Se pensi che un semplice codice QR sia solo un modo veloce per accedere a un sito o scaricare un menu digitale, beh… potresti ricrederti. Nel mondo reale della cybersecurity, questi quadratini bianchi e neri stanno diventando una porta d’ingresso non banale per campagne di phishing sofisticate.
Questo articolo esplora come gli attaccanti stiano trasformando i QR code, usati ormai ovunque, in un vettore di minaccia concreto.
Cerchiamo di raccontare in modo “umano” ma preciso ciò che i ricercatori di Unit 42 hanno osservato nell’ultimo periodo e quello che sta diventando un trend di minaccia sempre più significativo.
La tecnologia dei QR code è ormai onnipresente e usata per cose innocue come collegare un appunto cartaceo a un sito web o pagare un caffè in un bar. Questo però produce una equazione nella mente delle persone: “se lo vedo lo scansiono”.
Ed è qui che molti attaccanti vedono l’opportunità giusta.
I ricercatori hanno osservato che i cosiddetti QR code malevoli vengono usati per aggirare proprio quella parte di sicurezza che di solito protegge le imprese: il cosiddetto “perimetro di sicurezza organizzativo”. Con un semplice (ma ingannevole) codice QR, si può spingere una vittima verso destinazioni dannose senza che i controlli tradizionali riescano a fermare l’attacco.

Gli attaccanti non si limitano a inserire un link qualsiasi dentro il QR code; li combinano con tecniche come URL shortener (quei siti che consentono di ridurre e rendere anonima la provenienza delle URL) per mascherare la destinazione reale, deep link interni alle app per prendere di mira specifiche funzionalità di applicazioni mobili o perfino download diretti di file app dannosi.
Immagina di scansionare un codice per aprire una pagina di pagamento… ma dietro ci sia un link che, invece di portarti al tuo checkout, ti fa scaricare un’app malevola. Oppure che ti reindirizzi, tramite deep link, dentro un’app legittima ma con richieste di login false. È un po’ come ricevere una chiave di casa che sembra perfetta… finché non la giri nella serratura sbagliata.
Le campagne tracciate dagli esperti mostrano che queste tecniche non sono rare: vengono usate sia in attacchi di massa, sia in attacchi più mirati verso app come quelle di messaggistica.

Secondo i dati pubblicati dagli analisti di Unit 42, oltre 11.000 rilevazioni di QR code malevoli vengono osservate ogni giorno. Questo non è un fenomeno isolato, ma un trend in crescita man mano che i codici QR diventano sempre più integrati nella nostra vita quotidiana.
Questi rappresentano circa il 15% dei circa 75.000 QR code rilevati ogni giorno osservati dai crawler offline di Unit 42.
È facile sentirsi un po’ “eh sì, succede agli altri”. Ma pensaci: quanti di noi si fidano immediatamente di un semplice QR su un volantino o in una email?
Chiudiamo con un punto che, diciamo, spesso viene dato per scontato ma non dovrebbe mai esserlo: il cybersecurity awareness. I QR code sono diventati così familiari da sembrare innocui, quasi automatici. Li trovi ovunque, li scansioni senza pensarci troppo, magari mentre sei in fila o stai facendo altro. Ed è proprio questa abitudine che li rende un bersaglio perfetto. Un codice può essere facilmente contraffatto, sostituito a quello originale o inserito in contesti apparentemente legittimi, senza che l’occhio umano riesca a cogliere la differenza.
C’è poi un aspetto ancora più insidioso: quello che non vedi. Un QR code non mostra la destinazione reale prima della scansione e può nascondere link malevoli, reindirizzamenti inattesi o persino il download di malware. In pratica, stai “aprendo una porta” prima ancora di sapere dove conduce.
E quando il dispositivo è uno smartphone, spesso meno protetto rispetto a un ambiente aziendale classico, il rischio aumenta. Non serve una tecnica sofisticatissima: basta sfruttare fiducia, fretta e un gesto automatico.
La consapevolezza, quindi, diventa la prima vera linea di difesa. Fermarsi un secondo, chiedersi da dove proviene quel codice, se il contesto è coerente, se davvero è necessario scansionarlo. Non è paranoia, è igiene digitale. In un panorama in cui anche un semplice quadratino stampato può veicolare una minaccia, l’attenzione dell’utente resta un fattore decisivo. Perché la sicurezza, alla fine, non è solo tecnologia: è anche – e soprattutto – comportamento.
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