Ci sono due guerre. Quella che rompe i vetri. E quella che rompe la fiducia.
La prima fa fumo e immagini. La seconda fa numeri: disinstallazioni, migrazioni, boicottaggi, picchi di traffico, piani d’emergenza scritti in fretta perché ogni parola può diventare benzina.
Nel ciclo attuale USA-Iran, il dominio cyber non è un accessorio: è la zona grigia per eccellenza.
E la cosa interessante è che non serve “spegnere un Paese” per produrre effetti strategici: spesso basta degradare, confondere, far dubitare.
Il punto è che, oggi, la fiducia è una infrastruttura.
The Register descrive un quadro post-strike coerente con la logica di zona grigia: sondaggi, attività di spionaggio/probe digitali e DDoS attribuiti ad attori iraniani, con l’invito a prepararsi a un aumento delle intrusioni mentre il conflitto prosegue.
Un assessment ripreso da Reuters (richiamando un alert DHS) colloca il rischio probabile su una fascia “low-level”: defacement e DDoS da hacktivisti Iran-aligned contro reti statunitensi, ritenuti più probabili nel breve rispetto a scenari estremi.
Se vuoi pressione senza guerra totale, colpisci ciò che muove il Paese ogni giorno. Reuters riporta che il settore bancario statunitense è in high alert: pagamenti, trading e mercati dei Treasury sono parte della stabilità nazionale; e l’intelligence si aspetta proprio attacchi a bassa intensità (con DDoS come modalità ricorrente) da hacktivisti Iran-aligned.
Non devi “far collassare Wall Street”; ti basta farla respirare male. Perché il danno non è solo tecnico: è psicologico, reputazionale, mediatico.
Il conflitto diventa più moderno e più sporco quando cyber e informazione si fondono. The Register documenta un quasi-blackout della connettività iraniana, con traffico vicino all’1% dei livelli normali e connettività descritta come “close to zero”, nel contesto di restrizioni e controllo dell’accesso.
Reuters, in un altro pezzo, descrive una wave di operazioni cyber contro asset digitali iraniani dopo gli strike, includendo la compromissione della popolare app BadeSaba e di altri siti/servizi, con messaggi esplicitamente orientati alla pressione psicologica.
The Register aggiunge un dettaglio utile per la lettura operativa: l’uso di canali percepiti come “fidati” (es. notifiche) trasformati in vettore di propaganda e pressione, cioè una forma di guerra cognitiva innestata nell’esperienza quotidiana dell’utente.
In parallelo alla crisi, esplode un segnale diverso ma nello stesso campo: il backlash consumer sul deal OpenAI-DoD. TechCrunch riporta che le disinstallazioni dell’app mobile di ChatGPT negli USA sono aumentate del 295% day-over-day il 28 febbraio, citando dati di mercato (Sensor Tower).
The Guardian ricostruisce il perché politico-emotivo della reazione (timori di sorveglianza e “militarizzazione”, inviti al boicottaggio) e la successiva fase di chiarimento/aggiustamento comunicativo, con paletti dichiarati (no sorveglianza / no armi autonome) e l’ammissione che il framing iniziale è apparso “sloppy/opportunistico”.
Questo è il punto chiave: non è un tweet, è un comportamento. L’uninstall è una scelta concreta, misurabile. Non dice l’assoluto, ma dice che la fiducia si muove e trascina con sé scelte operative.
Qui sta la frattura che vale la pena raccontare senza moralismo: l’ideologia della libertà digitale e il realismo della continuità sociale.
Voce A (web libero): l’hacker “ideale” o l’hacktivista si racconta come disobbedienza civile digitale: rompere cancelli del potere, impedire che la rete diventi una caserma, reagire alla sorveglianza, difendere spazi di libertà. Nel caso OpenAI-DoD, una parte di utenti legge l’etichetta “difesa” come passaggio di campo e reagisce fino alla disinstallazione. [7][8]
Voce B (realismo sociale): se in una crisi gli attori Iran-aligned (o chi si presenta tale) generano disturbo con DDoS e defacement, il danno non lo paga un’entità astratta chiamata “sistema”. Lo pagano servizi, aziende, stipendi, famiglie – e alla fine la legittimità delle istituzioni. [2][3]
La libertà è un valore. La continuità è una condizione.
Se perdi la condizione, il valore resta un manifesto appeso a un muro senza più corrente. Se perdi il valore, la condizione diventa solo gestione – e prima o poi diventa controllo.
La zona grigia vince quando ci costringe a scegliere fra due estremi: “web totalmente libero” o “sicurezza totale”. Perché in uno dei due estremi, qualcosa si rompe comunque. E quando la frattura diventa permanente, il conflitto ottiene il suo risultato: una società meno coesa, più sospettosa, più fragile.
L’ideologia della libertà è bella, e in parte necessaria. Ma il realismo sociale è inevitabile: senza struttura, la libertà diventa fragilità e la fragilità diventa catastrofe.
Oggi la partita vera non è scegliere tra “web libero” e “ordine”. È impedire che la zona grigia trasformi quella contrapposizione in una frattura permanente.
Perché nelle guerre moderne non vince chi spegne tutto. Vince chi ti obbliga a dubitare di ciò che usi ogni giorno. E quando inizi a dubitare… la battaglia è già dentro casa.