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Le backdoor di stato stanno arrivando. Ma questa volta, con il timbro UE!

Le backdoor di stato stanno arrivando. Ma questa volta, con il timbro UE!

7 Aprile 2025 22:22

I tempi stanno cambiando.

Un tempo la sorveglianza era silenziosa, nascosta tra le pieghe del codice e delle reti. Oggi, invece, si presenta a volto scoperto, con l’appoggio della politica e la benedizione di normative che la vogliono rendere legale, strutturata, persino necessaria. Dopo Echelon, il Datagate con Edward Snowden nel 2013 accese i riflettori sulle pratiche di sorveglianza di massa svolta dalla NSA e dell’FBI. Tale scandalo mostrava come le democrazie più avanzate non siano immuni dal desiderio di ascoltare tutto, sempre.

Poi è arrivato Vault 7, la più grande fuga di documenti della CIA mai registrata. In questa fuga di dati veniva mostrato come gli Stati Uniti riuscivano a infiltrarsi in smartphone, smart TV e computer di mezzo mondo. Fino ad allora, le backdoor erano qualcosa di sussurrato nei corridoi dell’intelligence, strumenti d’uso esclusivo delle agenzie, senza discussione pubblica.


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Ma oggi il dibattito si è fatto politico, pubblico, globale.

La dichiarazione di Trump di Novembre

A novembre 2024, Donald Trump ha dichiarato che servono “normative flessibili in termini di intelligence”. Sostenne apertamente l’utilizzo di tecnologie di tipo spyware per proteggere la sicurezza nazionale. Un’affermazione forte, che ha avuto conseguenze quasi immediate. Nel giro di qualche mese, diversi vertici dell’NSA sono stati rimossi dopo incontri a porte chiuse con Elon Musk. L’impressione è che stia prendendo forma una nuova dottrina americana: la sorveglianza legalizzata, esplicita, che non ha più bisogno di nascondersi.

Pertanto la tecnologia spyware riceverà un “secondo vento”. È probabile che le aziende che producono programmi come NSO Group e Paragon trovino sostegno nella nuova amministrazione. Questo nonostante le critiche ai loro strumenti per violare i diritti umani.

Nel frattempo, Cina e Russia osservano. Loro il modello lo hanno già consolidato da tempo: sorveglianza pervasiva, controllo dei dati, nessuna illusione sulla privacy. Ma la differenza – sottolineano spesso i governi occidentali è che quei due paesi sono sotto regime.

L’Occidente, invece, è un mondo di diritti e trasparenza. Almeno, lo era.

La discussione sulle Backdoor in Europa e nel Regno Unito

Anche l’Europa, infatti, si muove. Lunedì scorso è stato presentato il piano ProtectEU – un documento che, tra le righe – scritte in burocratese – segna un altro punto di svolta. Sebbene l’UE abbia sempre espresso riserve sull’uso di backdoor nella crittografia, il piano parla chiaro: entro il 2025 verrà sviluppata una tabella di marcia per consentire un accesso legale ed efficace ai dati da parte delle forze dell’ordine, con una roadmap tecnologica prevista per l’anno successivo.

“Stiamo lavorando a una tabella di marcia ora e vedremo cosa è tecnicamente possibile”, ha affermato Henna Virkkunen, vicepresidente esecutivo della CE per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia. “Il problema è che ora le nostre forze dell’ordine stanno perdendo terreno sui criminali perché i nostri investigatori di polizia non hanno accesso ai dati”, ha aggiunto e ha detto che nell'”85 percento” le forze dell’ordine non riescono ad accedere ai dati di cui avrebbero bisogno. La proposta è di modificare l’attuale Cybersecurity Act per consentire queste modifiche.

Stesso tema si sta dibattendo nel Regno Unito, dopo che le autorità hanno chiesto ad Apple di creare una backdoor che consentisse l’accesso ai dati cloud crittografati degli utenti. Apple ha deciso di disattivare del tutto la funzionalità Advanced Data Protection (ADP) nel Regno Unito.

Le autorità britanniche avrebbero emesso un ordine chiedendo ad Apple di fornire l’accesso ai dati criptati degli utenti in tutto il mondo. Secondo la pubblicazione, l’ordine imponeva ad Apple di creare una backdoor che avrebbe consentito l’accesso a qualsiasi contenuto caricato sul cloud da qualsiasi utente.

In altre parole: si comincia a costruire l’infrastruttura legale e tecnica per aprire varchi nei sistemi di protezione dati. Varchi “legalizzati”, ma sempre varchi.

Tutto questo solleva una domanda scomoda: dove finisce la sicurezza e dove comincia il controllo?

Il rischio della backdoor e le sue derive

Nel tempo, la guerra informatica ha subito una profonda evoluzione, trasformandosi da strumento sperimentale a vero e proprio teatro operativo. Inizialmente, fu la NSA (National Security Agency) a detenere la leadership mondiale nelle capacità offensive cibernetiche, sviluppando strumenti avanzatissimi per penetrare e manipolare sistemi informatici ostili. Una delle conferme più clamorose di questa superiorità tecnica emerse nel 2017, con la pubblicazione di Vault-7 da parte di WikiLeaks: una serie di documenti top secret della CIA che rivelarono l’esistenza di un vasto arsenale di malware, exploit zero-day e tecniche di hacking sviluppate internamente dagli Stati Uniti per operazioni clandestine in tutto il mondo.

Ma anche prima di Vault-7, la potenza di fuoco della cyber intelligence americana era emersa in modo devastante. Il primo ransomware della storia a diffusione globale, WannaCry, si basava su un exploit chiamato EternalBlue, sottratto dai server della NSA dal gruppo hacker Shadow Brokers. EternalBlue sfruttava una vulnerabilità di Windows che l’NSA aveva individuato anni prima e mantenuto segreta, utilizzandola per accedere silenziosamente a qualsiasi sistema operativo Windows connesso in rete. Questo exploit rappresentava una vera e propria backdoor universale, e il fatto che sia stato rubato e poi usato (dagli hacker del gruppo Lazarus associati alla Corea Del Nord) contro il mondo intero ha dimostrato quanto sia sottile il confine tra arma strategica e boomerang incontrollabile.

Tra le più note operazioni militari cibernetiche nella storia, spicca Operation Olympic Games, una missione congiunta tra Stati Uniti e Israele. Il malware protagonista fu Stuxnet, uno strumento di guerra informatica mai visto prima, capace di sabotare fisicamente l’infrastruttura industriale della centrale nucleare iraniana di Natanz. Armato con quattro vulnerabilità zero-day (due contro Windows e due contro i PLC Siemens), Stuxnet rappresentò l’alba di una nuova era: quella in cui un malware può danneggiare impianti reali, senza sparare un colpo, ma alterando algoritmicamente la realtà.

Oggi, però, il dominio statunitense è stato ridimensionato.

La Cina, in particolare, ha dimostrato negli ultimi sei mesi di aver superato il livello tecnologico statunitense, con operazioni come Volt Typhoon, Salt Typhoon e Liminal Panda, condotte con precisione chirurgica e capacità stealth avanzate. In questo scenario di “guerra grigia“, dove le regole sono fluide e le frontiere invisibili, disporre di un accesso backdoor può offrire un vantaggio significativo nella raccolta d’intelligence.

Tuttavia, è cruciale ricordare che una backdoor, una volta scoperta, può essere usata anche dal nemico. La realtà del cyberspazio è fluida e imprevedibile: uno zero-day, in media, viene scoperto da altri ricercatori circa un anno dopo la sua prima individuazione. Questo significa che un exploit può essere utilizzato simultaneamente da più agenzie di intelligence, senza che l’una sappia dell’altra. In tale contesto, la backdoor non è sempre un vantaggio: può trasformarsi rapidamente in una vulnerabilità, in un’arma rivoltata contro chi l’ha forgiata.

Conclusioni

Come abbiamo visto, le backdoor, per loro natura, sono strumenti a doppio taglio. Non esiste una backdoor “solo per i buoni”: una volta creata, può essere sfruttata da chiunque riesca a trovarla. E soprattutto, apre un varco non solo nei dispositivi, ma in uno dei principi fondamentali degli esseri umani: il diritto alla riservatezza.

La verità è che ci stiamo pericolosamente avvicinando a quei modelli autoritari che per anni abbiamo criticato. Il confine tra sicurezza nazionale e sorveglianza di massa si fa sempre più sottile. E, paradossalmente, la difesa della libertà rischia di passare proprio per la sua negazione.

La politica vuole la backdoor. Ma il mondo – quello fatto di cittadini, esperti di sicurezza, attivisti per i diritti digitali e banalmente a persone estranee all’argomento – non la vuole. Perché una volta che apri una porta sul tuo mondo privato, è difficile richiuderla. E forse, a quel punto, non saremo più tanto diversi da quei regimi che oggi guardiamo con tanto disprezzo.

Il futuro si sta giocando oggi.

E dipende da noi decidere se vogliamo vivere in un mondo sicuro… o in un mondo sorvegliato.

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Massimiliano Brolli 300x300
Responsabile del RED Team di una grande azienda di Telecomunicazioni e dei laboratori di sicurezza informatica in ambito 4G/5G. Ha rivestito incarichi manageriali che vanno dal ICT Risk Management all’ingegneria del software alla docenza in master universitari.
Aree di competenza: Bug Hunting, Red Team, Cyber Threat Intelligence, Cyber Warfare e Geopolitica, Divulgazione

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