
Gennaio 1983. In Apple c’è un’aria strana, un misto di elettricità e fumo di sigaretta, e finalmente viene fuori questo Lisa.
Non era solo un pezzo di plastica e silicio, era un’astronave parcheggiata su una scrivania di legno. La vera magia però non stava nel monitor, ma in quel “coso” di plastica collegato con un filo che faceva muovere una freccina sullo schermo. Era il mouse.
Per la prima volta non dovevi essere un genio della matematica per far fare qualcosa a un computer; bastava puntare e cliccare, un gesto che oggi facciamo anche mentre dormiamo ma che allora sembrava pura stregoneria.
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Il concetto di mouse però non è che l’avesse inventato Jobs una mattina sotto la doccia. Bisogna tornare indietro a Douglas Engelbart, che negli anni sessanta ne aveva costruito uno di legno, enorme, quasi imbarazzante a vederlo ora.
Poi quelli della Xerox al PARC lo avevano raffinato, rendendolo qualcosa di utilizzabile, ma lo tenevano lì, come un gioiello chiuso in una cassaforte di cui avevano perso la combinazione. Apple arrivò e, beh, diciamo che “prese ispirazione” in modo molto deciso, trasformando un esperimento da laboratorio in un oggetto che chiunque poteva toccare e usare.
Ma il Lisa non era solo una questione di hardware, era un groviglio di sentimenti e ambizioni ferite.
Il nome, per dire. Lisa. Ufficialmente dicevano che era l’acronimo di Local Integrated Software Architecture, una roba che non ci credeva nessuno, nemmeno chi l’aveva scritta sui comunicati stampa. In realtà era il nome della figlia di Steve Jobs, quella che lui per un bel pezzo non aveva voluto riconoscere.
Steve era fatto così, un uomo che riusciva a chiamare un computer col nome della figlia rifiutata mentre litigava con chiunque cercasse di mettere un limite alle sue visioni. Le tensioni interne erano all’ordine del giorno.
Jobs voleva il controllo totale, era ossessivo, metteva bocca su tutto e alla fine, paradossalmente, lo cacciarono proprio dal progetto Lisa. Una roba assurda se ci pensi, il fondatore messo alla porta dalla sua stessa creatura perché era diventato ingestibile, troppo radicale anche per gli standard di Cupertino.
Il problema grosso però, quello che ti faceva andare il caffè di traverso, era il prezzo. Diecimila dollari. Nel 1983.
Praticamente ti compravi una macchina o un pezzetto di casa, non un computer che occupava metà scrivania. Era una macchina bellissima, con un multitasking che oggi diamo per scontato ma che allora era fantascienza pura, solo che nessuno poteva permetterselo, a parte forse qualche grande banca o qualche pazzo con troppi soldi in tasca.
Apple ci aveva infilato dentro di tutto, dalle unità disco “Twiggy” che erano un po’ capricciose a una memoria che per l’epoca era sterminata. Ma il mercato non perdona, e se costi come un’utilitaria e non sei un’utilitaria, la gente ti guarda, ti ammira, ma poi compra altro. Forse era troppo avanti, o forse era solo costruito senza pensare che alla fine del mese le persone devono far quadrare i conti.
Dopo che lo misero fuori dal gruppo Lisa, Jobs non è che se ne stette lì a guardare il soffitto o a fare giardinaggio.
Si buttò sul progetto Macintosh con una rabbia infinita. Voleva vendetta, voleva dimostrare che il Lisa era il passato e che lui aveva la chiave per il futuro. Il Mac doveva essere quello che il Lisa non era stato: più piccolo, più veloce, e soprattutto più economico (anche se pure lì il prezzo non fu proprio popolare, ma questa è un’altra storia).
È buffo come funzionano le cose: senza il fallimento commerciale del Lisa, il Macintosh non sarebbe mai stato quel fulmine a ciel sereno che tutti ricordano. Il Lisa è stato il laboratorio a cielo aperto, il sacrificio necessario. Molte delle icone, delle finestre e del modo di interagire con la macchina venivano direttamente da lì, scremando quello che non funzionava e tenendo il cuore pulsante dell’interfaccia grafica.
Certo, oggi se dici Lisa la gente pensa a un nome di donna o a una vecchia zia, non a un computer finito sotto terra (letteralmente, visto che molti finirono in una discarica nello Utah per questioni fiscali).
Però quel computer ha rotto il ghiaccio. Ha dimostrato che le persone non volevano scrivere codici, volevano usare le mani, volevano una scrivania virtuale. È stato il primo passo, un po’ traballante e decisamente troppo costoso, verso tutto quello che abbiamo in tasca oggi.
Il Macintosh si prese tutta la gloria, le copertine dei giornali e gli applausi, ma sotto il cofano c’era il DNA di quel progetto sfortunato e visionario. Jobs alla fine vinse la sua scommessa, ma solo dopo aver sbattuto la testa contro il muro di un computer che aveva il nome di una figlia e l’ambizione di un dio. Resta una macchina incredibile, figlia di un’epoca in cui si provava a cambiare il mondo senza sapere bene come si facesse.
Apple si ritrovò tra le mani una montagna di Lisa che non voleva nessuno. Era un disastro totale, roba da mettersi le mani nei capelli: troppo caro, troppo lontano da quello che la gente normale era disposta a pagare, e ormai pure umiliato dal Macintosh che correva il doppio. Tenere quegli scatoloni in magazzino era come pagare l’affitto a dei fantasmi, costava un occhio della testa, e cercare di svenderli era un’impresa disperata. Riciclarli? Ma figuriamoci, nel 1989 l’ecologia era l’ultimo dei pensieri, una roba che non stava né in cielo né in terra.
Così, senza troppi complimenti, in Apple presero la decisione più cinica possibile: caricare circa 2.700 Lisa su dei camion e scaricarli in una fossa nello Utah. Fine della storia. Niente cerimonie, niente discorsi strappalacrime, solo una fredda operazione contabile per ottenere una detrazione fiscale. Seppellire il futuro per salvare il bilancio. Era solo plastica e metallo ingombrante che rubava spazio, e Apple, che ormai aveva la testa altrove, decise di cancellare le prove del suo errore più costoso nel modo più brutale che c’è.
Oggi quella discarica è diventata quasi un luogo di culto, un simbolo di quanto possa essere arrogante e veloce l’industria della tecnologia. Fa un certo effetto pensare che quello che doveva essere il “computer del futuro” sia finito a marcire sotto strati di terra e rifiuti comuni, come un vecchio televisore rotto.
È il contrasto perfetto, quasi poetico nella sua crudeltà: ieri era una rivoluzione da diecimila dollari, oggi è solo un fantasma sepolto in mezzo al nulla, dimenticato da tutti tranne che dai registri delle tasse.
Il Macintosh alla fine si è preso tutta la gloria, le copertine dei giornali e gli applausi scroscianti, ma se vai a vedere bene sotto il cofano, beh, ci trovi il DNA puro di quel progetto sfortunato e visionario. Il Mac era come il fratello minore che impara dagli errori del maggiore: meno pretese, più agilità e quel piglio sfacciato che Jobs gli aveva cucito addosso per vendetta. Senza le batoste prese col Lisa, probabilmente il 1984 sarebbe stato un anno come un altro, e non il momento in cui l’informatica ha deciso di cambiare faccia per sempre.
È buffo, se ci pensi, come funzionano i giri del destino in certe aziende. Jobs vinse la sua scommessa personale solo dopo aver sbattuto la testa contro il muro di un computer che aveva il nome di una figlia e l’ambizione di un dio. Il Lisa è stato un sacrificio necessario, una sorta di martire tecnologico che ha permesso di capire che la gente non voleva solo potenza, voleva bellezza e semplicità, anche se per arrivarci abbiamo dovuto tollerare anni di liti furibonde e uffici trasformati in campi di battaglia tra fazioni opposte.
Oggi il Lisa riposa in qualche museo o nel garage di qualche collezionista che ha pagato una fortuna per averlo, mentre noi usiamo i suoi eredi ogni singolo minuto. Resta una macchina incredibile, figlia di un’epoca in cui si provava a cambiare il mondo senza avere ancora le istruzioni in mano, un esperimento troppo costoso che però ha lasciato i segni delle sue ruote su tutta la strada che abbiamo percorso da allora.
Un fallimento, certo, ma di quelli che brillano più di tanti successi noiosi.
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