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Elon Musk Un imperatore piccolo piccolo
Elon Musk Un imperatore piccolo piccolo

Un imperatore piccolo piccolo

Ci risiamo: Elon Musk prende decisioni e fa scappare gli utenti da Twitter verso

Mastodon. Sembrerebbe quasi che egli sia l’unico a non considerare discutibili quelle decisioni ma poco importa, tanto “il pallone è mio e ci faccio quel che dico io“.

Si dovrebbe scomodare il Dott. Sigmund Freud per analizzare la psiche del neoproprietario di Twitter, perché nessuno capisce realmente quali siano i suoi obiettivi – probabilmente nemmeno i dipendenti superstiti e che gli stanno accanto quotidianamente.

Tutto è cominciato nella notte (italiana) a cavallo fra giovedì 15 e venerdì 16 dicembre, nel momento in cui uno tsunami di ban e di limitazioni agli account ha investito il Twitterverso. Il primo a cadere è stato l’account @elonjet, creato da uno studente per seguire gli spostamenti di Musk a bordo del suo jet personale. A ruota, è stata comminata la sospensione a una lunga serie di account appartenenti a giornalisti di diverse nazioni, rei dell’essersi interessarti agli affari di Musk e per aver rivelato che questi affari non sono poi così brillanti. Infine, è calata la mannaia della censura nei confronti di Mastodon, impedendo agli utenti di postare tweet con link a messaggi presenti su Mastodon e mostrando sotto questi un avviso riguardante una presunta violazione della Url Policy di Twitter, poiché i link diretti a Mastodon sarebbero potenzialmente pericolosi.

Proviamo a districare la matassa.

La lunghezza dell’articolo mi costringe a mettere qui un sommario per una più rapida consultazione:

  1. @elonjet
  2. I giornalisti sospesi
  3. Mastodon filtrato
  4. Un imperatore in pectore
  5. L’imperatore e la sua arena
  6. Le paure dell’imperatore
  7. Cosa verrà dopo?
  8. L’ultima genialata.

1 – @elonjet

La giustificazione ufficiale per la sospensione dell’account creato da Jack Sweeney risiederebbe nella pubblicazione illecita di dati che sarebbero privati. In realtà, è esattamente il contrario: il programmatore del bot collegato a @elonjet sfrutta i dati di navigazione aerea che devono essere pubblici per forza di cose. Quei dati, infatti, servono alla gestione del traffico da parte delle torri di controllo, così da evitare che due aeromobili siano tanto vicini tra loro da rischiare la collisione, oppure per verificare che un velivolo non si ritrovi in una no-fly zone istituita per ragioni di sicurezza pubblica. Avete mai visitato il sito FlightRadar24? Ecco, quel sito sfrutta gli stessi dati per visualizzare graficamente gli spostamenti di tutti gli aeromobili, dunque quali sarebbero i dati privati diffusi illecitamente da @elonjet? Nessuno. Semplicemente Musk ha deciso che non gli stava bene far conoscere la propria posizione attraverso la piattaforma per cui ha speso 44 miliardi di dollari.

Attenzione! Bisogna ribadire che stiamo parlando di decisioni assunte da Musk in persona e non da Twitter attraverso un team di moderazione: tutto questo, ormai, non esiste più ed è Musk in persona a comandare blocchi e limitazioni nei confronti di chi abuserebbe della sua piattaforma sociale (oppure di chi semplicemente non gli piace).

@elonjet sospeso alla data del 18/12/2022

Come se non bastasse, dopo la sospensione di @elonjet, è arrivata anche la sospensione dell’account personale del suo creatore Jack Sweeney (@JxckSweeney).

2 – i giornalisti sospesi per doxxing.

In modo direttamente collegato alla vicenda di @elonjet, a ruota è arrivata una raffica di sospensioni e blocchi nei confronti degli account di nove giornalisti USA, rei d’aver semplicemente svolto il proprio mestiere.

Nello specifico, Musk ha giustificato l’azione sostenendo che chiunque riporti informazioni relative agli spostamenti suoi e dei suoi familiari viene immediatamente bannato per aver praticato il doxxing; in questo specifico caso, quei giornalisti hanno semplicemente scritto dell’attività di @elonjet, perciò sono stati sospesi meramente per proprietà transitiva.

In questo frangente, tra la sospensione di @elonjet e quelle dei giornalisti, Musk ha pubblicamente denunciato un fatto strano: ha dichiarato che a causa del continuo doxxing, un “pericoloso stalker” ha seguito un’auto con il figlio di due anni a bordo e, approfittando di un ingorgo stradale, costui ne avrebbe approfittato per saltare in piedi sul cofano della vettura, credendo che all’interno vi fosse lo stesso Musk. La vicenda è avvolta dal mistero poiché non vi sarebbero prove che attestino la veridicità di quanto lamentato dal milionario imprenditore che, tuttavia, ha invitato tutti gli utenti di Twitter ad aiutarlo nell’identificazione dell’aggressore, mostrando pure um breve video in cui appare il numero della targa della presunta vettura del presunto stalker. E tanto gli è bastato per giustificare la raffica di sospensioni: divulgate gli spostamenti della mia famiglia e mi aggrediscono quindi siete responsabili e vi sospendo da Twitter.

Naturalmente gli ambienti del giornalismo non sono rimasti a guardare e i vari editori (affiancati persino da diverse istituzioni sovranazionali) hanno tuonato contro il CEO di Twitter proprio perché queste azioni tutto sembrano meno che dirette a tutelare la libertà d’informazione e l’abusato concetto di free speech che Musk sbandiera ai quattro venti. Effettivamente, basta star fuori da Twitter per un certo periodo – come il sottoscritto – e rientrarvi per osservare un netto cambiamento d’atmosfera: la lista italiana dei trending topic è sempre più infarcita di hashtag filorussi, filoputiniani e comunque promossi ad arte da una macchina della propaganda ombra. Prendendo il coraggio a quattro mani e aprendo uno di quei topic si può osservare un aumento esponenziale della partecipazione di account esplicitamente orientati a destra, no vax, mattonistibandierini e altra robaccia simile; parimenti ho notato un drastico calo di interazioni tra account, pur chiaramente orientati nello stesso senso, come se tutte queste persone (?) scrivessero solo per il gusto di scrivere usando quello specifico hashtag – il che alimenta ulteriormente la mia idea di macchina della propaganda ombra. Se poi si tenta di capire cosa succede fuori dalla bolla del Twitter italiano, ci si scontra con una realtà simile anche nelle “bolle Twitter” di altre aree del pianeta: l’avvento di Musk ha praticamente legittimato la divulgazione di bufale, di hate speech (altro che free!) e atteggiamenti passivo-aggressivi. Non a caso, i più felici dell’avvento di Musk alla guida di Twitter sono proprio i filotrumpiani, una gioia culminata con la riattivazione dell’account dell’ex presidente Trump, nonostante costui abbia espresso la volontà di non tornare a twittare e di voler restare su Truth Social (e te credo: ciascuno a casa sua fa e dice quel che vuole).

Sospesi gli account, i giornalisti hanno scoperto una falla nel sistema di Twitter e si sono riorganizzati attraverso gli Spaces, così hanno iniziato a parlare in diretta fra loro e con il pubblico, denunciando l’operato del CEO; questi, suo malgrado, probabilmente ignorava il fatto che la partecipazione agli Spaces fosse svincolata dallo stato dell’account. Risultato: appena informato, Musk ha ordinato la disattivazione globale di Spaces per poi ripristinarlo in meno di ventiquattro ore, adducendo un malfunzionamento del sistema.

3 – Mastodon filtrato.

La terza azione che ha scosso Twitter nel week-end è singolare e incredibile contemporaneamente: chiunque provi a scrivere un tweet contenente un link a Mastodon non potrà proseguire con la pubblicazione; qualora vi riuscisse (è un comportamento veramente random), il lettore del tweet si ritroverebbe un avviso riguardo la presunta pericolosità del link pubblicato, come se Mastodon fosse un covo di criminali che conducono attività illecite. Evidentemente Elon Musk non sa (o ignora deliberatamente) che Twitter è utilizzato per la condivisione di materiale pedopornografico, a dispetto delle già sbandierate politiche di lotta a questo spregevole fenomeno.

Perché il proprietario di un social network da 400 milioni teme così tanto un progetto libero, condiviso e federato, un qualcosa che qualcuno prima definiva “roba da nerd talebani dell’open source“? Proveremo a dare una risposta fra poco. L’unica certezza è che quest’azione, condotta indiscriminatamente, ha colpito nel mucchio nel tentativo di limitare la cosiddetta #TwitterMigration, in atto ormai dal 7 novembre.

4 – Un imperatore in pectore.

Dobbiamo ringraziare Elon Musk per quel che ha fatto sin qui e per quel che ancora farà pur di portare l’umanità su Marte; dobbiamo ringraziarlo anche per aver dato una spinta all’adozione dei veicoli a trazione elettrica e per la diffusione dei benefici provenienti dall’uso di energie rinnovabili.

Tuttavia, Musk ha un lato oscuro che non bisogna mai trascurare.

Da ottimo affarista ha capito come piegare i mercati alle proprie esigenze, anche proponendo progetti solo apparentemente innovativi e che poi si sono rivelati dei flop clamorosi. Sorvoliamo sul (non) lanciafiamme della Boring Company, un attrezzo che può essere definito lanciafiamme solo sulla carta e che sembra buono solo per accendere un barbecue, se paragonato ad altri lanciafiamme. L’esempio di flop mascherato da progetto rivoluzionario è Hyperloop, il treno modulare che dovrebbe viaggiare in un sistema di tubi sottovuoto, metodo che azzera l’attrito delle parti in movimento e aumenta la velocità in modo vertiginoso. In sostanza il treno viene “sputato” da una parte all’altra del tracciato senza incontrare alcuna resistenza fisica ma ciò potrebbe avere conseguenze pericolose, dato che è stato dimostrato che un tubo di hyperloop potrebbe implodere per una minima variazione di pressione atmosferica al passaggio delle vetture.

Sin dall’inizio Musk si è affrettato a dire che non avrebbe costruito il sistema attraverso una propria azienda ma che avrebbe soltanto venduto le licenze sul progetto originario e, naturalmente, molte sono state le aziende accorse a pagare per acquistare un’idea. Come se inventassi il motore ad aria esofagica e vendessi i diritti per la costruzione di un rivoluzionario “motore a rutti”. E che fosse aria fritta sin dall’inizio, lo si può vedere oggi: nonostante i numerosi test condotti, non esiste una tratta Hyperloop in servizio effettivo, nemmeno fra Dubai e Qatar, ove erano state progettate varianti con interconnessioni in grado di aggiungere e sottrarre moduli al treno, così da poter creare convogli separabili lungo la rotta.

Musk è anche noto per Tesla e questa, nonostante la parvenza di successo commerciale, è anch’essa un mezzo flop accuratamente progettato dal diabolico CEO.

Tesla ha una vita piuttosto bizzarra: i veicoli prodotti sono di qualità discutibile, l’assistenza ai clienti è quel che è ma tutto ciò non importa più di tanto al suo CEO. Tesla, infatti, non guadagna più di tanto dalla vendita diretta dei propri veicoli ma beneficia di un grande introito da parte dei produttori di veicoli “tradizionali” nonché suoi concorrenti: la legislazione USA premia Tesla in quanto produttrice di veicoli a zero emissioni (ZEV) fornendole i cosiddetti carbon credits, titoli che un’azienda può usare per compensare le emissioni di Co2 (anidride carbonica) nell’ambiente; detti crediti per Tesla sono inutili per definizione – parliamo di un’azienda green – e, pertanto, la negoziabilità dei carbon credits consente a Tesla di venderli alla concorrenza, così che i produttori di auto a combustibile fossile possano rientrare nei limiti imposti dalla legislazione ed evitare le sanzioni previste. A conti fatti, alle aziende concorrenti interessa che Tesla produca veicoli ZEV, a prescindere dal successo di vendita, e a Tesla non interessa soltanto produrre veicoli ZEV, a prescindere dalla qualità delle finiture e della progettazione. Le aziende che producono veicoli ZEV in concorrenza diretta con Tesla, vendono modelli di gran lunga migliori e con servizi d’assistenza di altissimo livello. I modelli di Tesla, invece, gettano fumo negli occhi con la guida autonoma (di buon livello ma non scevra da difetti) e con servizi nerd quali la modalità “sorveglianza” o la modalità “spettacolo di luci” che trasforma la vettura in una discoteca.

Space X fa storia a sé perché lavora a stretto contatto con l’amministrazione del governo USA e per forza di cose deve essere gestita diligentemente – anche se non mancano segnalazioni riguardo un ambiente di lavoro difficile.

Musk, quindi, era già a capo di un impero quando (quasi per scherzo) iniziò a dire di voler acquistare Twitter; dopo l’acquisto, però, è venuto fuori il carattere dell’imperatore, dell’uomo solo al comando che pretende di voler fare le cose solo nel modo che gli passa per la testa. Se questo è stato possibile con le aziende che ha fondato, non è altrettanto si è rivelato possibile con l’acquisto di un’azienda preesistente e con principi consolidati.

5 – L’imperatore e la sua arena.

Nel corso degli anni Twitter è diventata il social media dell’informazione online: le maggiori testate giornalistiche internazionali lo hanno scelto per promuovere i propri contenuti; i giornalisti di tutto il mondo lo hanno scelto per la libertà di fare informazione in prima persona, senza passare attraverso una redazione; la lotta alle fake news è iniziata proprio su Twitter con la nascita di account e gruppi “di ascolto” che si occupano dell’autenticità delle informazioni diffuse. In sostanza, Twitter aveva da poco raggiunto l’apice della propria funzione, a dispetto delle crescenti difficoltà finanziarie.

La vicenda dell’acquisto da parte di Musk è storia nota: un estenuante tira e molla con cui il futuro acquirente ha tentato di ridurre il prezzo a una soglia più ragionevole (Twitter è stato venduto sovrapprezzato), finito con l’esborso di una vagonata di miliardi, versata con un sorriso tiratissimo da parte del nuovo proprietario.

Ecco, quella è stata l’inizio della trasformazione di Twitter in un’arena e, col senno di poi, quel mantra (“Vox populi, vox dei“) non sembra sparato a caso da Musk. L’ha scritto all’indomani della riattivazione dell’account di Trump quale esito di un sondaggio postato su Twitter: Musk ha delegato una decisione così importante a un popolo effimero, fatto di account multipli, fake e bot, dunque con un’attendibilità vicina allo zero. Un’operazione degna del peggior imperatore romano: pollice giù o pollice su. In questo caso pollice su con acclamazione di quella fetta di popolo che non attendeva altro se non il ritorno su Twitter del mandante morale dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2001.

Una chiara mossa propagandistica perché altri account, sospesi perché propalatori di bufale o, comunque, in violazione dei termini di servizio del “vecchio” Twitter, sono stati riabilitati direttamente dal CEO – sempre con gran acclamazione popolare e sempre sotto l’egida del free speech – ma senza la cassa di risonanza di un sondaggio.

Identicamente, subito dopo la raffica di sospensioni dei giornalisti, Musk ha promosso un nuovo sondaggio (due in realtà perché già col primo vox populi si è es.

Unsuspend accounts who doxed my exact location in real-time” è il messaggio associato al sondaggio, con il quale Musk fa implicitamente riferimento agli account dei giornalisti sospesi e non anche a @elonjet, sospeso con una motivazione identica.

Ancora una volta, vox populi vox dei, ma solo gli account dei giornalisti sono stati riattivati: @elonjet e l’account di Jack Sweeney risultano ancora sospesi.

L’atteggiamento da imperatore si intensifica: attualmente in Twitter è lo stesso CEO a decidere chi può stare sulla piattaforma e chi no, soprattutto se in aperto contrasto con lui.

6 – Le paure dell’imperatore.

Tutti gli imperatori, i comandanti supremi, i dittatori, si mostrano come personaggi forti e sprezzanti del prossimo, soltanto per nascondere le paure che li corrodono dall’interno. Musk non sta sfuggendo a questa regola.

Facciamo un breve passo indietro. Social alternativi ai colossi monopolistici ne esistono diversi e da anni. Uno dei primi è Diaspora, una sorta di Mastodon troppo in anticipo sui tempi pensato più per essere un’alternativa a Facebook anziché a Twitter; il vero punto di svolta, però, è l’introduzione del protocollo federato ActivityPub, un insieme di API che consentono la creazione di reti sociali federate tra loro e, perciò, in grado di costruire network liberi e non nelle mani di poche corporation miliardarie, in grado di definirne scopi, modi d’uso e funzionamento. L’importanza di questo protocollo è tale che dal 2018 il W3C (World Wide Web Consortium, il governo del Web) ne raccomanda l’utilizzo per contrastare le crescenti minacce nei confronti della net neutrality – già ampiamente schiacciata dagli abusi perpetrati dagli algoritmi dei social network maggiori che stabiliscono dietro le quinte quali contenuti mostrare e quali occultare alla vista degli utilizzatori. Sfruttando ActivityPub, poi, sono nati centinaia di social media federati, tutti perfettamente compatibili l’uno con l’altro indipendentemente dal target di riferimento (Mastodon, Peertube, Writefreely, Pleroma, Friendica, ecc.)

Fast forward ai giorni nostri. Musk ha accidentalmente creato il proprio peggior incubo nel momento in cui ha messo piede nella sede di Twitter per licenziare la metà dei dipendenti, decretare lo spegnimento di alcuni microservizi (tra cui l’autenticazione a doppio fattore, motivo per cui tutt’oggi parecchi utenti non riescono più a fare un nuovo login) e iniziare ad affettare l’impianto stracollaudato di Twitter col machete come se non esistesse un domani.

Se oggi esiste una corposa migrazione da Twitter verso Mastodon, l’unico responsabile è Elon Musk in persona.

Tutto è accaduto quando Paul Krugman (un giornalista del Wall Street Journal) si è lamentato su Twitter della lentezza dei server e della difficoltà di scrivere un tweet. Era proprio il 7 novembre e Musk, con una reazione indegna persino di mia figlia che ha 5 anni e va all’asilo, ha risposto così:

Un gioco di parole per dire “Se non ti piace più Twitter vattene su Mastodon“. Detto? Fatto!

La prima migrazione di massa è avvenuta in quella data e, nell’arco di un mese e più, ve ne sono state altre due, così imponenti che Mastodon, da oscuro oggetto nel Web si è trasformato in un’inaspettata isola di pace. La migrazione, inoltre, ha coinvolto account “di alto livello”, non solo i semplici utenti: Musk lo sta capendo in questi giorni e ha iniziato a vedere Mastodon come un acerrimo nemico.

Mastodon è l’esatta antitesi di Twitter: un social democratico, federato, senza algoritmo che spinge certi contenuti a discapito di altri, free speech reale e nei limiti del lecito, automoderato perché la responsabilità dei contenuti ricade sui gestori delle singole istanze. È l’espressione del Web come sarebbe dovuto essere se non fossero mai nati Facebook & co., un Web ritmato dai tempi umani, con contenuti non condizionati dagli inserzionisti pubblicitarie e mostrati in un puro ordine cronologico.

Mastodon è apparso ai veterani del Web come un ritorno alla normalità che si è perduta nel corso degli anni, soprattutto negli ultimi, a causa di una forma di moderazione dei contenuti molto blanda perché, altrimenti, una moderazione forte avrebbe potuto interferire con i ricavi pubblicitari delle aziende che oggi reggono i social media oligopolisti.

Ora l’imperatore Musk ha paura: i sudditi hanno scoperto che esistono altri mezzi per comunicare davvero liberamente e un po’ alla volta stano lasciando Twitter, ormai in mano a un manipolo di estremisti esaltati che iniziano a marcare il “territorio” perché si sentono i proprietari di fatto di quel social.

Ciò che Mastodon sta realizzando è roba che non esisterebbe nemmeno nei migliori sogni erotici di Karl Marx, l’unione dei proletari che riesce a far vacillare il palazzo del padrone. Il popolo sta scuotendo Twitter dalle fondamenta ma Musk – forse involontariamente – sta contribuendo ampiamente a tutto ciò e chissà se ne è al corrente o meno.

Dunque, dopo un primo sbeffeggiamento, adesso Musk osteggia Mastodon perché teme che dalla migrazione derivi un danno al giocattolo che ha pagato a caro prezzo: innanzitutto teme che la riduzione della base utenti spinga gli inserzionisti ad allontanarsi da Twitter – meno utenti, meno pubblicità e pubblicità meno redditizia – e, in seconda battuta, teme un danno all’immagine del prodotto Twitter, la cui diretta conseguenza potrebbe essere una svalutazione del prodotto “Twitter” nel momento in cui Musk dovesse prendere la decisione di disfarsene. È ben noto che nella testa di un imprenditore lo scopo non è quello di far crescere la propria azienda e mantenerne la guida quando il valore attuale è ben superiore al valore iniziale; in genere, un imprenditore fonda un’azienda, la fa crescere e la rivaluta quindi fa un exit e la vende ad altri per guadagnarne. Musk, invece, ha pagato troppo un’azienda che non valeva il prezzo pagato ma si sta rendendo conto che gli ultimi avvenimenti stanno ulteriormente deprezzando quell’azienda (e con essa anche le azioni delle altre sue aziende, soprattutto quelle di Tesla) ma, nella sua logica contorta, tutto ciò è colpa:

  • di un tizio che ha creato un bot per seguire gli spostamenti del suo jet attraverso l’uso di dati obbligatoriamente pubblici per legge;
  • dei giornalisti che riportano notizie correlate a quel bot o comunque accusate di fare come quel bot e in un modo che lui non gradisce (alla faccia del free speech);
  • di Mastodon soltanto perché esiste e cresce spontaneamente per la migrazione in uscita da Twitter.

Delle tre entità, però, è proprio Mastodon che lo spaventa maggiormente perché sfugge al suo controllo e, mentre un account nella sua piattaforma può bloccarlo arbitrariamente (vedi @elonjet), contro Mastodon può soltanto segnare come pericolosi i link da Twitter in uscita verso Mastodon; in particolar modo, sembra che in Twitter abbiano imposto tale limitazione solo ai link diretti alle istanze Mastodon più numerose, compresa l’italianissima Mastodon.Uno e l’istanza originaria Mastodon.social. In più, Musk ha tentato di sospendere anche l’account @joinmastodon con cui Eugen Roshko promuoveva il proprio progetto, adducendo la risibile giustificazione di violazioni dei termini di servizio della piattaforma.

Oggi, mentre @joinmastodon è stato ripristinato, permane la segnalazione di pericolosità e se si tenta di scrivere il collegamento al proprio profilo Mastodon nella bio su Twitter, appare questa segnalazione:

I collegamenti a Mastodon sono equiparati a malware! Questo accade ormai da quarantotto ore, dato che io stesso ho messo il collegamento al mio profilo Mastodon il 7 novembre e tutt’oggi risulta accessibile senza la comparsa di avvisi del genere.

Come tutti i dittatori, comandanti supremi, imperatori, Musk si atteggia a paladino della libertà d’espressione ma osteggia un’opposizione con il metodo della menzogna. Un momento… Mi sembra che ci sia qualcun altro che usi questi metodi da diversi anni… uno che ultimamente tenta di giocare a Risiko sul campo perdendo in malo modo…

Aggiornamento delle 23.30 del 18/12/2022 – Twitter annuncia che non saranno più consentiti tweet con collegamenti in uscita ver Facebook, Instagram, Mastodon, Post, Truth Social (sì, il mastodon di Trump) e agli aggregatori come Linktr.ee.

7 – Cosa verrà dopo?

Difficile dirlo. La migrazione da Twitter prosegue inarrestabile con fiammate in concomitanza delle sparate di Musk. Una delle poche certezze attuali è che il nuovo proprietario non ha ancora smesso di rimodellare il social network secondo le proprie convinzioni ed è lecito attendersi nuove sparate; un’altra certezza è che Twitter ha perso quell’allure di punto di riferimento per una forma di informazione rapida e concisa. Come visto, non tutti i giornalisti sono ben accetti là e gli stessi si sono sinceramente stufati di questo trattamento, tanto che è nata un’istanza Mastodon tesa a ospitare tutti i giornalisti che vogliono continuare a fare informazione in totale libertà – parlo di newsie.social.

Personalmente ritengo che nemmeno gli utilizzatori ordinari possano stare tranquilli. I fatti dimostrano che l’assenza di un vero team di moderazione dei contenuti (azzerato proprio da Musk) espone costantemente al rischio dell’applicazione di filtri e limitazioni più o meno visibili, come il cd. shadowbanun insieme di misure che rendono i contenuti di un account sempre più inaccessibili prima di arrivare al ban vero e proprio. A ciò si aggiunga che le policies di Twitter, sebbene non modificate negli ultimi mesi, sono talmente oscure e generiche che qualsiasi contenuto – soprattutto adesso, nell’era Muskiana – potrebbe essere giudicato in violazione di quei termini di servizio, troppo spesso accettati senza nemmeno leggere cosa dicano.

8 – L’ultima genialata.

Direttamente dalla finale dei mondiali di calcio in Qatar, Elon Musk annuncia una modifica all’algoritmo di visualizzazione dei tweets.

La novità più devastante (in senso negativo) è che i silenziamenti e i blocchi effettuati dagli account con la verifica acquistata a otto dollari al mese, verranno conteggiati come voto negativo per l’autore del tweet che ha provocato le suddette reazioni. Successivamente Musk spiega che alla fine dei conti, la visibilità sarà direttamente collegata alla credibilità che gli autori si creeranno pubblicando contenuti.

Una notizia allarmante se analizziamo le diverse circostanze. Twitter è stata la culla della cd. “Bestia”, il complesso algoritmo al servizio di un noto politico italiano e del suo ex social media manager, qualcosa che, comunque la si pensi, ha rappresentato qualcosa di eccezionale sotto il profilo tecnico-organizzativo: centinaia di account, in parte umani e in parte bot, che riuscivano a mandare in tendenza gli hashtag usati nei tweet del predetto politico in una manciata di secondi. Allo stesso modo si organizzano anche centinaia di account accomunati da un preciso orientamento politico o da un’unica convinzione, in modo tale da riempire la lista dei trending topic con hashtag a loro cari per fare una bieca propaganda pro domo sua. Adesso immaginiamo se questi account e bot si coordinino per silenziare o bloccare tutti gli account a loro invisi: vi sarebbe un crollo della visibilità di account quali i medici pro-vax, ministri di una diversa parte politica, debunker, giornalisti considerati “pennivendoli” e, contemporaneamente, crescerebbe la visibilità degli account che loro considerano “di valore” (perché ideologicamente vicini al loro sentire). Altro che free speech: l’algoritmo, opportunamente imbeccato dalle azioni degli utenti della piattaforma, stabilirà ancora di più cosa mostrare e cosa censurare.

Ecco perché la migrazione verso Mastodon deve proseguire (e bisogna sostenere economicamente i gestori delle istanze perché è grazie a loro se stiamo assaporando la vera libertà).

BONUS

La paraschizofrenia della gestione Musk di Twitter oggi mi ha costretto ad aggiornare numerose volte quest’articolo. L’ultimo aggiornamento è giunto adesso, alle 01:36 del 19/12/2022: come da prassi, Elon ha aperto un sondaggio per chiedere all’utenza se deve dimettersi dalla guida di Twitter e che rispetterà il responso finale, qualunque esso sia.

È ufficiale: Elon ha capito che ha sbagliato tutto sin dall’inizio.