
Abbiamo spesso parlato della difficoltà di attribuzione di un attacco informatico.
L’arte dell’inganno è sempre stata alla base delle attività di criminalità informatica a tutti i livelli, tanto è vero che molti libri sono stati scritti sulle tecniche di spoofing e di deception, e quindi su come ingannare gli altri a far credere di essere attaccati da un altro soggetto.
Determinare per quale paese o governo gli hacker possono lavorare è diventato molto più difficile da comprendere negli ultimi anni, dal momento che molti gruppi cercano specificamente di lasciare delle “tracce”, per incastrare altri paesi o governi.
In precedenza, il vice assistente del capo del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti per la politica informatica Mika Oyang, affermò che gli operatori di ransomware che “presumibilmente” operano dalla Russia, inseriscono all’interno dei loro malware delle limitazioni per l’innesco del payload, nel caso il linguaggio del computer sia di lingua russa.
I codici da soli non sono sufficienti per identificare la nazionalità degli aggressori, poiché i criminali informatici possono lasciare deliberatamente delle false tracce, quelle che in gergo militare vengono chiamate delle false bandiere o “false flag”.
Per “false flag”, si indica una tattica segreta perseguita nelle operazioni militari, attività di intelligence e/o di spionaggio, condotte generalmente da governi, servizi segreti, progettata per apparire come perseguita da altri enti e organizzazioni, anche attraverso l’infiltrazione o lo spionaggio all’interno di questi ultimi.
Questo si legge su wikipedia come concetto militare, e questo ovviamente è stato acquisito e messo in atto nella guerra informatica inserendo all’interno dei malware delle specifiche “tracce”, capaci di influenzare un analista nel far dedurre, in maniera errata, l’origine di un attacco.
Il russo risulta una lingua utilizzata in molti paesi dell’ex URSS, specialmente nel campo della tecnologia informatica, pertanto oggi potrebbe essere abbastanza complicato trarre delle conclusioni sull’impronta del malware come commenti, messaggi di errore, restrizioni su base linguaggio/paese, gli IP Address dei sistemi di command and control e altro ancora.
Molti gruppi che lavorano per i governi di vari paesi stanno specificamente cercando di lasciare degli artefatti nel codice appositamente forgiati.
Sono tecniche di imitazione per far credere agli analisti che l’attacco sia stato sferrato da un gruppo di un altro stato, oppure simulare ed impersonare precisamente un attore di minaccia noto, per depistare le loro tracce. Molti gruppi hanno analizzato i malware di altri concorrenti, per riportare all’interno dei loro file binari, delle tracce che possano rimandare a loro.
Questa è l’arte dell’inganno, come diceva Kevin Mitnick, oggi quindi è tutto molto ambiguo e l’attribuzione, sta diventando oggi un reale problema per tutti.
Fateci caso, quando si parla di attribuzione, le parole sono sempre “potrebbe”, “possibile”, “con molta probabilità”, ma non mai “è certo”, “è sicuro”, perché in questo mondo, quello della sicurezza informatica e specialmente nella malware e nella forensic analysis, di certo, spesso, c’è sempre ben poco.
Nelle analisi di attribuzione è sempre necessario capire un insieme di caratteristiche, come le motivazioni o l’interesse per determinate strutture, regioni, dati, caratteristiche geografiche (fusi orari delle azioni attive), vocabolario del codice, tracce di rete (Indirizzi IP, hosting di server di controllo ecc.) e mezzi tecnici, ma si è sempre di fronte a quello che potrebbe essere un “false flag” generato ad arte.
Ecco perché tutti i paesi del mondo nella guerra informatica ci vanno con i piedi di piombo.
Ma ecco perché oggi più che mai occorre regolamentare queste attività per evitare escalation che possano portarci nel baratro di una guerra nucleare, una volta terminate le accuse attorno al malware di turno che abbia fermato i servizi critici di una superpotenza militare.
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