La cybersecurity non è quella guerra epica contro hacker che ci hanno fatto vedere nei film, ma una qulla sfida quotidiana dominata da errori umani, sistemi senza patch e tanta scarsa cultura della sicurezza. Il vero rischio non è tecnologico ma organizzativo. Infatti, i professionisti del settore agiscono costantemente sotto una forte pressione che spesso risulta invisibile. Emerge quindi l’illusione di soluzioni definitive, di strumenti formidabili venduti da commerciali che non sanno (o non vogliono comprendere) che la sicurezza informatica resta un processo continuo, fragile e mai completamente risolto.
La cybersecurity sta costruendo una narrativa estremamente affascinante, una di quelle storie perfette per essere raccontate sul palco di una conferenza o nelle pagine patinate di un report di settore. È il titolo del momento, la parola che trovi ovunque, e gli esperti di sicurezza sono diventati una specie di supereroi digitali che combattono hacker, proteggono dati, salvano aziende e, in certi casi, anche persone da esaurimenti nervosi.
Nelle conferenze sembra tutto epico, perché la narrazione è sempre la stessa: una battaglia continua tra defender e attacker, tra chi costruisce difese e chi prova a distruggerle. Firewall contro malware, SOC contro ransomware. Un po’ come Skywalker contro Darth Vader, solo che non serve nemmeno una galassia lontana lontana. Ogni giorno, nel silenzio dei server, si combatte una guerra tra luce e oscurità digitale mentre il resto del mondo continua tranquillamente la propria vita e dorme sereno, ignaro del fatto che qualcuno, da qualche parte, sta cercando di impedire che tutto smetta improvvisamente di funzionare.
La maggior parte del tempo non stai fermando attacchi degni di un film e non ci sono uomini misteriosi dietro laptop che cercano di conquistare il mondo con un exploit spettacolare. Non siamo mica in “Zero Day” con Robert De Niro a salvare la situazione.
Qui siamo nella vita reale.
Stai combattendo contro problemi molto più banali e meno cinematografici, ma incredibilmente persistenti: server che non vengono aggiornati da anni, password scritte su post-it attaccati al monitor, oppure password “sicure” come quelle del Louvre. Il problema della cybersecurity moderna non è soltanto tecnologico. È profondamente umano.
E chi lavora in questo settore vive in una condizione molto particolare, quasi paradossale: se succede un incidente la colpa è tua, ma se non succede nulla nessuno sa cosa hai fatto per evitarlo.
È uno dei pochi lavori in cui il successo è completamente invisibile.
Io in questo mondo ci sono arrivata di lato. Lavoro nel digitale da vent’anni. Grafica, comunicazione, marketing e pubblicità sono il mio pane quotidiano. Il mio habitat naturale? Palette colori, campagne social e brainstorming su slogan improbabili. Firewall, SIEM e incident response non erano esattamente nel mio piano carriera. Poi però succede una cosa curiosa quando lavori abbastanza a lungo nel digitale: prima o poi incroci la cybersecurity.
Che tu voglia o no. Magari non direttamente. Magari perché l’azienda in cui lavori gestisce infrastrutture, magari perché lavori con colleghi che fanno sicurezza h24 o magari perché un cliente chiama alle 22:57 di sera, con la voce di chi ha appena visto il fantasma del ransomware.
E lì capisci una cosa. Dietro la parola “cybersecurity” non ci sono solo tecnologie. Ci sono persone. Persone che passano le notti a guardare log, che ricevono alert mentre il resto del mondo dorme. Persone che devono prendere decisioni in pochi minuti quando qualcosa inizia ad andare storto.
Sono le 3:00 del mattino. Stai sognando di vincere alla lotteria, trasferirti in un paradiso esotico e aprire un chiringuito sulla spiaggia, dove il tuo unico problema quotidiano sarebbe decidere quale cocktail preparare al tramonto. Ma, come sempre, c’è un “ma”.
C’è un momento meraviglioso: quello in cui un cliente entra nel panico. E quando un cliente entra nel panico succede una cosa straordinaria. Chiama chiunque. Non importa che tu faccia marketing. Non importa che il tuo lavoro sia progettare campagne e non firewall. Se sei “quella del digitale”, diventi improvvisamente una specie di coltellino svizzero tecnologico. Le telefonate sono sempre più o meno così: “Abbiamo un problema con la mail.” “Il sito non si apre.” “È arrivata una cosa strana sul computer.” “Secondo te è un virus?”
E tu pensi una cosa molto semplice: io faccio pubblicità.
Però poi succede anche altro. Perché quando lavori nel digitale da abbastanza tempo sviluppi un riflesso automatico: provi comunque ad aiutare. Controlli due cose, cerchi di capire cosa sta succedendo e passi le informazioni ai colleghi che si occupano davvero di sicurezza. E mentre lo fai ti rendi conto di una cosa.
Se per te quella telefonata è solo un piccolo imprevisto… per chi lavora davvero nella cybersecurity può essere l’inizio di una notte molto lunga.
Nel frattempo, il mondo digitale diventa ogni anno più complesso. Cloud, IoT, API e sistemi distribuiti. Le superfici di attacco crescono come erbacce dopo la pioggia. E dall’altra parte non ci sono più soltanto hacker solitari che provano a entrare nei sistemi per sfida o per curiosità. Oggi esiste una vera economia criminale strutturata, con gruppi ransomware che hanno supporto tecnico, modelli di affiliazione, help desk per aiutare le vittime a pagare il riscatto e perfino negoziatori professionisti.
Non è più hacking romantico. È industria. E chi lavora nella sicurezza si trova esattamente in mezzo a questa macchina ogni singolo giorno.
La pressione aumenta. Più sistemi da proteggere. Più attacchi. Più responsabilità. Ma sempre lo stesso tempo.
Sempre le stesse persone. Così nasce una delle parole più diffuse nel settore. Burnout.
Molti pensano che nasca dagli attacchi o dallo stress dei momenti critici, quando tutto sembra andare storto nello stesso momento. In realtà nasce da qualcosa di molto più sottile e complesso: la sensazione di combattere una battaglia infinita. Perché la sicurezza non è uno stato. È un processo.
Non esiste il momento in cui puoi dire: “Perfetto. Adesso siamo al sicuro.” La sicurezza al 100%non esiste.
Esiste solo il momento in cui sei un po’ meno vulnerabile di ieri. Oppure sei semplicemente più pronto quando succederà qualcosa.
Poi arriva il marketing della cybersecurity. Ogni anno compare una nuova soluzione miracolosa, presentata come la piattaforma definitiva o il prodotto che finalmente “risolve la sicurezza” una volta per tutte. È una promessa bellissima. Potrei scriverle anch’io campagne del genere. Peccato che non funzioni così.
La sicurezza informatica non è un prodotto che compri e installi. È una combinazione fragile e complessa fatta di tecnologia, processi, persone, formazione e cultura aziendale.
E senza gli ultimi elementi tutto il resto serve a poco. Il problema è che la cultura della sicurezza è difficile da vendere. Non è sexy. Non ha dashboard spettacolari con caratteri futuristici e mappe luminose. È fatta di cose molto più noiose. Patch. Policy. Backup. Disaster recovery. Ma soprattutto formazione.
Ed è proprio questa noia che evita i disastri.
Vi svelo un segreto. Gli esperti di sicurezza non sono supereroi. Non hanno mantelli, non hanno la “C” di Cyber-eroe stampata in petto e non si cambiano in cabine telefoniche quando arriva un alert. Non hanno poteri speciali. Sono professionisti.
Persone che cercano di tenere insieme sistemi complessi in un mondo sempre più connesso e fragile. Persone che lavorano spesso quando tutti gli altri dormono. Persone che ricevono telefonate quando qualcosa smette di funzionare. E a volte ricevono pure le mie. Perché quando succede qualcosa di strano il primo istinto è sempre lo stesso: “Aspetta… sento un attimo i ragazzi della sicurezza.”
Una cosa è chiara, la cybersecurity perfetta non esiste. Esiste solo il tentativo quotidiano di rendere il disastro un po’ meno probabile. È un lavoro silenzioso. Quasi invisibile. Fino al giorno in cui qualcosa va storto. E allora tutti si ricordano improvvisamente che la sicurezza esiste, di solito cinque minuti dopo aver ignorato l’ultimo aggiornamento con il pensiero classico: “Lo faccio poi”. E forse la domanda più importante non è quanto siano bravi gli hacker, ma un’altra.
In un mondo che vive completamente online, siamo davvero consapevoli di quante persone stanno reggendo Internet sulle spalle… mentre il resto di noi dorme tranquillo?