
Siamo connessi, connessi a tutto, iperconnessi. La nostra vita professionale e sociale è scandita da deadline strettissime e da un’asticella che viene continuamente alzata, dobbiamo spingere. Ci imponiamo tacitamente di essere macchine perfette, sistemi infallibili, attivi, proattivi, sempre in allerta.
Un momento però: l’essere umano non è una macchina e, senza dubbio, non è perfetto.
In un sistema operativo o in un software complesso, sappiamo che, probabilmente, ad un certo punto si troverà un bug di sistema o una fragilità strutturale per poi attivarsi immediatamente per riparare o prevenire un danno o potenziale tale.
Avvio delle iscrizioni al corso Cyber Offensive Fundamentals Vuoi smettere di guardare tutorial e iniziare a capire davvero come funziona la sicurezza informatica? La base della sicurezza informatica, al di là di norme e tecnologie, ha sempre un unico obiettivo: fermare gli attacchi dei criminali informatici. Pertanto "Pensa come un attaccante, agisci come un difensore". Ti porteremo nel mondo dell'ethical hacking e del penetration test come nessuno ha mai fatto prima. Per informazioni potete accedere alla pagina del corso oppure contattarci tramite WhatsApp al numero 379 163 8765 oppure scrivendoci alla casella di posta [email protected].
Se ti piacciono le novità e gli articoli riportati su di Red Hot Cyber, iscriviti immediatamente alla newsletter settimanale per non perdere nessun articolo. La newsletter generalmente viene inviata ai nostri lettori ad inizio settimana, indicativamente di lunedì. |
E allora, perché accettiamo la fragilità nei sistemi che creiamo, ma rifiutiamo la fragilità nell’essere umano che siamo?
Abbiamo delle vulnerabilità profonde, ferite nel nostro io, per le quali proviamo vergogna e che cerchiamo disperatamente di mascherare. Perché? Essere vulnerabili ci espone alla paura di non essere abbastanza, alla vergogna privata e silenziosa di essere imperfetti. L’imperfezione, di questi tempi, sembra qualcosa di non contemplato, non accettabile. Vogliamo vite perfette, carriere perfette, persone perfette.
La parola vulnerabilità deriva dal latino vulnus, che significa, appunto, ferita. La vulnerabilità è, per definizione, la condizione di poter ricevere una ferita, la paura di poter essere offesi o colpiti.
Per paura di questa ferita, adottiamo una strategia di occultamento: nascondiamo lo squarcio emotivo, sperando che non venga mai scoperto.
Questa strategia non è difesa, ma solo un rinvio del rischio. La maschera di perfezione che indossiamo non ci rende più forti; ci rende più rigidi e, quindi, più fragili di fronte a un fallimento inatteso, piccolo o grande che sia.
La necessità di mascherare le nostre fragilità ci costringe a vivere nella non-autenticità, un concetto esplorato in modo magistrale da Luigi Pirandello in “Uno, Nessuno, Centomila”.
Mettiamo delle maschere per rispondere a quello che gli altri si aspettano da noi: il collega perfetto, il capo infallibile, il genitore impeccabile. E noi cambiamo maschera a seconda del ruolo che interpretiamo e della persona che abbiamo di fronte. Nessuno sa chi siamo veramente.
Pirandello scrive nel suo romanzo:
“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.”
Vitangelo Moscarda, detto Gegè, il protagonista, sperimenta la crisi d’identità quando scopre che l’immagine di sé che egli possiede (Uno) è drasticamente diversa dalla miriade di immagini che gli altri proiettano su di lui (Centomila).
L’Uno è quindi l’identità che crediamo di avere, il nostro sistema di valori e il nostro senso profondo.
I Centomila, sono le maschere che indossiamo in base al contesto e alle aspettative altrui. Ogni maschera è un tentativo di proteggere l’Uno dalla ferita potenziale del giudizio.
Nessuno come il risultato della scoperta che il nostro “vero io” sia quasi irraggiungibile o inesistente sotto la stratificazione delle maschere, portando a una profonda crisi di identità. “Chi sono io, al di là del mio ruolo professionale e sociale?”. È il punto di rottura, il fallimento del sistema-maschera, dove il costo di mantenere la finzione supera la nostra energia vitale, portandoci a un profondo senso di vuoto, di smarrimento.
Questo disallineamento è l’equivalente umano di un sistema che opera su valori non allineati al proprio scopo fondamentale.
Mantenere le maschere richiede un enorme dispendio di energia cognitiva ed emotiva, aumentando esponenzialmente il rischio di burnout e stanchezza cronica.
La maschera, rigida e fragile, non è uno scudo ma è la nostra più grande area di vulnerabilità. Un piccolo fallimento o una critica può frantumarla completamente, causando un crollo del nostro equilibrio interiore.
I team e le relazioni prosperano sulla fiducia. Un leader che indossa una maschera costante non ispira fiducia autentica, limitando la collaborazione aperta e l’innovazione nel team.
L’Uno può evolvere e riscriversi. L’essere umano ha qualcosa che anche l’Intelligenza Artificiale più avanzata, con tutta la tecnologia e l’evoluzione straordinaria, non potrà mai replicare: noi abbiamo il coraggio e la creatività necessarie per comprendere a fondo come funzioniamo e quindi, come possiamo trasformarci ed evolvere. Ognuno a proprio modo, con i propri tempi e la propria strada.
Questa capacità di trasformazione è la nostra funzionalità unica, la vera essenza dell’Uno che sfugge alla rigidità delle maschere. Laddove un sistema informatico, quando trova un bug, deve correre ai ripari con una patch esterna, l’essere umano ha in sé la spinta, quella miccia che è una combo potente di coraggio e creatività che può innescare un processo di trasformazione interna.
La ricercatrice americana Brené Brown ha dedicato anni allo studio di questo fenomeno, scoprendo che la vulnerabilità non è un difetto da eliminare, ma il luogo di nascita del coraggio, della creatività e della connessione.
“La vulnerabilità non è vincere o perdere. È avere il coraggio di farsi vedere ed essere visti quando non si ha il controllo sul risultato.” – Brené Brown
Se innescato, questo processo di accettazione porta all’annientamento della vergogna di fronte ad una vulnerabilità. Diventa, proprio come dice Brené Brown, l’accettazione del rischio, senza garanzia sui risultati, ma con la libertà di uscire dalla trappola del perfezionismo che ci imprigiona in quella percezione di non essere abbastanza.
Guardare in faccia le proprie vulnerabilità è impegnativo. Farsi domande che guardano in profondità è scomodo, può destabilizzare e può anche mettere in subbuglio quel sistema di valori che credevamo inespugnabile.
Proprio qui interviene il coaching: nel caos, quando il banco potrebbe saltare e la crisi d’identità del Nessuno si fa sentire.
Il coaching è un processo di esplorazione in modalità protetta del sistema-persona. Lavorare con un coach significa esplorare se stessi e il proprio potenziale in un ambiente sicuro, dove la riservatezza è una priorità assoluta e dove è possibile esporsi senza la paura del giudizio esterno che ci ha indotti ad indossare le Centomila maschere.
Il coach non fornisce la soluzione ma pone quelle domande scomode e mirate, una per volta, che aiutano l’individuo a eseguire la propria valutazione interna del rischio arrivando ad un piano d’azione personale. Il coach può supportarti attraverso domande che facciano luce su ciò che non hai mai detto ad alta voce o su ciò a cui non avevi ancora pensato.
Per esempio: cosa succederebbe se domani mattina cadesse la maschera del collega perfetto? Oppure, chi o cosa ti potrebbe aiutare a sentire meno la pressione quando un problema plana nella tua inbox? O, ancora più in profondità, qual è il valore che stai sacrificando per mantenere l’illusione di perfezione?
Immaginiamo un ambiente che permette l’esposizione controllata, un luogo per fare un passo fuori dalla trappola del perfezionismo, accettando l’incertezza e il rischio emotivo, dove il linguaggio è libero, la mente è libera, e il giudizio è completamente assente.
Ci vuole un po’ di coraggio per fare questo passo? Assolutamente sì. Il coraggio, come ci insegna Brené Brown, non è l’assenza di paura, ma la scelta di esporsi nonostante l’incertezza. Il guadagno potenziale è la libertà dal bisogno costante di approvazione e la possibilità di autenticità. Il processo inizia sempre da un piccolo passo coraggioso. Questo è il vero potere della vulnerabilità applicata.
I professionisti sanno bene che il sistema più sicuro non è quello senza bug, ma quello che è costantemente monitorato e rapidamente aggiornato.
Analogamente, l’essere umano e l’organizzazione più resilienti non sono quelli che nascondono i loro difetti, ma quelli che sono in grado di accettare, esporre e gestire le proprie vulnerabilità in modo proattivo.
Quando un leader, o un collega, dimostra il coraggio di essere vulnerabile, innesca un potente meccanismo di fiducia reciproca nel team anzi, è proprio lì che si diventa un Team. Quando chi appartiene a quel gruppo di lavoro interviene laddove intravede un vulnus, un fianco scoperto,e supporta, diventando alleati, camminando insieme verso lo stesso obiettivo. Questo è un Team.
Se quelle Centomila maschere diventassero centomila alleati che vedono e accettano la stessa persona, ci sarebbe un enorme risparmio di energia e una crescita della resilienza collettiva, come una rete di supporto.
La vulnerabilità accettata ed esposta è una via per l’innovazione dove la creatività non può che fiorire.
Giù la maschera!
In questo mondo freddamente iperconnesso, proviamo davvero a connetterci, prima a noi stessi e poi verso gli altri, consapevoli che la perfezione non esiste, che il nostro coraggio e la nostra creatività sono contagiosi, il nostro modo di comunicare è contagioso.
Proviamo?
Ti è piaciuto questo articolo? Ne stiamo discutendo nella nostra Community su LinkedIn, Facebook e Instagram. Seguici anche su Google News, per ricevere aggiornamenti quotidiani sulla sicurezza informatica o Scrivici se desideri segnalarci notizie, approfondimenti o contributi da pubblicare.

CyberpoliticaIl CEO di Cloudflare, Matthew Prince, ha minacciato di chiudere le attività dell’azienda in Italia dopo che l’autorità di regolamentazione delle telecomunicazioni del Paese le ha imposto una multa pari al doppio del suo fatturato…
CybercrimeUn’analisi approfondita sulle connessioni infrastrutturali del gruppo emergente Orion Leaks e il suo possibile legame con l’ex gigante LockBit RaaS. Negli ultimi mesi, a seguito dell’Operazione Cronos, condotta da agenzie internazionali per smantellare l’infrastruttura e…
CybercrimeNegli ultimi mesi si sta parlando sempre più spesso di un cambio di paradigma nel cybercrime. Quello che per anni è stato percepito come un ecosistema prevalentemente digitale — fatto di frodi, furti di identità,…
CybercrimeA volte, per disattivare la protezione di Windows non è necessario attaccare direttamente l’antivirus. È sufficiente impedirne il corretto avvio. Un ricercatore che si fa chiamare Two Seven One Three (TwoSevenOneT) ha pubblicato su GitHub…
CulturaQuando la sicurezza fallisce prima ancora dell’errore Questo testo nasce dall’esperienza diretta, maturata osservando nel tempo numerosi casi di frodi e incidenti informatici, in cui il fattore umano nella sicurezza è stato l’elemento che ha…