Ho ripensato di recente ad un film di Christopher Nolan, Inception.
Ed ecco che il furto di informazioni avviene navigando nei livelli più profondi della psiche umana, violando un sistema che sembra impenetrabile. Secondo me, una trasposizione cinematografica e metaforica di ciò che avviene nella cyber security ogni secondo. Scovare quella crepa minuscola e invisibile per proteggere il sistema.
Investiamo miliardi in firewall di nuova generazione, AI predittiva e piattaforme di threat intelligence. Eppure, ogni giorno, la difesa del fortino dipende da una variabile che non risponde a protocolli binari: il cervello umano. È un paradosso affascinante: i sabotatori sono eccellenze umane che studiano come aggirare altre eccellenze umane. La sfida, proprio come nel film, non è solo tecnica, ma percettiva.
Essere umani, cervelli umani. Nel film, la sfida non è entrare in un sistema di dati esterno ma di seminare un’idea, di sfruttare una distrazione o di manipolare una percezione per entrare nella sfera più profonda dell’individuo.
Per fortuna è una finzione, naturalmente… ma lo è davvero?
In Inception, ogni membro della squadra possiede un totem, cioè un oggetto unico con proprietà fisiche note solo al proprietario, che permette di distinguere la realtà dalla simulazione. Già, perché il problema, nel film, diventa anche identificare la realtà da ciò che viene manipolato come fosse reale. Per il protagonista Cobb, il totem è una trottola: senza il totem, l’individuo rischia di perdersi nel “limbo”, in un mondo di proiezioni dove la capacità di analisi è compromessa.
Durante un incidente di sicurezza massivo, il SOC diventa quel limbo. Log impazziti, alert da tutte le parti e la pressione del board creano un rumore di fondo che spinge al panico operativo. In questi momenti, il rischio non è solo l’attacco in sé, ma la perdita della bussola cognitiva: reagire per istinto di sopravvivenza invece che per strategia.
Qui potrebbe arrivare il Coaching che mi piace vedere come un totem che riporta l’individuo e i team alla realtà, un percorso che riporta dal caos alla direzione chiara.
Un processo di validazione della realtà che serve a isolare il segnale dal rumore, permettendo al professionista di mettere a fuoco la situazione quando la nebbia è fitta. Aiuta lo sviluppo di quella capacità di non farsi trascinare dalla corrente dell’emergenza, ma di guidare il processo decisionale fuori dalla confusione.
Nel film, l’architetto costruisce il mondo onirico, ma è la squadra che deve affrontarlo.
Nei team di Cyber Security vige spesso una gerarchia di tipo command-and-control. Sebbene efficiente nel breve termine, questo approccio potrebbe creare, proprio per sua struttura, un Single Point of Failure.
Il leader che segue un percorso di Coaching smette di essere l’unica fonte di risposte e diventa un generatore di domande per il suo team. Non per mero esercizio di stile, sia chiaro, ma per decisione consapevole di un cambio di rotta: quando il team smette di essere un gruppo di esecutori e diventa una squadra di risolutori indipendenti, creativi, ascoltati, l’obiettivo diventa realmente condiviso.
Non per un “team più felice” (conseguenza collaterale piacevole, ma non l’obiettivo), bensì un team più scalabile. Non più un gruppo di persone che insegue la prossima certificazione come un trofeo burocratico, ma che pianifica la crescita delle proprie competenze come si pianifica un aggiornamento critico dell’infrastruttura.
Per l’appunto, un gruppo che diventa squadra, team.
La sfida più ardua per ogni professionista della cyber security è quella di compiere una vera e propria Inception cioè di seminare l’idea che la sicurezza informatica sia un abilitatore strategico e non un centro di costo nella mente del CEO e del CFO.
Il board non sogna firewall, sogna continuità operativa e protezione della reputazione. Il Coaching fornisce gli strumenti per tradurre il “tecnichese” in linguaggio di business.
Aiuta a entrare nel modello mentale del board per depositare un seme, è una negoziazione tra diverse realtà: quella dell’exploit e quella del ROI.
In Inception, il limbo è uno spazio onirico dove si perde la cognizione del tempo e di se stessi. Nella realtà, questo si chiama burnout. Turni estenuanti e la sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto alla minaccia svuotano le difese aziendali più di qualsiasi malware.
Il Coaching aiuta a gestire le energie e a riconoscere i segnali di crollo prima che diventino critici. Un esperto di sicurezza in burnout è una vulnerabilità critica tanto quanto un server non patchato: entrambi smettono di rispondere agli input interni ed esterni, oppure rispondono a singhiozzo.
Si arriva al finale con il dubbio: sogno o realtà? La trottola continuerà a girare oppure cadrà?
Si uscirà dal “limbo”?
Nella cyber security non esiste uno stato finale di “sicurezza totale” perché l’elemento umano è una variabile dinamica.
Il Coaching non è l’interruttore che spegne il rischio, ma il processo che permette di gestire la variabile umana, trasformandola da scheggia impazzita a sensore più sofisticato della rete.
Per proteggere l’architettura dei nostri sistemi digitali, dobbiamo prima imparare a governare l’architettura dei nostri pensieri.
Dopotutto, se la sicurezza è un’illusione e il rischio è la realtà, l’unica vera difesa è la qualità della nostra presenza mentale.
Una domanda per concludere: se domattina tutti i tuoi sistemi di monitoraggio andassero offline, quanto ti fideresti, da 1 a 10, della pura capacità di giudizio del tuo team per identificare un’intrusione in corso?
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