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RHC Intervista Anna Vaccarelli, miglior informatica italiana

Autore: Massimiliano Brolli e Olivia Terragni
Data Pubblicazione: 11/02/2022

Di recente RHC ha riportato una notizia relativa ad una onorificenza rilasciata dall’Italian Computer Society (la principale organizzazione volta alla promozione e alla diffusione della cultura informatica digitale in Italia), che ha insignito l’Ingegner Anna Vaccarelli quale migliore informatica d’Italia.

Nella motivazione del premio, il comitato scientifico scrive:

“Per essersi distinta nei prestigiosi incarichi ottenuti come ricercatrice e dirigente del Cnr, e nei numerosi ruoli apicali ricoperti. Oggi dopo lunga esperienza, si pone tra le pioniere della cybersecurity, della divulgazione scientifica rivolta al digitale in Italia ed esperta a livello internazionale”.

Anna Vaccarelli, originaria di Taranto, si è laureata all’Università di Pisa in Ingegneria elettronica. Dal 2004 è responsabile delle Relazioni esterne, media e comunicazione del Registro.it, l’anagrafe dei domini.it, gestito dallo Iit del Cnr. Svolge e coordina attività di comunicazione e di divulgazione tecnica e scientifica sui temi della rete anche attraverso strumenti multimediali, quali ad esempio la WebTv del Cnr.

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Dal 2010 coordina e promuove un’azione di diffusione della cultura di internet nelle scuole, con progetti di peer education tra vari livelli di scuola, realizzati attraverso lo strumento dell’alternanza scuola- lavoro, attraverso la Ludoteca del Registro .it.

È tra gli ideatori, fondatori ed ispiratori di Internet Festival dal 2008, e dal 2011 è coordinatrice del comitato esecutivo del Festival. Ha progettato e cura la trasmissione radiofonica di divulgazione scientifica ‘Aula40’. Ha svolto attività di ricerca e di docenza nel settore della Information security. E’ coautrice di oltre 100 pubblicazioni scientifiche e tecniche. È stata vicepresidente dell’associazione di sicurezza informatica Assosecurity ed è nel comitato direttivo di Women for Security, community di professioniste che operano nel mondo della sicurezza informatica in Italia.

Red Hot Cyber l’ha contattata, chiedendo di intervistarla, in quanto quello che sta facendo sposa appieno l’idea della nostra community, ovvero divulgare ad un più alto numero di persone la consapevolezza del rischio.

Anna Vaccarelli: la consapevolezza al rischio è la miglior difesa

RHC: Salve ingegner Anna Vaccarelli e grazie per averci concesso il privilegio di questa intervista. RHC è un blog di sicurezza informatica che ha come obiettivo quello di divulgare l’importanza della cybersecurity ad un numero ampio di persone e crediamo che solo attraverso la collaborazione sia possibile in qualche modo ridurre i rischi di una società sempre più informatizzata. Quanto è importante la divulgazione della consapevolezza al rischio in questo periodo storico?

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Anna Vaccarelli: È la migliore difesa. La maggior parte dei rischi che corriamo in rete derivano dalla scarsa attenzione o dimestichezza con il mezzo. La maggior parte dei “tranelli” nei quali cadiamo facilmente sono in realtà semplici e a volte banali: quasi sempre il “malintenzionato” cerca di sfruttare la nostra distrazione o buona fede o fiducia o disattenzione.

L’esempio principe è il phishing, una email che apparentemente arriva da un mittente affidabile e ci chiede dati importanti o ci reindirizza su un sito controllato dall’attaccante che tenterà di carpire i nostri dati personali. Se fossimo sempre consapevoli che questo rischio è in agguato e conoscessimo quei due o tre “trucchetti” per verificare mittente e link (basta andarci sopra con il mouse senza cliccare per vedere l’indirizzo email vero di provenienza o il link al quale ci stanno reindirizzando), eviteremmo il rischio. Ci tengo anche a sottolineare che la consapevolezza andrebbe acquisita e inculcata da giovanissimi, anche da bambini: oggi bisogna imparare prima possibile a muoversi in rete, come si impara a scrivere e a leggere. È il primo presupposto per diventare buoni e attenti cittadini digitali.

RHC: In Italia abbiamo moltissime persone altamente specializzate in questo ambito che potrebbero fornire un valido supporto alla divulgazione scientifica e del rischio informatico, per far accrescere la consapevolezza nelle persone, ma che spesso si muovono solo per interesse personale. Quanto è importante “regalare” una parte del nostro sapere in una situazione di estesa crisi informatica come in questo periodo, per poter consentire a tutti di conoscere i rischi?

Anna Vaccarelli: È un gesto importante, ma il “volontariato” rischia di non avere l’impatto desiderato. L’educazione al digitale deve essere un percorso strutturato, che parte dalla scuola. Oggi sono previste solo 4 ore di cittadinanza digitale nelle 33 di educazione civica: decisamente insufficienti. L’attività di divulgazione “volontaria” potrebbe dare un buon contributo di supporto a una attività di educazione e formazione organizzata.

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RHC: Parlando ancora di rischi ma anche di opportunità, i più giovani sono come spugne che si imbevono di acqua, ma hanno anche bisogno di appassionarsi alla materia, come instillare loro la giusta curiosità per l’informatica? Quali sono i migliori modi per diffondere la cultura cyber tra i più giovani?

Anna Vaccarelli: Nella mia esperienza, quando si va a parlare di questi temi ai ragazzi (e noi lo facciamo regolarmente nelle scuole) è difficile che siano distratti. È un argomento che li tocca da vicino e li coinvolge e di solito sono molto reattivi. C’è anche da considerare che spesso i ragazzi sono bravi con i dispositivi (soprattutto smartphone) e a utilizzare le app e si sentono preparati, ma in realtà moltissime cose “di base” non le sanno e quando gliele racconti ne vengono attirati.

Ovviamente, per raccontare questi temi, bisogna trovare la chiave giusta, che non è la lezione teorica frontale, ma un laboratorio in cui partecipano attivamente, un’attività collaborativa, secondo le indicazioni delle moderne metodologie didattiche.

RHC: In Italia vengono introdotte oggi molte iniziative interessanti, ad esempio CyberChallenge.IT e OliCyber, che attraggono principalmente i ragazzi dalle università e dalle scuole superiori. Parlando di Digitalizzazione ed educazione nelle scuole, quali sono i cambiamenti auspicabili o le necessità nel sistema italiano?

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Anna Vaccarelli: Come accennavo prima, occorre un maggiore spazio “strutturato” dedicato a questi temi, un percorso didattico vero e proprio, che sia verticale (con una “materia” curriculare dedicata) ma anche trasversale, perché dovrebbe trovare applicazione in tutte le altre materie.

Ma un altro punto importante è la formazione dei docenti. Si sa che l’età media dei docenti è piuttosto alta e comunque pochi tra loro hanno confidenza con le tecnologie digitali e ancora meno ne prevedono l’uso nella didattica. Un lavoro importante va fatto, quindi, con i docenti, per fornire loro gli strumenti necessari a svolgere con consapevolezza e competenza il ruolo di educatori e formatori anche in questo settore. Spesso i ragazzi in aula ne sanno più degli insegnanti e per molti di essi questa è una situazione di imbarazzo e di perdita di autorevolezza, che tendono ad evitare.

RHC: C’è una domanda che le ha fatto un giovane sul mondo dell’informatica che l’ha colpita in particolar modo?

Anna Vaccarelli: L‘interesse maggiore dei ragazzi, soprattutto quelli degli ultimi anni delle secondarie di secondo grado, è verso le prospettive di lavoro: quali sono le professioni più richieste, quanta richiesta c’è ed anche come sono retribuite. Spesso ci sono profili professionali che neanche conoscono come per esempio il data scientist (colui che estrae informazioni dai dati) e dai quali spesso restano affascinati.

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RHC: Avere un esempio che qualcuno ce l’ha fatta può aiutare”, sono le sue parole “occorre anche una forte determinazione e una buona autostima”, ecco, sono 3 elementi fondamentali e difficili da trasmettere. Lei “ce l’ha fatta” sia come scienziata che come donna. Ci può descrivere Women for Security con altrettante 3 parole?

Anna Vaccarelli: La spinta che ci muove come Women for Security è racchiusa nella frase “Una voce può parlare ma tante voci si fanno ascoltare”: il cuore della community è lo spirito di gruppo, il rispetto e la valorizzazione delle competenze di tutte, la disponibilità a dare un contributo di testimonianza o di divulgazione o di creazione di awareness sulla cybersecurity ovunque sia possibile o venga richiesto . Essere insieme e lavorare dandosi supporto è un punto chiave: dall’esterno veniamo percepite come un gruppo compatto e questo ci dà forza e ispira fiducia in chi viene in contatto con noi.

RHC: Cosa vuole dire essere una donna nella sicurezza informatica oggi rispetto a ieri? Quali sono le differenze?

Anna Vaccarelli: Mi piacerebbe poter dire il contrario, ma purtroppo non c’è stata una rivoluzione. Le cose sono certamente cambiate e stanno cambiando, le donne che studiano o lavorano nel settore della sicurezza informatica sono molte di più rispetto a trent’anni fa, ma sono ancora percentualmente poche rispetto agli uomini. Inoltre – e questo è il punto più critico – lo sviluppo della carriera è ancora molto più difficile per le donne che per gli uomini, in questo settore forse più che in altri, è istintivamente sentito come appalto dell’universo maschile.

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Come Women for Security cerchiamo di far capire che in questo settore ci sono molti spazi che possono essere occupati e che possono assecondare anche vocazioni non strettamente tecniche: ci sono alcune di noi che operano nel marketing, nella divulgazione, nei media, nelle risorse umane, cioè non sono delle hacker, ma sanno di cybersecurity. E noi speriamo che il nostro esempio serva di incoraggiamento.

RHC: Cosa possiamo fare tutti quanti noi, addetti ai lavori, partendo dalle piccole cose per cercare di attrarre maggiori donne all’interno della cybersecurity?

Anna Vaccarelli: Bisogna cercare di raggiungerle attraverso tutti i canali possibili: scuola, media, social media. Gli strumenti e gli argomenti da utilizzare sono diversi: portare testimonianze, che incoraggino le ragazze a seguire questa strada, consolidare la fiducia in sé stesse, la consapevolezza delle proprie capacità, divulgare i contenuti di questi temi, evidenziare le opportunità di lavoro. C’è anche da cambiare la mentalità degli uomini (e di alcune donne ahimé) sia nei rapporti sociali che negli ambienti di lavoro, portandoli a un maggiore rispetto delle capacità e delle competenze delle ragazze e delle donne. E questo è un lavoro che ciascuno di noi può fare nel suo ambiente.

Coraggio ragazzi: potete cominciare proprio voi, guardandovi intorno, lì dove siete!

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RHC: C’è un video della regista e documentarista Lauren Greenfield, Like a Girl, che parla di fiducia tra le ragazze e dell’impatto negativo degli stereotipi. Quando viene chiesto ad una ragazzina “cosa significa correre come una ragazza” lei risponde “correre più forte che puoi!”, possiamo dare lo stesso consiglio alle ragazze che oggi vogliono intraprendere una carriera nella sicurezza informatica?

Anna Vaccarelli: Certamente sì, l’approccio è quello giusto. Lo studio e il lavoro anche in questo settore richiedono impegno e, come in una corsa, ciascuno deve sforzarsi al massimo per arrivare al traguardo. E tutti devono andare al massimo, uomini e donne, con pari opportunità e capacità per arrivare in fondo. Non possiamo però ignorare che spesso alle donne occorre uno sforzo maggiore (purtroppo ancora oggi).

RHC: L’Italia è un paese di creativi e un paese di persone coraggiose: quanto e cosa ci vorrà per arrivare a pari con gli altri paesi in materia di digitalizzazione?

Anna Vaccarelli: La previsione di ingenti investimenti del PNRR certamente darà un forte contributo, è un piano ambizioso che agisce su diversi fronti. Il primo è certamente quello di portare la connettività ovunque: ci sono ancora molte zone del Paese non collegate o collegate male. Senza connessione l’accesso al digitale non esiste! Un’altra grande spinta è prevista verso le aziende: le nostre imprese sono ancora molto poco digitalizzate, anche nei processi semplici, documentali, non solo in quelli produttivi, anche se dal nostro osservatorio del Registro.it, abbiamo osservato una notevole crescita di registrazione di nomi a dominio con estensione .it, con un tasso che non si vedeva da molti anni. Questo vuol dire che c’è stato un maggiore interesse verso l’uso del digitale nel proprio business: un effetto (positivo) della pandemia, che ha obbligato tutti a un uso maggiore del digitale. La parte più impegnativa è forse quella della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione dove c’è innegabilmente una resistenza culturale, anche questa dovuta in parte all’età piuttosto alta dei dipendenti della PA, un parco di dispositivi e applicativi spesso insufficiente e obsoleto. Della formazione, altro punto cruciale, ne abbiamo già parlato!

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RHC: Viviamo in un periodo di grandi violazioni: secondo lei, dove ci sta portando la digitalizzazione?

Anna Vaccarelli: Molti la paragonano alla rivoluzione industriale e credo che il paragone sia calzante. Anche in questo caso l’impatto probabilmente maggiore si avrà nel mondo del lavoro, lo stiamo già vedendo. Alcune professioni andranno a sparire ma altre nuove ne stanno nascendo e bisogna intercettarle per collocarsi più facilmente nel mondo del lavoro. Bisogna anche riconoscere che la digitalizzazione ci sta aprendo molte opportunità: accesso facilitato alle informazioni, semplificazione nell’usufruire dei servizi (pensiamo solo all’home banking che ci risparmia le file in banca), accorciamento delle distanze: le persone all’altro capo del mondo sono a portata di mano, anzi di mouse e così via. Ci sono, per contro, anche nuovi rischi con cui dobbiamo misurarci: come in passato i rischi nel circolare per la strada sono cambiati nel passaggio dalle carrozze alle automobili, oggi dobbiamo imparare a riconoscere i nuovi rischi per difenderci. Forse il primo fra tutti è il rischio a cui sono sottoposti i nostri dati, personali e aziendali: imparare a difenderli dalle violazioni è il primo passo per vivere più serenamente le opportunità offerte dal digitale.

RHC: Alla prima lezione di Analisi 1, il professore ci consigliò apertamente di cambiare facoltà perché ‘il cervello delle donne è diverso da quello degli uomini’ e non avremmo potuto farcela”, anche queste sono parole sue.

Anna Vaccarelli: Beh, il fatto che sia qui a parlarne vuol dire che proprio aveva torto (ma ne ero convinta anche allora!)

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RHC: Arrivare dove nessuno ha mai osato prima: cosa le fa pensare questa frase?

Anna Vaccarelli: A Ulisse, che voleva superare le colonne d’Ercole, i confini del mondo allora conosciuto per scoprire cose nuove: la curiosità e la voglia di sapere, che spingono avanti l’umanità e le consentono di progredire