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Attacco informatico allo studio italiano Grande Stevens. Lo studio della famiglia Agnelli

Attacco informatico allo studio italiano Grande Stevens. Lo studio della famiglia Agnelli

29 Agosto 2022 08:57

Un nuovo attacco informatico è stato messo a segno dalla cybergang BlackByte, la quale ha colpito lo studio legale Grande Stevens, specializzato in diritto commerciale e societario con sede a Torino.

Lo Studio Legale Grande Stevens, che prende nome dal suo fondatore, Franzo Grande Stevens, offre da oltre cinquant’anni assistenza legale, giudiziale e stragiudiziale, in tutti i settori del diritto civile, commerciale e societario. Gli avvocati dello Studio operano sulla base dei principi delineati nella Politica dello Studio con l’obiettivo di poter essere considerati dai propri clienti i consulenti di fiducia.

Post sul DLS di BlackByte

BlackByte pubblica all’interno del proprio data leak site (DLS) alcuni sample dei dati trafugati dall’infrastruttura ID fi Grande Stevens, i quali riportano verbali di cause legali, consulenze tecniche e informazioni confidenziali, oltre ad una lista delle directory contenenti ulteriori informazioni in possesso dei criminali infromatici.

Samples pubblicati da BlackByte
Directory in possesso di BlackByte
Richiesta di riscatto e contatti per instaurare la transazione

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I criminali informatici richiedono 160.000 dollari per cancellare i dati, mentre 210.000 per acquistarli e quindi, secondo i criminali informatici, far si che questi non vengano perduti dalla stessa cybergang nelle underground.

Franzo Grande Stevens (Napoli, 13 settembre 1928) è un avvocato italiano, presidente onorario della Juventus. Iscritto all’Albo degli avvocati dal 1954, in poco tempo divenne una delle persone di fiducia di Gianni Agnelli. Fu soprannominato, come Vittorio Chiusano prima di lui, “l’avvocato dell’Avvocato”. Nel 1976 partecipò in qualità di difensore d’ufficio al processo ai capi storici delle Brigate Rosse, assieme al presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati di Torino, Fulvio Croce, che venne poi assassinato dai terroristi. Sulla vicenda scrisse Vita d’un avvocato, pubblicato con la Cedam nel 2000, ad oltre vent’anni dall’omicidio di Croce.

RHC monitorerà l’evoluzione della vicenda in modo da pubblicare ulteriori news sul blog, qualora ci fossero novità sostanziali.

Nel caso in cui l’azienda voglia fornire una dichiarazione a RHC, saremo lieti di pubblicarla con uno specifico articolo sulle nostre pagine per dare risalto alla questione.

Qualora ci siano persone informate sui fatti che volessero fornire informazioni sulla vicenda od effettuare una dichiarazione, possono accedere alla sezione contatti, oppure in forma anonima utilizzando la mail crittografata del whistleblower.

Chi è la cybergang BlackByte

Dopo essere scomparso brevemente da tutti i radar, il gruppo BlackByte è tornato a gran voce, pubblicizzando il loro nuovo sito sui forum degli hacker e su Twitter, anche se poi il loro profilo è stato oscurato.

E anche se gli hacker si chiamano BlackByte 2.0, le uniche modifiche che hanno implementato sono un nuovo data leak site (DLS, il primo non era veramente ben fatto e molto lento) e diversi nuovi metodi di estorsione:

  • La vittima può pagare del denaro per impedire agli aggressori di pubblicare online i dati rubati per altre 24 ore;
  • Scaricare i dati rubati pagando un riscatto;
  • Pagare per la rimozione completa dei dati rubati.

Secondo gli esperti, i prezzi varieranno a seconda delle dimensioni/reddito della vittima. L’obiettivo di questi nuovi metodi di estorsione è semplice: guadagnare quanto più denaro possibile da una vittima in preda al panico o da hacker che potrebbero voler acquisire dati rubati.

Tuttavia, questa tattica è tutt’altro che nuova: la fazione LockBit 3.0 ha varato queste nuove iniziative introducendo il suo nuovo data leak site associato al suo programma RaaS.

Cos’è il ransomware e come proteggersi

Il ransomware, è una tipologia di malware che viene inoculato all’interno di una organizzazione, per poter cifrare i dati e rendere indisponibili i sistemi. Una volta cifrati i dati, i criminali chiedono alla vittima il pagamento di un riscatto, da pagare in criptovalute, per poterli decifrare.

Qualora la vittima non voglia pagare il riscatto, i criminali procederanno con la doppia estorsione, ovvero la minaccia della pubblicazione di dati sensibili precedentemente esfiltrati dalle infrastrutture IT della vittima.

Per comprendere meglio il funzionamento delle organizzazioni criminali all’interno del business del ransomware as a service (RaaS), vi rimandiamo a questi articoli:


Le infezioni da ransomware possono essere devastanti per un’organizzazione e il ripristino dei dati può essere un processo difficile e laborioso che richiede operatori altamente specializzati per un recupero affidabile, e anche se in assenza di un backup dei dati, sono molte le volte che il ripristino non ha avuto successo.

Infatti, si consiglia agli utenti e agli amministratori di adottare delle misure di sicurezza preventive per proteggere le proprie reti dalle infezioni da ransomware e sono in ordine di complessità:

  • Formare il personale attraverso corsi di Awareness;
  • Utilizzare un piano di backup e ripristino dei dati per tutte le informazioni critiche. Eseguire e testare backup regolari per limitare l’impatto della perdita di dati o del sistema e per accelerare il processo di ripristino. Da tenere presente che anche i backup connessi alla rete possono essere influenzati dal ransomware. I backup critici devono essere isolati dalla rete per una protezione ottimale;
  • Mantenere il sistema operativo e tutto il software sempre aggiornato con le patch più recenti. Le applicazioni ei sistemi operativi vulnerabili sono l’obiettivo della maggior parte degli attacchi. Garantire che questi siano corretti con gli ultimi aggiornamenti riduce notevolmente il numero di punti di ingresso sfruttabili a disposizione di un utente malintenzionato;
  • Mantenere aggiornato il software antivirus ed eseguire la scansione di tutto il software scaricato da Internet prima dell’esecuzione;
  • Limitare la capacità degli utenti (autorizzazioni) di installare ed eseguire applicazioni software indesiderate e applicare il principio del “privilegio minimo” a tutti i sistemi e servizi. La limitazione di questi privilegi può impedire l’esecuzione del malware o limitarne la capacità di diffondersi attraverso la rete;
  • Evitare di abilitare le macro dagli allegati di posta elettronicaSe un utente apre l’allegato e abilita le macro, il codice incorporato eseguirà il malware sul computer;
  • Non seguire i collegamenti Web non richiesti nelle e-mail;
  • Esporre le connessione Remote Desktop Protocol (RDP) mai direttamente su internet. Qualora si ha necessità di un accesso da internet, il tutto deve essere mediato da una VPN;
  • Implementare sistemi di Intrusion Prevention System (IPS) e Web Application Firewall (WAF) come protezione perimetrale a ridosso dei servizi esposti su internet.
  • Implementare una piattaforma di sicurezza XDR, nativamente automatizzata, possibilmente supportata da un servizio MDR 24 ore su 24, 7 giorni su 7, consentendo di raggiungere una protezione e una visibilità completa ed efficace su endpoint, utenti, reti e applicazioni, indipendentemente dalle risorse, dalle dimensioni del team o dalle competenze, fornendo altresì rilevamento, correlazione, analisi e risposta automatizzate.

Sia gli individui che le organizzazioni sono scoraggiati dal pagare il riscatto, in quanto anche dopo il pagamento le cyber gang possono non rilasciare la chiave di decrittazione oppure le operazioni di ripristino possono subire degli errori e delle inconsistenze.

La sicurezza informatica è una cosa seria e oggi può minare profondamente il business di una azienda.

Oggi occorre cambiare immediatamente mentalità e pensare alla cybersecurity come una parte integrante del business e non pensarci solo dopo che è avvenuto un incidente di sicurezza informatica.

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