Come abbiamo visto questa settimana, l’Italia si sta avviando verso un lungo percorso per spostare le infrastrutture della pubblica amministrazione nel Cloud.
Il cloud è come l’elettricità. Può essere accesa e può essere spenta. È disponibile 24 ore su 24, ha un costo coerente e ha tecnici specializzati che garantiscono la sua sicurezza.
È qualcosa di straordinario, non è vero?
Ma come in tutte le cose, occorre essere preparati per i cambiamenti radicali, i quali possono portare grandi miglioramenti, nuove occasioni, ma anche grandi rischi qualora non si sappiano gestire nel corretto modo.
Ci vuole quindi preparazione, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti specialistici di sicurezza informatica.
Un problema tutto Italiano, in quanto siamo veramente a corto di persone qualificate in questo ambito, soprattutto per gli aspetti tecnici specialistici, come sempre abbiamo riportato su RHC.
Roberto Baldoni, a capo dell’agenzia per la cybersicurezza nazionale, ha posto l’attenzione in una intervista su Formiche.net, dicendo:
“Per mettere radici, la cyber-resilienza ha bisogno di consapevolezza e competenze”.
Cosa sulla quale ci siamo sempre battuti come Red Hot Cyber e non possiamo che essere d’accordo, e ha aggiunto:
“Per poter mettere radici la cyber-resilienza delle infrastrutture nazionali l’italia ha bisogno di una forte campagna di consapevolezza verso l’esterno e della creazione di competenze per difendere dagli attacchi le strutture strategiche italiane, dagli ospedali alla Pubblica amministrazione”.
Perché è necessario fare tutto questo, altrimenti l’operazione cloud potrebbe fallire miseramente in una serie infinita di violazioni.
Baldoni sottolinea quindi che:
“Entro i primi mesi del 2022 completeremo il trasferimento di 90 professionisti da Dis, Mise ed AgID. Poi, a partire dal 2022, bandiremo i concorsi per raggiungere le 300 persone entro la fine del 2023. L’obiettivo è arrivare a circa 800 entro il 2027”.
E poi parla di una nota dolente della quale ne abbiamo parlato moltissime volte su RHC. L’Italia non fa tecnologia, si è sempre limitata ad usare quella degli altri, mentre gli altri paesi in questo momento si stanno organizzando a realizzare tecnologie proprietarie.
Questo vale anche per l’Europa. Tecnologie cloud non ne abbiamo e siamo costretti ad acquistarle dai cugini USA.
“Non abbiamo over the top europei nella tecnologia Cloud o nell’Intelligenza artificiale, ne abbiamo pochi nell’Internet of things. Deve ancora avvenire lo sviluppo industriale vero e proprio”.
Il direttore è duro nel confronto tra Ue e Usa:
“L’Europa, a differenza dell’America, fatica a trasformare la ricerca in business. Dobbiamo fare i compiti a casa: se non crei le condizioni per la nascita di grandi player europei, ovvero se non raggiungi un più alto livello di autonomia nell’Ict, è più difficile porre le basi per una piena alleanza tecnologica con gli Stati Uniti”.
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