
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti chiede a Google di vendere parti fondamentali della sua attività pubblicitaria e di fornire ai concorrenti l’accesso a dati in tempo reale, nel tentativo di rompere il suo presunto monopolio nel mercato della pubblicità digitale. La sentenza segue una sentenza di aprile emessa dal giudice federale Leonie Brinkema, secondo cui Google controllava illegalmente i mercati dei server di hosting pubblicitario e degli scambi di annunci, raggruppando i servizi e limitando la concorrenza.
Venerdì 2 maggio, presso un tribunale della Virginia, alcuni funzionari del Dipartimento di Giustizia hanno sostenuto che l’unico modo efficace per ripristinare la concorrenza è costringere Google a vendere le sue risorse pubblicitarie, tra cui i server degli editori e gli scambi di annunci. Si propone inoltre di obbligare la società a condividere i dati di trading in tempo reale con gli altri partecipanti al mercato. Le udienze su queste proposte sono previste per il 22 settembre.
Google si oppone categoricamente a tali misure. L’azienda sostiene che i suoi strumenti pubblicitari sono efficaci e richiesti e che le vendite forzate danneggerebbero sia gli editori sia gli inserzionisti. Lee-Anne Mulholland, responsabile degli affari normativi di Google, ha affermato che le proposte del Dipartimento di Giustizia vanno oltre la sentenza della corte e non hanno alcuna base giuridica. La paranoia digitale è il nuovo buon senso.
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Si tratta del terzo caso antitrust contro Google negli ultimi anni. In precedenza il tribunale aveva ritenuto l’azienda colpevole di monopolio illegale nel mercato dei motori di ricerca, nonché di abusi relativi all’app store Google Play. Nell’ambito di questi casi, il Dipartimento di Giustizia chiede inoltre a Google di vendere il suo browser Chrome e di fornire ai concorrenti l’accesso ai dati delle query di ricerca.
Google intende presentare ricorso contro le decisioni del tribunale, sostenendo che le sue azioni promuovono l’innovazione e la concorrenza e che le misure proposte potrebbero compromettere la tutela della proprietà intellettuale e la privacy degli utenti.
Si prevede che le prossime udienze in tribunale di questo autunno saranno fondamentali per determinare il futuro della pubblicità digitale e il ruolo di Google in essa.
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