Le richieste di riscatto dei ransomware variano molto, soprattutto al variare dell’azienda che viene attaccata e ai suoi relativi profitti. Infatti la richiesta “perfetta” deve essere “commisurata” all’azienda, quindi non troppo alta e ne troppo bassa, in sintesi “giusta”.
Il 2021 ha visto un incremento esponenziale degli incidenti ransomware, in quanto questa nuova “arma digitale”, presenta moltissimi vantaggi perché è facilmente acquistabile in modalità RaaS e presenta bassissimi rischi per i criminali informatici, qualora si sappiano muovere bene nelle underground e nel mondo digitale.
La richiesta per la Regione Lazio dovrà essere quindi “commisurata” al suo business, pertanto potrebbe facilmente essere dell’ordine di grandezza compreso tra 1 e 5 milioni di euro.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera nella giornata di ieri, sarebbero stati chiesti precisamente 5 milioni di euro di riscatto alla Regione Lazio per riacquisire i dati presenti all’interno dei loro sistemi.
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Zingaretti ha detto di recente
“con i cyber-pirati che hanno sferrato l’attacco hacker al sistema informatico della Regione Lazio, non si tratta”.
Ma è anche vero che una volta constatato che le infrastrutture, o i servizi essenziali non possono ripartire perché non si hanno si hanno a disposizione dei backup fuori linea (sembrerebbe che i criminali informatici abbiano cifrato i backup, che non erano stati scollegati dalla rete), alla fine tutti quanti iniziano a trattare con i criminali informatici.
“L’attacco al Lazio spaventa per come viene raccontato”
Lo ha detto ad AdnKronos Giorgio Mulè, il sottosegretario alla Difesa con delega alla sicurezza cibernetica.
“A me non ha sorpreso perché quotidianamente riceviamo report di attacchi alle infrastrutture italiane: tra maggio e giugno ci sono stati più di 1000 campagne di phishing contro soggetti italiani. L’Italia da anni è attenzionata dai cybercriminali. Il problema è la capacità di formazione negli uffici”.
Infatti è proprio questo il problema principale.
La formazione delle organizzazioni su questa difficile materia, che deve partire dal rendere edotti tutti alla consapevolezza al rischio informatico, partendo da cosa sia una mail di phishing, fino ad arrivare al singolo Addetto IT che non deve utilizzare password predicibili banali o default sulle infrastrutture o esponga server RDP o SSH su internet (solo per dirne alcune).
L’igiene cyber è la prima cosa sulla quale puntare, e questa non la crei con un magico strumento, ma la crei aumentando la consapevolezza al rischio delle persone.
E’ un lavoro ciclopico da svolgere, ma se vogliamo disporre del mondo digitale, senza arretrare e avviare una de digitalizzazione “convulsiva”, è una lotta che dobbiamo condurre e che dobbiamo vincere partendo dall’anello più debole della catena.
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Membro e Riferimento del gruppo di Red Hot Cyber Dark Lab, è un ingegnere Informatico specializzato in Cyber Security con una profonda passione per l’Hacking e la tecnologia, attualmente CISO di WURTH Italia, è stato responsabile dei servizi di Cyber Threat Intelligence & Dark Web analysis in IBM, svolge attività di ricerca e docenza su tematiche di Cyber Threat Intelligence presso l’Università del Sannio, come Ph.D, autore di paper scientifici e sviluppo di strumenti a supporto delle attività di cybersecurity. Dirige il Team di CTI "RHC DarkLab"
Aree di competenza:Cyber Threat Intelligence, Ransomware, Sicurezza nazionale, Formazione
È uscito il sesto episodio di Betti-RHC, la serie a fumetti di Red Hot Cyber nata con l'obiettivo di trasformare la cybersecurity awareness in un'esperienza di formazione più semplice, coinvolgente e accessibile. Quello che è nato come un progetto editoriale innovativo è diventato negli anni un vero e proprio corso di cybersecurity awareness a fumetti, adottato da aziende e professionisti per sensibilizzare le persone sui rischi informatici attraverso storie, personaggi ed emozioni. In cinque anni di attività, la serie Betti-RHC ha raggiunto un risultato importante: circa 70.000 copie vendute, a testimonianza dell'interesse crescente delle organizzazioni verso nuovi strumenti per costruire una concreta cultura della sicurezza.
Il sesto episodio porta Betti dentro le nostre case, in un mondo "connesso", dove lampadine, telecamere, assistenti vocali, serrature, sensori ed elettrodomestici intelligenti promettono comfort e sicurezza, ma possono nascondere nuove e insidiose superfici di attacco. Attraverso una nuova avventura, Betti ci accompagna alla scoperta del mondo della domotica e dei dispositivi IoT, mostrando come la poca cautela nell'utilizzo di queste tecnologie possa trasformare oggetti quotidiani in porte d'accesso per chi vuole osservare, controllare o colpire.
Per accompagnare la crescita del progetto abbiamo realizzato il sito ufficiale di Betti-RHC, dove è possibile conoscere meglio la serie, gli episodi e il progetto di cybersecurity awareness sviluppato da Red Hot Cyber. L'obiettivo è continuare a portare la cultura della sicurezza fuori dai tradizionali percorsi formativi standard, utilizzando il linguaggio immediato del fumetto per parlare a dipendenti, professionisti e persone senza competenze tecniche. Per maggiori informazioni su Betti-RHC e sul sesto episodio “Open Mic” è possibile visitare il sito ufficiale:betti.redhotcyber.com.