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Dei ragazzi che stanno festeggiando la festa del primo maggio, la festa dei lavoratori con le bandiere rosse che sventolano in piazza.

Buon Primo Maggio a tutti! Fino a quando il badge lo timbrerà l’AI

1 Maggio 2026 17:23
In sintesi

L'intelligenza artificiale sta trasformando il mondo del lavoro, ma a ritmo più lento del previsto. I lavoratori più esposti sono quelli legati alla gestione dell'informazione e alla programmazione. Il futuro del lavoro potrebbe essere meno centrale nella vita delle persone, ma cosa significa per la società?

Il Primo Maggio è per definizione, una giornata dedicata al lavoro.

Si tratta di una ricorrenza che nasce da dure lotte, grandi scioperi e rivendicazioni, e che si celebra tra piazze piene, grandi concerti e riflessioni più o meno profonde sul futuro di tutti quanti i lavoratori. Ma se spostiamo lo sguardo leggermente più avanti, la domanda sembra essere inevitabile. Se un giorno il Primo Maggio non fosse più un’eccezione, ma regola per tutti quanti noi? La società come cambierà?

E non stiamo parlando di un giorno, dove l’umanità abbia trovato il perfetto equilibrio tra diritti e benessere dei lavoratori, ma perché il lavoro stesso potrebbe cambiare forma, ridursi drasticamente, sotto la spinta delle nuove tecnologie introdotte dall’intelligenza artificiale.

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Parliamo di un futuro dove “le macchine” lavoreranno al posto nostro trasformando la festa del lavoro in qualcosa di completamente diverso, quotidiano. Ed è proprio su questo scenario, che risulta molto incerto e fatto di previsioni che si inserisce il recente studio pubblicato da Anthropic.

Dalla teoria alla realtà: quanto lavora davvero l’AI

Uno dei punti centrali di questa analisi è il tentativo di superare le previsioni teoriche sull’impatto dell’intelligenza artificiale. Non ci si sta chiedendo cosa l’AI possa fare, la domanda centrale è cosa sta facendo realmente e quanto possa metterci in pericolo, lavorativamente parlando. Per rispondere al quesito, i ricercatori introducono la metrica “esposizione osservata”, che combina le capacità teoriche dei modelli con un utilizzo concreto nel mondo del lavoro.

L’intelligenza artificiale, anche essendo avanzata, è lontana dal raggiungere un pieno potenziale operativo soprattutto in quelle attività che si potrebbero automatizzare, ma restano ancora nelle mani degli esseri umani. Questo divario, tra la teoria e la pratica, risulta essere dovuto a fattori quali i limiti tecnici dei modelli, la necessità di supervisione e le barriere normative, oltre che la lentezza con cui le organizzazioni adottano queste tecnologie.

Nei settori esposti, come quello informatico, l’AI copre ad oggi solo una parte delle attività. Questo sta indicare che la trasformazione risulta essere in corso, ma non è ancora arrivata a una fase di maturità, l’area di utilizzo reale cresce, ma è ancora distante da quella “potenziale”.

Chi rischia davvero (e chi no)

Un aspetto interessante invece riguarda il tipo di lavoratori che possono essere maggiormente esposti dall’impatto dell’intelligenza artificiale. Contrariamente a quanto si potrebbe pensa, non sono i lavori manuali ad essere a rischio, infatti, le professioni più coinvolte sono quelle legate alla gestione dell’informazione, come ad esempio la programmazione e alle attività ripetitive che si svolgono con l’utilizzo di software.

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Questo porta a un risultato sorprendente, i lavoratori più esposti sembrano essere quelli più istruiti e meglio retribuiti e che sono spesso quelli con maggiore esperienza. Sta emergendo una maggiore presenza femminile in queste categorie, un elemento che potrebbe avere implicazioni rilevanti dal punto di vista sociale.

Molte professioni, quelle “pratiche e fisiche” non verranno sostituite come quelle che richiedono manualità o interazione diretta con l’ambiente, che almeno per ora (robotica permettendo), restano fuori dalla portata dell’automazione. Questo ribalta una narrativa che sembrava essere consolidata, secondo cui sarebbero stati i lavori meno qualificati a scomparire per primi.

Disoccupazione: l’allarme è rientrato, almeno per ora

La questione più delicata resta quella dell’occupazione dove l’intelligenza artificiale sta già causando una perdita significativa di posti di lavoro? Secondo i dati analizzati in questo studio, la risposta è negativa e non si osserva un aumento sistematico della disoccupazione tra i lavoratori più esposti, nemmeno dopo la diffusione massiccia degli strumenti di AI generativa.

Tuttavia, questo non significa che non stia accadendo nulla, i cambiamenti sono sottili e si manifestano in modo meno evidente. Uno dei segnali interessanti riguarda il rallentamento delle assunzioni, soprattutto tra i lavoratori più giovani, come le persone tra i ventidue e i venticinque anni che sembrano avere più difficoltà a entrare in professioni ad alta esposizione all’AI.

Questo fenomeno è rilevante perché non si traduce in disoccupazione ma piuttosto, indica un cambiamento nella dinamica di accesso al mercato del lavoro. I giovani rischiano di rimanere fuori dal sistema, scegliere percorsi alternativi o ritardare l’ingresso nel mondo professionale. È un impatto meno visibile, ma molto più profondo nel lungo periodo.

Il futuro del lavoro tra realtà e percezione

L’intelligenza artificiale non sta creando una crisi occupazionale immediata, intendiamoci, ma sta ridefinendo in modo lento, il modo in cui il lavoro viene distribuito e accessibile. Le trasformazioni in atto non sono esplosive, ma lente e graduali, e proprio per questo più difficili da interpretare in un breve periodo.

Se questa traiettoria continuerà, ci troveremo di fronte a un mondo in cui il lavoro diventa meno centrale nella vita delle persone, e non necessariamente perché sia stato eliminato, ma perché è stato distribuito in modo diverso, forse più intermittente, forse più automatizzato.

E qui il collegamento con il Primo Maggio diventa quasi inevitabile. Se in futuro lavoreremo meno, la festa del lavoro potrebbe perdere il suo significato originario o trasformarsi in qualcosa di completamente nuovo. Non sarà più una giornata di rivendicazione, ma un giorno della “memoria” di un’epoca in cui il lavoro era il fulcro della società.

Resta però una grande incognita: lavorare meno significherà vivere meglio? A questa domanda ancora e per diverso tempo non avremo una risposta, quindi mettetevi l’anima in pace. Probabilmente, dipenderà da come questa transizione sarà gestita, da quali politiche verranno adottate e da quanto saremo noi tutti in grado di adattarci a un cambiamento che anche se lento, appare sempre più inevitabile.

Nel frattempo, il Primo Maggio resta quello che è sempre stato: una pausa, una riflessione e, forse, anche un piccolo assaggio di un futuro in cui il lavoro potrebbe non essere più al centro di tutto.


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Silvia Felici 300x300
Red Hot Cyber Security Advisor, Open Source e Supply Chain Network. Attualmente presso FiberCop S.p.A. in qualità di Network Operations Specialist, coniuga la gestione operativa di infrastrutture di rete critiche con l'analisi strategica della sicurezza digitale e dei flussi informativi.
Aree di competenza: Network Operations, Open Source, Supply Chain Security, Innovazione Tecnologica, Sistemi Operativi.
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