L’azienda israeliana NSO Group ha presentato ricorso contro una decisione di un tribunale federale della California che le vieta di utilizzare l’infrastruttura di WhatsApp per diffondere il software di sorveglianza Pegasus.
La vicenda, aperta ormai da diversi anni, trae origine da una denuncia di WhatsApp dopo la scoperta di un attacco su larga scala ai propri utenti. L’operazione sfruttava vulnerabilità “zero-day” e tecniche “zero-click”, permettendo l’installazione dello spyware senza alcuna azione da parte delle vittime.
Lo scorso ottobre la giudice Phyllis Hamilton ha stabilito che i server di WhatsApp erano stati impiegati in maniera impropria, consentendo l’infezione di circa 1.500 dispositivi. Secondo la sentenza, NSO avrebbe aggirato i sistemi di sicurezza della piattaforma e instradato traffico malevolo attraverso la sua rete. Da qui l’ingiunzione che impedisce all’azienda di continuare a sfruttare l’infrastruttura del servizio di messaggistica per distribuire malware.
NSO Group, nel tentativo di ribaltare la decisione, sostiene che il divieto mette a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda e compromette le attività di governi e agenzie di sicurezza che utilizzano Pegasus per indagini e operazioni contro il terrorismo.
La società accusa inoltre il tribunale di aver frainteso il funzionamento del software e di aver interpretato in modo errato il Computer Fraud and Abuse Act statunitense, influenzando così l’esito del procedimento.
Dal canto suo, WhatsApp respinge le argomentazioni di NSO e considera il ricorso un ulteriore tentativo di sottrarsi alle responsabilità.
Un portavoce della piattaforma ha ribadito che manipolare le comunicazioni degli utenti e sostituire i meccanismi di sicurezza viola la legge americana, e ha annunciato l’intenzione di chiedere la conferma definitiva del divieto in appello.
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