Se il XIX secolo è stata l’era del territorio e il XX secolo l’era del petrolio, il XXI secolo ha visto l’ascesa di un nuovo tipo di potere: il potere dei dati.
Dagli Stati Uniti all’Unione Europea fino alla Cina e all’India, i governi cercano tutti di rispondere alla stessa domanda: chi controllerà i dati dei cittadini, le infrastrutture digitali e i sistemi strategici di intelligenza artificiale del futuro?
Secondo la definizione contenuta nel rapporto strategico della Commissione europea sull’approccio comune alla sovranità digitale, che è anche l’interpretazione comune tra gli esperti di politica internazionale, la sovranità digitale è la capacità di un paese di esercitare un controllo sostanziale sui dati, sull’infrastruttura digitale, sull’hardware, sul software e sulle piattaforme tecnologiche da cui dipende.
In realtà, la sovranità digitale emerso insieme all’attuale ondata di innovaIone tecnologia.
Secondo il database accademico della National Library of Medicine (PMC) degli Stati Uniti, le discussioni sulla sovranità digitale in Europa vanno avanti da più di un decennio, con molti paesi del continente che iniziano a promuovere iniziative per costruire un’infrastruttura digitale più indipendente, dai cavi sottomarini e sistemi di posta elettronica ai data center locali.
Il concetto di sovranità digitale si sta gradualmente diffondendo in tutto il mondo. Tuttavia, invece di creare un modello unificato, ogni paese interpreta e persegue questo obiettivo a modo suo, riflettendo le differenze nelle istituzioni politiche, capacità tecnologiche e interessi strategici.
L’Unione Europea e la sovranità tecnologica
L’Unione Europea (UE) ha scelto la strada di stabilire regole e obbligare le aziende tecnologiche globali a rispettarle.
La Commissione europea ha recentemente presentato il nuovo Pacchetto per la Sovranità Tecnologica. Si tratta di una nuova strategia destinata a ridefinire il rapporto dell’Unione Europea con le tecnologie considerate “critiche” sia per la competitività economica che per la sicurezza del continente.
Qua non si parla di una semplice iniziativa industriale, ma di una “visione politica”, la quale nasce dalla consapevolezza che infrastrutture digitali, semiconduttori, cloud e intelligenza artificiale sono asset strategici, al pari delle reti energetiche e infrastrutture di trasporto.
In effetti, l’UE, dopo il caso di Anthropic Mythos, sta cambiando completamente prospettiva rispetto alla sovranità digitale, e moltissime nuove iniziative in ambito Europa si iniziano a intravedere inerenti la creazione di un ecosistema di innovazione attorno alla tecnologia digitale.
Cina: gestione globale
Mentre l’Europa cerca l’autonomia attraverso innovazione, leggi e nuovi standard, la Cina vede la sovranità digitale come parte della sovranità nazionale e la pone sotto il controllo diretto dello Stato. Già nel 2014, il presidente Xi Jinping ha introdotto il concetto di “sovranità informatica“, sottolineando il diritto di ciascun Paese a gestire e controllare le attività nello spazio digitale.
Da allora, Pechino ha gradualmente costruito un sistema legale relativamente completo. Secondo Reuters, la legge sulla protezione delle informazioni personali (PIPL) e la legge sulla sicurezza delle informazioni, entrate in vigore nel 2021, integrano la legge sulla sicurezza informatica implementata nel 2017. Questo quadro regola rigorosamente la raccolta, l’archiviazione, l’elaborazione e il trasferimento dei dati all’estero.
La governance cinese va oltre i semplici dati. Il Paese investe molto anche nell’infrastruttura Internet centrale, dal sistema nazionale dei nomi di dominio alle piattaforme digitali locali.
A livello internazionale, Pechino sta promuovendo attivamente il principio della sovranità informatica presso le Nazioni Unite, sperando che i paesi abbiano maggiori diritti nella gestione del cyberspazio invece di dipendere dai meccanismi guidati dall’Occidente.
India: un approccio pragmatico
Entro la metà del 2025, il sistema di identificazione biometrica Aadhaar dell’India emetterà oltre 1,42 miliardi di numeri di identificazione. (Fonte: Times of India) |
A differenza dell’approccio più manageriale della Cina o dell’Unione Europea, l’India ha scelto un percorso più pragmatico. Nuova Delhi mira a mantenere i dati e le infrastrutture critici all’interno del paese continuando ad attrarre investimenti da aziende tecnologiche globali.
Secondo il Government of India Press Bureau (PIB), entro la metà del 2025, il sistema di identificazione biometrica Aadhaar emetterà oltre 1,42 miliardi di numeri di identificazione e diventerà la base per molti servizi digitali, compreso il sistema di pagamento UPI.
Nel frattempo, il ministro delle Finanze Nirmala Sitharaman ha annunciato una politica di esenzione fiscale a lungo termine per i servizi cloud forniti tramite data center situati in India per incoraggiare gli investimenti nelle infrastrutture digitali.
Allo stesso tempo, il governo indiano sta implementando la seconda fase della Indian Semiconductor Mission (ISM 2.0), che mira a sviluppare la capacità produttiva nazionale di semiconduttori. Questo approccio dimostra che Nuova Delhi non sceglie l’isolamento, ma cerca un equilibrio tra la protezione degli interessi nazionali e lo sfruttamento delle risorse tecnologiche esterne.
USA: le esportazioni hanno un impatto globale
Mentre la maggior parte dei paesi cerca di ridurre la propria dipendenza dalla tecnologia straniera, gli Stati Uniti si trovano in una situazione diversa. Con la loro posizione di leader in settori quali l’intelligenza artificiale, il cloud computing e le piattaforme digitali, Washington cerca di espandere la propria influenza tecnologica in tutto il mondo.
Secondo il Federal Register, nel luglio 2025 il presidente Donald Trump ha firmato un ordine presidenziale che promuove l’esportazione degli ecosistemi di intelligenza artificiale americani, con l’obiettivo di preservare la leadership americana e ridurre la dipendenza globale dalle tecnologie sviluppate dai rivali di Washington.
Successivamente, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha lanciato il programma di esportazione dell’intelligenza artificiale degli Stati Uniti, che supporta le aziende nella fornitura di pacchetti tecnologici completi, inclusi hardware, software, infrastruttura dati e applicazioni di intelligenza artificiale, sul mercato internazionale.
Washington, pur promuovendo le esportazioni di tecnologia, ha anche espresso opposizione a molte politiche di localizzazione dei dati all’estero. Il rapporto 2026 National Trade Estimate (NTE) dell’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti (USTR) considera molte normative sulla localizzazione come barriere commerciali per le imprese nazionali.
Ciò evidenzia una differenza di prospettiva: ciò che molti paesi chiamano una difesa della sovranità digitale, Washington a volte la vede come una barriera al commercio e all’innovazione.
Carolina Vivianti è consulente/Advisor autonomo in sicurezza informatica con esperienza nel settore tech e security. Ha lavorato come Security Advisor per Ford EU/Ford Motor Company e Vodafone e ha studi presso la Sapienza Università di Roma.
Aree di competenza: Cybersecurity, IT Risk Management, Security Advisory, Threat Analysis, Data Protection, Cloud Security, Compliance & Governance