Ora gli esperti Sekoia, che hanno studiato i recenti attacchi di Helldown, hanno dedicato un rapporto anche alla nuova minaccia. Secondo loro, questo ransomware non è uno dei principali attori nel “mercato” dell’estorsione, ma sta rapidamente guadagnando slancio e sul sito web degli aggressori compaiono messaggi su nuove vittime.
All’inizio di novembre 2024 sul sito web degli aggressori sono state pubblicate informazioni su 31 vittime. La maggior parte delle vittime erano piccole e medie imprese degli Stati Uniti e dei paesi europei. Ora il loro numero è sceso a 28, il che potrebbe indicare che alcune delle vittime hanno pagato un riscatto agli hacker.
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È noto che la variante Linux del ransomware prende di mira i file VMware e contiene codice per elencare e spegnere le macchine virtuali, oltre a crittografare le immagini. Tuttavia questa funzionalità è abilitata solo parzialmente poiché il malware è ancora in fase di sviluppo.
La versione di Helldown per Windows, secondo gli esperti Sekoia, si basa sulle fonti trapelate del ransomware LockBit 3 e presenta anche somiglianze con i malware Darkrace e Donex. Tuttavia, sulla base dei dati disponibili, non è stato possibile stabilire collegamenti esatti tra queste famiglie di malware.
Allo stesso tempo, gli esperti scrivono che il ransomware non sembra particolarmente avanzato. Ad esempio, utilizza file batch per completare le attività, il che significa che questa funzionalità non è integrata nel malware stesso.
Va inoltre notato che gli operatori di Helldown non sono troppo selettivi quando si tratta di furto di dati e pubblicano immediatamente grandi dump sul loro sito Web (in un caso la perdita ha raggiunto 431 GB).
Sulla base di questi dati, gli esperti Sekoia suggeriscono che Helldown può sfruttare la vulnerabilità CVE-2024-42057 associata all’iniezione di comandi nella VPN IPSec. Questo bug consente a un utente malintenzionato non autenticato di eseguire comandi inviando un nome utente falso (l’attacco avrà successo solo se il dispositivo è configurato per l’autenticazione PSK basata sull’utente e il nome utente è più lungo di 28 caratteri).
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La vulnerabilità è stata risolta nella versione firmware 5.39 all’inizio di settembre di quest’anno. Poiché i dettagli sullo sfruttamento del problema non sono ancora stati resi pubblici, i ricercatori ritengono che gli autori di Helldown potrebbero avere accesso a exploit privati di n-day.
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Membro e Riferimento del gruppo di Red Hot Cyber Dark Lab, è un ingegnere Informatico specializzato in Cyber Security con una profonda passione per l’Hacking e la tecnologia, attualmente CISO di WURTH Italia, è stato responsabile dei servizi di Cyber Threat Intelligence & Dark Web analysis in IBM, svolge attività di ricerca e docenza su tematiche di Cyber Threat Intelligence presso l’Università del Sannio, come Ph.D, autore di paper scientifici e sviluppo di strumenti a supporto delle attività di cybersecurity. Dirige il Team di CTI "RHC DarkLab"
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