Nel contesto attuale dell’ICT pubblico italiano, Sogei – la Società Generale d’Informatica controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – è un attore chiave nella gestione dei sistemi informativi centrali per lo Stato. Offre servizi di consulenza informatica alla pubblica amministrazione, occupandosi di fiscalità, debito pubblico e altri sistemi critici nazionali.
Recentemente, Sogei ha aperto posizioni per sviluppatori COBOL, evidenziando come questa competenza sia ancora richiesta per mantenere e sviluppare sistemi legacy.

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La notizia, appresa ieri dal profilo LinkedIn di Claudia Galingani Mongini, ci offre l’occasione per tornare a riflettere su un linguaggio di programmazione straordinariamente longevo. COBOL, infatti, in quasi ottant’anni di storia ha dimostrato una resilienza rara nel panorama tecnologico: oggi i suoi sviluppatori sono sempre meno, ma proprio per questo risultano tra i professionisti più ricercati nel settore IT.
La pubblicazione di offerte di lavoro per ruoli come Programmatore COBOL o Analista Senior con esperienza in ambito bancario/mainframe suggerisce che la domanda per questi profili persiste, soprattutto per sistemi legacy cruciali, e che la scarsità di competenze è un fattore reale nel mercato IT italiano.

Il linguaggio COBOL – Common Business-Oriented Language – nacque alla fine degli anni ’50 come risposta a un’esigenza concreta: avere un linguaggio di programmazione orientato alle necessità commerciali e amministrative e capace di funzionare in modo indipendente dall’hardware.
L’idea fu promossa nel 1959 negli Stati Uniti da un comitato noto come CODASYL (Conference on Data Systems Languages), con il contributo di figure come Grace Murray Hopper, pioniera dell’informatica che aveva già sviluppato il linguaggio Flow-Matic, uno dei precursori di COBOL.
La prima versione ufficiale di COBOL fu rilasciata nei primi anni ’60, con l’obiettivo di fornire una sintassi leggibile (“simile all’inglese”) che potesse essere compresa anche da chi non era specialista nei codici macchina.
Fin dagli anni ’60 e ’70, il linguaggio si diffuse rapidamente nelle istituzioni finanziarie e nei settori governativi grazie alla sua capacità di elaborare grandi volumi di dati in modo affidabile e stabile.
Il settore bancario, in particolare, adottò COBOL per sistemi di front e back office, gestione contabile, transazioni e ATM: caratteristiche dove la stabilità e l’efficienza della elaborazione batch e transazionale erano fondamentali.

Nonostante siano trascorsi oltre sessant’anni dalla sua nascita, COBOL continua a essere alla base di un’enorme quantità di codice in uso:
Queste caratteristiche hanno creato una sorta di infrastruttura software consolidata che risulta difficile da sostituire. Nonostante l’esistenza di linguaggi moderni e tecnologie più “giovani” (una volta si chiamava il mondo “open”), il motivo principale per cui molte organizzazioni non migrano da COBOL è legato a diversi fattori complementari:
Questo mix di stabilità, rischio e costi ha fatto sì che molte istituzioni preferiscano mantenere e integrare i sistemi COBOL con altri più moderni piuttosto che sostituirli del tutto.
Infine, è importante ricordare che COBOL non è “fermo” nel tempo: ha subito varie evoluzioni di standard, tra cui aggiornamenti nel supporto a paradigmi moderni come la programmazione orientata agli oggetti, interoperabilità con altri linguaggi e standard moderni.
Tutto questo spiega perché, oggi come ieri, COBOL rimane un pilastro nei sistemi dove affidabilità, performance e continuità operativa sono requisiti inderogabili.
Negli Stati Uniti, il problema della carenza di sviluppatori COBOL non è una novità isolata: è un fenomeno che periodicamente torna sotto i riflettori dell’informatica, soprattutto quando emergono criticità negli infrastrutture legacy che ancora gestiscono servizi pubblici e finanziari fondamentali.
Una delle ultime segnalazioni è arrivata da articoli di settore che descrivono un vero e proprio “COBOL crisis”, ovvero una situazione in cui molti programmatori con esperienza — spesso cinquantenni o oltre — stanno lasciando la forza lavoro, lasciando un vuoto di competenze difficilmente colmabile. Questo fenomeno era già noto durante emergenze come la pandemia di COVID-19, quando sistemi statali basati su COBOL — come quelli per l’erogazione dei sussidi di disoccupazione — hanno rischiato blocchi o ritardi a causa dell’impossibilità di trovare chi potesse intervenire sul codice legacy.
Nel 2025, il panorama è cambiato ma la tendenza persiste: alcuni report evidenziano come diverse agenzie federali statunitensi stiano ancora cercando programmatori esperti per mantenere sistemi chiave, inclusi quelli del Dipartimento del Tesoro, dell’IRS e della difesa, che ancora girano su codice COBOL accanto ad altre tecnologie datate. Questa carenza non è solo numerica ma strutturale: la maggior parte dei programmatori active COBOL ha un’età media alta, e con l’avanzare della pensione la disponibilità di competenze diminuisce rapidamente.
Un altro elemento chiave di questa problematica è la ridotta presenza di COBOL nei curricula universitari moderni e la scarsa attrattiva tra i nuovi sviluppatori per un linguaggio percepito come “datato”, sebbene sia al cuore di sistemi core ancora oggi critici.
La richiesta di sviluppatori COBOL da parte di realtà come Sogei ci ricorda un fenomeno interessante dell’IT moderno: tecnologie nate oltre mezzo secolo fa possono ancora essere centrali, soprattutto quando sono diventate parte integrante di infrastrutture critiche che non possono essere sostituite facilmente.
La combinazione di storia, potenza tecnica e inerzia dell’ecosistema legacy ha fatto sì che COBOL sopravviva ancora oggi, e che chi possiede queste competenze – benché rare – sia ancora molto richiesto nel mondo del lavoro.
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