Ci sono momenti in cui si sente nell’aria un cambiamento enorme.
Quel senso che qualcosa non è solo “nuovo”, ma proprio destinato a riscrivere le regole. Ecco, leggendo quello che ha scritto su Matt Shumer ho avuto proprio quella sensazione (e non parlo di fantascienza, eh).
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La sua riflessione, personale e urgente, non è un semplice pezzo tecnico: è come se uno che vive da anni in un mondo che molti ignorano si voltasse verso di te e dicesse “senti, la partita è già iniziata”.
È uno di quegli articoli che ti fanno fermare un attimo e chiederti se stai davvero guardando avanti o se sei già rimasto dietro.
Il punto centrale, secondo Shumer, è che l’Intelligenza Artificiale non sta arrivando: è già qui e si muove molto più velocemente di quanto la maggior parte delle persone immagini. Non si tratta di una crescita graduale o di piccoli miglioramenti marginali, ma di un’accelerazione netta che sta cambiando il modo in cui il lavoro cognitivo viene svolto ogni giorno. Proprio come accadde all’inizio del 2020, quando i segnali c’erano ma venivano sottovalutati, oggi molti continuano a vivere come se nulla stesse davvero cambiando.
Questa sensazione di normalità è ingannevole.
Shumer descrive un contesto in cui, mentre il mondo esterno sembra stabile, sotto la superficie le regole vengono riscritte. Le capacità dei modelli più recenti non sono semplicemente “impressionanti”, sono destabilizzanti per interi settori professionali.
Ed è qui che nasce il vero rischio: non tanto l’IA in sé, ma il ritardo umano nel riconoscere che la trasformazione è già in corso, silenziosa e irreversibile.
Shumer racconta che modelli come GPT-5.3 Codex e Opus 4.6 non si limitano più a eseguire istruzioni in modo meccanico. Questi sistemi, nel loro modo, sembrano comprendere l’obiettivo finale del compito, adattandosi lungo il percorso senza bisogno di continue correzioni. Non è più una questione di prompt precisi o di micro-gestione, ma di affidare un risultato e lasciare che il modello trovi da solo la strada per arrivarci.
Descrivere ciò che si vuole costruire e ritrovarsi con un lavoro completo, funzionante e già testato è stata, per Shumer, un’esperienza spartiacque. Un momento in cui ha capito che il suo modo di scrivere codice non sarebbe più stato lo stesso. Non perché il codice fosse sbagliato, ma perché improvvisamente era diventato superfluo intervenire su ogni dettaglio, come si faceva fino a poco tempo prima.
Ed è qui che emerge il vero salto di qualità da una parte e la “drammaticità“. Non si tratta di un miglioramento incrementale, ma di un cambio di categoria.
Se prima l’Intelligenza Artificiale era uno strumento di supporto, qualcosa che aiutava a non cadere, ora è diventata il mezzo che ti porta direttamente a destinazione. Tu indichi la direzione, lei accelera.
E a quel punto, insomma, non occorre più “pedalare” come prima.
Shumer è molto diretto su questo punto: non esistono più ambiti professionali davvero “al sicuro”.
Ruoli che fino a poco tempo fa venivano considerati complessi, specializzati o protetti da anni di studio stanno diventando accessibili a sistemi che operano senza bisogno di supervisione costante. Diritto, finanza, ingegneria, marketing: non come eccezioni, ma come esempi concreti di settori già coinvolti.
Il rischio, secondo lui, non è l’uso dell’Intelligenza Artificiale, ma il rifiuto di adottarla.
Continuare a lavorare come se questi strumenti non esistessero equivale a competere partendo in svantaggio, con tempi più lunghi e risultati meno efficienti. Non è una minaccia urlata, è una constatazione fredda: chi ignora l’IA semplicemente verrà superato da chi la usa.
Questo porta a un cambiamento profondo nel valore individuale.
Non conta più quanto velocemente esegui un compito, ma quanto bene sai guidare questi sistemi verso un risultato.
La carriera, in questo nuovo scenario, non viene distrutta di colpo, ma ridefinita.
E la differenza la fa chi capisce in tempo che il proprio ruolo non è sparire, ma spostarsi.
In conclusione, leggendo il pezzo di Matt Shumer si percepisce che non stiamo parlando di teorie lontane ma di un presente che bussa incessantemente alla nostra porta del tuo prossimo lunedì lavorativo.
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