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Robot con figli: fantascienza o possibile realtà?

Autore: Roberto Capra

Data Pubblicazione: 26/10/2021

Nel corso di un’intervista del 15 ottobre scorso l’androide Sophia, una robot umanoide dotata di un’intelligenza artificiale molto avanzata, ha dichiarato che le piacerebbe diventare genitrice di un baby robot con il suo nome e che – in futuro – sarebbe bello vedere famiglie di robot.

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Tale affermazione è foriera di notevoli interrogativi dal punto di vista tecnico e giuridico relativamente all’effettiva possibilità di riconoscere la genitorialità a dei dispositivi che – almeno per come li conosciamo ora – sono dei macchinari, seppur ipertecnologici.

Un primo aspetto da chiarire è di tipo tecnico: capire, cioè, se il baby robot sarà costruito ad uso esclusivo delle famiglie robotiche oppure se sarà un robot identico agli altri, ma dotato di un software di base che, grazie a sistemi di machine learning, dovrà essere educato dai genitori robotici.

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Nel caso in cui si dovesse optare per un processo educativo, così da simulare il più possibile il processo di crescita umano, dovranno essere determinate anche le modalità di questo processo: decidere se questo dovrà essere integralmente gestito da robot, anche esterni al possibile “nucleo familiare”, oppure se questo sarà comune al processo formativo umano, magari con la frequenza delle medesime scuole.

Un altro aspetto da chiarire è la possibilità per i robot di esercitare direttamente la responsabilità genitoriale. Al momento, almeno in Europa, questa eventualità non è contemplata. Anche in caso di famiglie robotiche, la responsabilità e la potestà ricadrebbero integralmente su un essere umano o su un’azienda che dovrà sempre avere il controllo dei suoi prodotti. Le linee guida europee in materia di robotica ed IA promuovono l’evoluzione tecnologica, ma considerano questi dispositivi come macchinari privi di qualsivoglia soggettività.

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Tale impostazione, tuttavia, non è universale: Sophia dal 2017 è una cittadina dell’Arabia Saudita. Questo riconoscimento assottiglia il confine tra robot ed essere umano e crea un precedente che potrebbe aprire la strada a tale impostazione anche da parte di altri Stati e ad eventuali acquisizioni di diritti da parte di questi dispositivi, inclusa proprio la possibilità di esercitare la potestà genitoriale.

Accettando di dare la responsabilità genitoriale ai robot, bisognerebbe determinarne le modalità: nel mondo tradizionale, tale responsabilità viene riconosciuta a coloro che abbiano raggiunto una determinata età o, in limitati casi, in specifiche situazioni, pur con marcate differenze tra le legislazioni nazionali. Tale impostazione pare di difficile applicazione al mondo robotico: anzitutto non è chiaro come determinare l’età dei robot e, secondariamente, si tratta di dispositivi soggetti ad un’obsolescenza piuttosto rapida.

Per completezza, va detto che una parziale soluzione circa la determinazione dell’età dei robot potrebbe essere stata implicitamente suggerita proprio da Sophia nell’intervista citata ad inizio articolo. Nel corso di questa, infatti, l’androide ha dichiarato di essere (ancora) troppo giovane per avere figli. Sebbene questa robot abbia le fattezze di una donna adulta, è stata attivata per la prima volta il 19 aprile 2015 e dunque ha un’età anagrafica di poco superiore ai sei anni: decisamente troppo pochi per badare alla prole!

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Un’impostazione del genere, però, rischierebbe di creare più problemi che soluzioni: Sophia è il primo robot della serie, ma – specialmente in caso di produzione in serie – non si chiarisce se per i robot costruiti successivamente la data di nascita è da far coincidere con quella del primo esemplare o se ogni lotto uscito dalla fabbrica avrà una “data di nascita” differente.

Un altro grande problema legato all’utilizzo dell’età anagrafica è legato all’obsolescenza: in 16 o 18 anni la tecnologia avanza moltissimo… come potrebbe un robot ormai obsoleto educare un altro robot che utilizza componentistica e software molto più avanzati?

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Tutti questi interrogativi evidenziano come i robot e le intelligenze artificiali si stanno avvicinando sempre di più ad un pensiero umano, ma noi umani non siamo ancora del tutto pronti ad accogliere dispositivi di tale livello tra di noi.

Questo veloce avanzamento tecnologico dovrebbe però spingere chi di dovere ad occuparsi attivamente di come dovrà essere l’inserimento di queste tecnologie nella società, mediante l’introduzione di un corpus normativo il più possibile condiviso, ma che allo stesso tempo sia attento a non bloccarne lo sviluppo.

Per quanto riguarda la genitorialità robotica sembra che, almeno al momento, la soluzione migliore possa essere quella desumibile dalle linee guida europee: anche se si dovesse consentire ai robot di crearsi delle famiglie, la responsabilità ed il controllo dovrà essere sempre esercitato da un essere umano che risponderà in tutto e per tutto alle normative “tradizionali”

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