Red Hot Cyber
Sicurezza Informatica, Notizie su Cybercrime e Analisi Vulnerabilità
Una sala operativa tecnologica illuminata da schermi digitali e interfacce olografiche che rappresentano reti globali di comunicazione e diffusione di contenuti online. Sullo sfondo compaiono figure anonime mentre osservano flussi di dati, volti sintetici generati dall’intelligenza artificiale e mappe interconnesse del mondo. L’immagine simboleggia l’utilizzo dell’AI nella propaganda, nella disinformazione e nei processi di radicalizzazione digitale associati al terrorismo 4.0, evidenziando il ruolo delle nuove tecnologie nella diffusione di contenuti estremisti e nella manipolazione dell’informazione su scala globale.

Terrorismo 4.0: come l’Intelligenza Artificiale sta cambiando la propaganda estremista

5 Giugno 2026 10:09
In sintesi

L’Intelligenza Artificiale sta trasformando il terrorismo moderno attraverso propaganda sintetica, deepfake, radicalizzazione online e reclutamento digitale. L’analisi delle evidenze raccolte da Europol, ONU e NATO mostra come l’AI stia accelerando processi già esistenti, riducendo costi, tempi e barriere operative per gruppi estremisti.

L’intelligenza artificiale non sta “rimpiazzando” il terrorismo di vecchia scuola, ma ne sta alterando il metabolismo. Gli elementi a supporto, al momento, non si riferiscono agli scenari fantascientifici, ma alla capacità di produrre propaganda sintetica, adattare i messaggi ai diversi pubblici, accelerare la radicalizzazione online, superare barriere linguistiche e sfruttare crisi geopolitiche in quasi real-time. Europol riferisce che AI, LLM e deep fake sono già parte del toolkit di terroristi ed estremisti; nel 2025 TE-SAT aggiunge l’uso della Generative AI per propaganda ed hate speach che hanno raggiunto livelli mai visti.

Contemporaneamente deve porre rimedio al problema del sensazionalismo, piuttosto non invano. Tech Against Terrorism ha riportato migliaia di contenuti sintetici nei territori terroristici ed estremisti, ma li definisce come segnali di sperimentazione iniziale; GNET e West Point’s Combating Terrorism Center sostengono che, almeno finora, la diffusione della GenAI tra attori terroristici o violenti estremi è per la maggior parte ad hoc, episodica, e non ancora é veramente trasformativa sul piano operativo. La prospettiva, dunque, non è “tutto cambierà con l’AI” ma “con l’AI stiamo già assistendo a una riduzione dei costi, dei tempi e delle barriere di accesso della propaganda, della persuasione e di alcune forme di supporto operativo”.

La minaccia cambia pelle

Per anni, il terrorismo è stato narrato come una combinazione di ideologie, clandestinità e azioni violente; recentemente l’immaginario collettivo lo ha associato al mondo arabo ma non è solo così. Oggi queste variabili sono ancora valide, ma si è aggiunta una nuova determinante: l’infrastruttura digitale. Europol nota che AI, LLM e deepfake sono ora parte del kit di strumenti di terroristi ed estremisti violenti per amplificare i loro messaggi, propaganda, reclutamento, nonché per evadere il rilevamento. Non è una questione teorica: nel 2024 l’Unione europea ha contato 58 attacchi terroristici tra quelli portati a termine, falliti o sventati, con il jihadismo ancora la forma più letale.

Advertising

Quindi il problema non è pensare a un futuro lontano dove potremmo avere “robot terroristi”, ma capire come una tecnologia general purpose stia cambiando un sistema che già esiste. Europol segnala anche la crescita di minorenni coinvolti in attività terroristiche ed estremiste (come, ad esempio, il recente caso di Modena), di comunità sempre più ibride nel web, e dell’effetto mobilizzante di crisi geopolitiche (Gaza, Ucraina, Africa “saheliana”). In questo senso l’AIè un significativo acceleratore: perché facilita produrre contenuti, tradurli, personalizzarli e farli circolare a velocità dentro nicchie transnazionali difficili da presidiare.

Dove l’AI diventa un’arma

È nella disinformazione che l’AI si rivela oggi più utile per gli attivisti estremisti, infatti, l’adozione della generative AI per produrre e veicolare propaganda. In questo senso basti sapere che Tech Against Terrorism, ha rimosso oltre 5.000 contenuti generati con AI presenti in spazi terroristici o di estremismo violento, rilevando come la sperimentazione avvenga tanto in ambienti jihadisti quanto neonazisti.

I dati non sono solo ipotetici; GNET ha descritto video diffusi in canali pro-Islamic State con un anchor sintetico in arabo che riassemblava materiali ufficiali in formato “notiziario”; in un altro caso ha ricostruito la circolazione di immagini e audio deepfake legati alla narrativa dell’“Israeli Diaper Force”, dove contenuti apertamente artificiali hanno funzionato come meme politici, non perché perfetti, ma perché rapidi, emotivi e facili da condividere. È qui che l’AI diventa arma: non tanto quando crea il falso indistinguibile, ma quando industrializza il falso abbastanza credibile da saturare l’attenzione.

Un altro aspetto rilevante è il reclutamento. L’uso dell’AI aiuta gli attori estremisti a rendere più semplice ma al contempo più adeguata, la personalizzazione del messaggio, la traduzione multilingue e l’interazione pseudo-personale con potenziali simpatizzanti. Ciò non significa che un chatbot “crei” da solo un terrorista; significa però che può abbassare gli attriti, moltiplicare le lingue disponibili e trasformare un contenuto propagandistico in una conversazione apparentemente su misura dove, in un ambiente digitale dominato da app mobili, feed e messaggistica, ciò vale più di quanto sembri.

Questo conta ancora di più all’interno di ecosistemi innervati da adolescenti e giovani adulti. Vi è una forte relazione tra l’aumento di minori coinvolti in attività terroristiche ed estremiste con problemi come isolamento, dipendenza digitale e socializzazione online. In un ambiente simile, strumenti di traduzione, sintesi vocale e generazione automatica non inventano il radicalismo, ma possono aumentarne la velocità di esposizione e la capacità di attraversare confini linguistici e subculturali. È un rischio meno spettacolare di un attentato, ma spesso più sottovalutato

Advertising

Un ulteriore elemento di analisi è quello che separa l’influenza dall’azione. L’Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta al terrorismo tiene presente, già nel rapporto UN-UNICRI del 2021, affermava che i rischi dell’IA nel terrorismo rientrano in tre categorie principali: attività informatiche dannose, facilitazione di attacchi fisici e interferenze politiche. Il rapporto CTPN (Counter Terrorism Preparedness Network) del 2025 afferma che l’IA può contribuire alla crescita dell’estremismo attraverso i media sintetici e, a lungo termine, fungere da facilitatore per gli attacchi fisici; allo stesso tempo, insiste su una lettura di high-level, proprio per evitare derive deterministiche e ipertecniche.

Questa cautela è opportuna. Nel 2025 e nel 2026 hanno iniziato a emergere casi pubblici in cui l’IA di generazione generale è stata impiegata in operazioni di ricerca, nella stesura di manifesti o nel supporto alla pianificazione di individui violenti, ma sia GNET che CTC West Point suggeriscono che non si dovrebbe equiparare la presenza dell’IA a una trasformazione automatica delle capacità terroristiche. Allo stesso tempo, analisi più recenti della RAND, Allo stesso tempo, analisi RAND più recenti ricordano che i modelli avanzati possono ridurre alcune barriere di accesso a conoscenze pericolose in ambiti ad alto rischio, il che spiega perché il tema venga trattato sempre più come questione di sicurezza nazionale e non come sola moderazione di contenuti.

Perché non è ancora una rivoluzione totale

Per questo motivo, l’analisi che qui facciamo non è “l’AI cambiarà tutto” ma “l’AI sta già cambiando alcuni elementi chiave”. Se per un verso alcuni sostengono che l’uso di nuove tecnologie da parte di gruppi terroristici, sono ad oggi sperimentali e, per ora, sono più in favore di tecnologie a basso costo e facilmente accessibili (rispettivamente GNET e CTC West Point). Di fatto questi strumenti sono ad oggi utilizzati in favore di propaganda ai fini di proselitismo e reclutamento. L’accelerazione sta nel costo-impatti. Un contenuto sintetico, un audio clonato, una traduzione automatica o un gruppo di account coordinati, possono ampliare il pubblico, sfruttare una crisi geopolitica e complicare il lavoro di chi deve attribuire, contestualizzare e confutare con la velocità richiesta. Proprio in questa direzione va l’approccio a questo tema da parte della NATO ovvero l’ operative information e della democratic resilience.

Le contromisure che servono

Le contromisure efficaci non devono essere quella di censurare in modo generalizzato, ma piuttosto la risultante di prevenzione, capacità tecnica e cooperazione. Tech Against Terrorism segnala che i mezzi “artificiali” potrebbero minare strumenti di rilevazione basati unicamente su hash di contenuti già noti; GIFCT (Global Inter Forum to Counter Terrorism) ribadisce come servano standard di sicurezza, tassonomie condivise, maggior scambio tra piattaforme servizi, governi, società civile e ricercatori. Il concetto di base è semplice: se la produzione di contenuti estremisti si fa più rapida e adattiva, la risposta non può più essere frammentata o limitata a piattaforma per piattaforma.

Nel 2026 l’ONU ha reso disponibile sia una Practice Guide su AI e prevenzione dell’estremismo violento che un policy brief sulle misure legislative e politiche per contrastare l’uso dell’AI e delle nuove tecnologie per fini terroristici. A livello europeo, l’AI Act, è stato approvato il 12 luglio 2024, in vigore dal 2 agosto 2024 con la comprensione di aree di applicazione fino al 2027. Ma la regolazione, da sola, non basta: serve un approccio basato anche su prevenzione, resilienza comunitaria e alfabetizzazione digitale, perché la minaccia si muove continuamente fra online e offline.

Conclusione

Il problema reale per il TERRORISMO 4.0 (ovvero quell’estremismo che può usare AI generativa, deepfake, automazione, traduzione istantanea, profilazione dei pubblici, immagini sintetiche, bot, contenuti personalizzati e strumenti predittivi. Qui non cambia solo il mezzo di comunicazione, cambia la capacità di produrre, adattare e moltiplicare il messaggio.), non è la tecnologia in sé, ma come questa viene adottata in ambienti radicali che sono da sempre abili nel sfruttare ogni potenziale punto debole: sociale, comunicativo, politico e digitale. L’intelligenza artificiale non crea una minaccia completamente nuova, ma accelera, espande e approfondisce vecchie tattiche.

Certamente, la risposta non può essere tutta affidata alla tecnologia. Serve raffinatezza nei meccanismi di analisi, poteri di lettura delle narrazioni ostili ma soprattutto, cooperazione stabile tra istituzioni, intelligence, piattaforme digitali, ricerca e società civile. La prevenzione non è soltanto nel riconoscere contenuti pericolosi, ma nel comprendere l’ecosistema nel quale quei contenuti sono prodotti, si muovono e hanno effetti. La prova più difficile sarà proteggere lo spazio informativo dal farlo trasformare in uno spazio ristretto, sorvegliato e inaffidabile. Le democrazie devono combattere la propaganda, la manipolazione e la radicalizzazione sul proprio suolo senza modificare troppo il confine che separa sicurezza e libertà, prevenzione e controllo, analisi di rischio e compressione del dissenso.

La timeline di seguito mostra il passaggio da warning teorici ai primi casi documentati e poi a una fase di governance e mitigazione. È utile perché mostra che l’evoluzione dell’AI terroristica, finora, è stata molto più rapida sul piano comunicativo e informativo che su quello strettamente operativo questo per un motivo tanto semplice quanto letale: al terrorismo servono proseliti, martiri e seguaci (la rete deve essere a “strascico” per massimizzare i credenti). Il mezzo è invece semplice e deve appartenere alla vita quotidiana di tutti per massimizzare l’effetto terrore (un’auto, un fucile, un coltello ecc..)


📢 Resta aggiornatoTi è piaciuto questo articolo? Rimani sempre informato seguendoci su 🔔 Google News.
Ne stiamo anche discutendo sui nostri social: 💼 LinkedIn, 📘 Facebook e 📸 Instagram.
Hai una notizia o un approfondimento da segnalarci? ✉️ Scrivici


Massimo Dionisi 300x300
Analista geopolitico e cybersecurity specialist, esperto di terrorismo e cyberterrorismo. Autore di studi su Sahel, risorse strategiche e sicurezza digitale, collabora con istituzioni, accademie e progetti formativi su AI e cybersecurity.
Aree di competenza: Cybersecurity, Cyber Threat Intelligence, Geopolitica, Cyberterrorismo, OSINT, Analisi del rischio, Sicurezza delle infrastrutture critiche, Intelligenza artificiale