
Nell’era dei social media, gli utenti sono costantemente connessi e aggiornati su tutto ciò che fanno i loro amici, familiari, influencer e le altre persone che seguono sulle diverse piattaforme. I like non sono mai abbastanza. Ogni foto, post, video o reel è a caccia di apprezzamenti, follower e commenti.
La IAD( Internet Addiction Disorder) non è solo in continua crescita ma si è evoluta in alcuni soggetti in quella che viene chiamata FOMO. Questo termine deriva dall’espressione inglese fear of missing out ed indica la paura di restare senza connessione, di rimanere tagliati fuori (Zoli, 2018).
Con l’enorme sviluppo dei social network ed il sopravvento che essi hanno preso sulla nostra vita privata è nata questa nuova forma di ansia sociale. La FOMO incarna perfettamente il tipo di società che vive il nostro secolo ossessionata dalle comunicazioni. Se dovessimo aprire Instagram, Facebook oppure qualunque altra app, in questo momento, cosa vedremmo?
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Probabilmente, tante persone che non conosciamo le quali vivono una vita eccitante e migliore della nostra.Nei social media spesso le cose, le persone, gli eventi e persino la felicità sembrano essere in competizione.
Vedere “reels” di conoscenti o sconosciuti che sorridono e che sono felici ci colpisce, negativamente, perché confrontarci con gli altri influisce sulla nostra autostima, sulla percezione di noi stessi, sui sintomi depressivi e sull’umore.
È come se la nostra vita fosse costantemente in vetrina, così come quella degli altri. Tutto è esploso, maggiormente, con la creazione delle stories di Instagram che consentono di avere un report quotidiano delle vite altrui, entro le 24 ore dalla pubblicazione.
Natalie Christine Dattilo, fondatrice di Priority Wellness Group e insegnante ad Harvard afferma che “gli psicologi hanno iniziato a usare il termine FOMO nei primi anni 2000. La paura di perdersi è una vecchia, anzi, è un’antica paura che è semplicemente tornata in circolo con i social media, ma non dipende direttamente da essi.
Da dove nasce?
Dal fatto che la nostra sopravvivenza come individui all’interno di una “tribù”, e quindi la nostra sopravvivenza come specie, dipendeva dalla lucidità e dalla velocità con cui identificavamo le minacce.
Essere “informati” su quanto accadeva era fondamentale per la nostra sopravvivenza e per tutta la nostra tribù.
Oggi sappiamo che i sistemi per migliorare la comunicazione tra gli esseri umani includono canali come la televisione e – non piacerà a tutti – soprattutto le piattaforme social.
La necessità di controllare le vite altrui, spesso, deriva da solitudine, insicurezza e da insoddisfazione per la propria vita. Quando si è insoddisfatti, si è portati a pensare che le vite degli altri siano migliori.
Per questo, osservandole, ci si proietta sull’ideale di vita che tanto si sogna e si desidera. E nel tentativo di compensare le mancanze della propria vita si cade in un circolo vizioso in quanto solo all’apparenza i social danno la sensazione di tenere compagnia. Monitorare le attività altrui fa cadere in uno stato di solitudine e depressione.
È la coesistenza di più elementi e dipende molto da quanto tempo si trascorre a guardare le vite degli altri. Al contrario di quanto si possa pensare, la FOMO non riguarda soltanto i giovani o nativi digitali che siamo soliti vedere sempre con il capo chino.
A dirlo sono stati i risultati ottenuti da un’altra ricerca condotta presso il Centro per la Diagnosi ed il Trattamento dei Disturbi Depressivi della Psichiatria 2 del Sacco di Milano, dove vengono curate solo persone con età superiore ai 18 anni.
Gli adolescenti e i giovani possono essere particolarmente sensibili agli effetti della Fomo ma non sono gli unici. Vedere amici e amiche che postano contenuti felici può portare al confronto distorto e non realistico ed a un’intensa paura di perdersi le cose che invece altri stanno facendo o vivendo.
Non si tiene in considerazione, che la realtà è diversa da quello che le persone scelgono di raccontare.
È chiaro come la FOMO abbia influenze negative sul benessere psicologico. Essa interferisce con le attività quotidiane, i ritmi sonno-veglia e le prestazioni lavorative. Inoltre, come detto in precedenza, l’uso prolungato dello smartphone conduce, inevitabilmente all’isolamento sociale.(https://www.redhotcyber.com/post/il-fenomeno-della-polarizzazione-in-rete-gli-hikikomori/)
I social non sono “il male” in quanto permettono a chiunque di ascoltare, partecipare e crescere umanamente, grazie all’allargarsi della propria cerchia di appartenenza. Quando vengono utilizzati, consapevolmente e con moderazione, possono migliorare la nostra vita sociale e l’immagine di noi stessi.
Tuttavia occorre chiedersi se non sia proprio il design dei social a peggiorare le cose, risvegliando in modo più violento l’innata capacità umana di provare invidia, gelosia e insicurezza. Trascorrere troppo tempo sul telefono o sulle app dei social media può aumentare la FOMO.
Fare una disintossicazione digitale in cui si prende una pausa consapevole dai dispositivi digitale può aiutare a concentrarsi maggiormente sulla propria vita senza fare confronti costanti e tossici.
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