Non è la prima iniziativa che spunta su questo fronte, ultimamente. Anzi, se ne sentono diverse, una dopo l’altra. Ed è quasi inevitabile: autonomia tecnologica e sicurezza nazionale stanno diventando un terreno sempre più battuto, uno di quelli dove gli Stati iniziano a muoversi sul serio, magari in modo un po’ disordinato, ma con un’idea fissa in testa.
In Francia, non si parla più tanto di Teams o Zoom nei corridoi del governo. C’è una mossa tecnica, ma anche un po’ politica, che spinge verso un cambio totale di piattaforma per le videoconferenze.
Dopo averli adottati (e sì, per anni Microsoft Teams e Zoom erano lì, familiari come il caffè la mattina), ora il governo vuole tagliare il cordone ombelicale con le soluzioni americane.
L’obiettivo è chiaro, seppure rumoroso e senza fronzoli. Mettere da parte strumenti familiari per abbracciare qualcosa di “proprio”, qualcosa che suoni più… francese, più sotto il controllo nazionale. C’è un progetto dietro, testato per circa un anno con migliaia di utenti governativi, e sta per diventare l’unico strumento ufficiale entro il 2027.
La nuova piattaforma si chiama Visio – sì, un nome che fa pensare un po’ a Microsoft Visio (quella roba per disegnare diagrammi), ma non confondiamoli, sono mondi diversi. Questo Visio è stato sviluppato dentro lo Stato, o almeno guidato da un’agenzia governativa dedicata al digitale.
Non è fantascienza: Visio supporta videoconferenze vero e proprio, audio e video, e pare anche qualche cosetta intelligente tipo trascrizioni o “speaker identification” (una di quelle cose che i tecnici amano menzionare, anche se uno comune al bar potrebbe storcere il naso e chiedersi “ok, ma funziona?”).
Dietro la scelta non c’è solo un desiderio di originale patriottico – anche se qualche commentatore online (come sempre) ha già iniziato a immaginare la Comune del software libero o a fare meme su Teams come un suono da incubo.
La ragione ufficiale che gira nel governo parla di “sovranità digitale”. Una parola che è un po’ pensiero filosofico: significa che, secondo loro, uno Stato dovrebbe avere il controllo dei propri strumenti di comunicazione, specie quelli che trattano dati sensibili e scambi istituzionali.
Non c’è solo sicurezza nei muri e nei firewall. C’è lo spettro della dipendenza da tecnologia straniera che, con tutte le buone intenzioni del mondo, può sempre essere soggetta ai capricci di leggi, Cloud Act, o altri strumenti legali che consentono a governi esteri di sbirciare i dati che uno pensa siano intimi.
Così, si legge nei comunicati – e sì, sembrano comunicati stile “noi facciamo questo e quel” – e la narrativa insiste su sicurezza, riservatezza, controllo. Ma dietro c’è anche il vento più largo di un’Europa che riflette su quanto sia profonda la sua dipendenza da servizi americani.
Detto così sembra una rivoluzione immediata. Ma no, non succede da un giorno all’altro. Ci sono migliaia di dipendenti pubblici che devono lasciare Teams e Zoom progressivamente. Alcuni enti sono già passati al nuovo sistema, altri lo faranno nei prossimi mesi, e l’obiettivo finale è fissato proprio per il 2027.
È curioso – ed è qui che la mente può vagare – che un processo così tecnico possa essere letto come un piccolo tassello di qualcosa di più grande. Sovranità, identità digitale, insicurezze geopolitiche… come se il modo in cui si tiene una videochiamata fosse parte di una grande partita globale.
Poi ci sono i soldi, perché persino nelle dichiarazioni ufficiali spuntano numeri: si dice che risparmiare sulle licenze di Zoom e Teams potrebbe valere più di un milione di euro ogni cento mila utenti. Non robe da poco, se uno pensa alle casse pubbliche.
Ma a volte mi chiedo – e non sono solo io, anche alcune persone su Reddit e altri forum – se questo non sia, in fondo, un salto nel buio: molti sono affezionati ai loro tool americani, li conoscono, li danno per scontati, e cambiarli richiede tempo, allenamento, e pure un po’ di pazienza.
Insomma, non è solo dire addio a Zoom e Teams per fare spazio a una piattaforma nuova. C’è tutta una narrativa di fondo sulla modernizzazione, sull’autonomia tecnologica, e su come uno Stato vede se stesso nel mondo digitale di oggi.
E quelle sensazioni di tecnicismo che a volte suonano così astratte – “sovranità digitale”, “controllo delle infrastrutture critiche” – finiscono per influenzare decisioni che poi toccano la vita quotidiana di chi, alla fine, sistema la webcam prima di una riunione.
Quindi da Parigi si guarda a Visio come a qualcosa che diventerà normale. Come quelle cose che all’inizio ti disturbano un poco (sì, lo so, cambia sempre qualcosa), ma poi, insomma, ci si abitua, magari si apprezza anche quell’accento un po’ diverso.
E chissà – magari qualcuno, tra anni, guarderà indietro a tutto questo e dirà: “Ah, ricordate quando si usava Teams per tutto?” (E magari con una smorfia, tipo ‘quei tempi erano strani’).
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