e propaganda digitale, il passo successivo non ha bisogno di un laboratorio militare statale. Egli sostiene l’accesso a strumenti software fondati su: la traduzione automatica, la sintesi vocale, il miglioramento di immagini, la classificazione delle immagini, lo scraping dei contenuti, la generazione di contenuti di tipo propagandistico, e supporto nelle decisioni tattiche. Intanto il mondo si è già dimostrato che questi strumenti sono lì fuori e stanno maturando in guerra: l’Ucraina le integra nel ciclo operativo, mentre lo scontro Iran-Israele assicura che il dominio cyber rimanga vivo anche quando quello cinetico si ancora si ferma. L’inferenza è prudente ma chiara: il Sahel non è oggi il luogo in cui l’AI militare è più avanzata, però è uno dei luoghi in cui la sua democratizzazione può pesare di più.
Qui conviene essere espliciti su un’assunzione metodologica. Le prove pubbliche di un uso sistematico e continuativo di AI generativa da parte di JNIM o IS Sahel sono ancora incomplete; le fonti disponibili documentano meglio droni, satcom, adattamento tattico e governance coercitiva che non modelli linguistici o targeting algoritmico avanzato. Ma proprio questa lacuna dovrebbe interessare chi si occupa di sicurezza: i segnali osservabili precedono spesso la piena evidenza. È già accaduto altrove con i droni a basso costo. In Ucraina, ciò che sembrava “supporto tattico” è diventato architettura di guerra; nel Mar Rosso, ciò che sembrava minaccia intermittente è diventato leva sui flussi globali. Nel Sahel, una combinazione di tecnologia commerciale, know-how trasferibile e pressione su miniere e città potrebbe produrre una minaccia asimmetrica molto più densa di quella che suggerisce il vecchio lessico della contro-insurrezione.
Per questo, nel testo dell’articolo l’AI va trattata come elemento di cornice e di traiettoria, non come slogan futurista. La questione centrale non è se i gruppi jihadisti del Sahel dispongano domani di sistemi autonomi comparabili a quelli statali. La questione è se riescano, prima degli Stati, a usare meglio la combinazione minima che conta davvero in territori fragili: droni economici, collegamento satellitare, produzione rapida di contenuti, scelta flessibile dei bersagli e sfruttamento delle economie illegali. Se ciò accade, l’instabilità del Sahel smette di essere solo africana e diventa un problema di sicurezza continentale, energetica e industriale.
Il Sahel interessa l’Europa per almeno tre ragioni che nel dibattito pubblico vengono spesso separate e invece andrebbero lette insieme. La prima è la sicurezza: il Sahel resta il baricentro della violenza jihadista africana e il suo progressivo slittamento verso aree urbane e costiere amplia lo spazio di destabilizzazione regionale. La seconda è economica: uranio, oro, litio e petrolio non valgono soltanto come export locali, ma come nodi di filiere che toccano energia, mobilità elettrica, finanza e industria. La terza è tecnologica: ciò che in Ucraina, Iran o Mar Rosso appare come guerra avanzata, nel Sahel può tradursi in escalation a basso costo e alta opacità, proprio perché gli strumenti necessari sono sempre meno esclusivi.
La conclusione migliore, allora, non è allarmistica ma concreta. Il Sahel non è un conflitto lontano da osservare solo in chiave umanitaria. È un laboratorio in cui terrorismo, tecnologia accessibile, crisi della sovranità e risorse strategiche si stanno saldando. Allora la domanda da porsi è questa: quanto tempo passa fra un’innovazione che vediamo all’opera in Ucraina o nel Mar Rosso e la sua traduzione, semplificata ma efficace, nei deserti e nelle città del Sahel? Oggi la distanza sembra ancora ampia. In realtà, per molte tecnologie utili alla violenza organizzata, si sta già accorciando.
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