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L’evoluzione digitale delle terapie mediche. Uno sguardo al futuro e al presente.

Autore: Daniela Farina

Verum scire est scire per causas.

Il vero sapere è sapere attraverso le cause. Lo scriveva Tommaso d’Aquino, riprendendo uno dei capisaldi della filosofia aristotelica. Ed in questa direzione, sulla scoperta ed il disvelamento del meccanismo che è causa di un fenomeno, che si è orientato il metodo scientifico fino ad oggi.

Capiamoci, lo si fa, ancora oggi, ma l’analisi dei big data ha mandato in tilt questo metodo procedurale in quanto ad un approccio, esclusivamente empirico, è seguito quello teorico, basato sulla costruzione di modelli e sulla spiegazione complessiva dei fenomeni tramite leggi naturali.

Era il 1976

quando in Italia veniva sperimentato un protocollo di trasmissione a distanza di esame diagnostico piuttosto comune, elettrocardiogramma (ECC) Sostanzialmente le informazioni di un paziente venivano trasmesse in tempo reale ad un medico distante chilometri il quale procedeva a stilare il referto. Con questa sperimentazione si fa nascere tradizionalmente la telemedicina italiana. Una sperimentazione, che riscosse un successo tale da spingere la compagnia telefonica monopolista dell’epoca, a lanciare sul mercato un apparecchio specializzati in questo tipo di trasmissioni, il cardiotelefono. Da questi esperimenti pioneristici ad oggi, grazie alla gestione domiciliare di molti aspetti sia diagnostici sia terapici, sono stati fatti passi da gigante. In epoca digitale la telemedicina e e la teleassistenza sono procedure in grado di portare benefici diretti al paziente, con evidente diminuzione sia dei costi di spostamento sia di spesa sociale. La telemedicina è una pratica piuttosto sviluppata nei paesi nord europei, dove per ragioni storiche, geografiche e culturali certi tipi di soluzioni sono impiegate da molti anni.

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Ed in Italia?

Nonostante interessi ed investimenti la telemedicina risulta tutto fuorchè diffusa sul nostro territorio nazionale, dove tra le poche soluzioni ci sono quelle di teleconsulto tra gli ospedali. Questa è la fotografia odierna sebbene tutto lascia prevedere che in un prossimo futuro la telemedicina ed il monitoring a distanza prenderanno sempre più piede. I pazienti aggiorneranno i medici sul proprio stato di salute via video, porranno domande e quesiti sulle proprie condizioni di salute ed i medici forniranno risposte e contenuti educativi per migliorare l’aderenza alla terapia proposta o sensibilizzare il paziente ad una determinata patologia. In America il numero delle visite virtuali è maggiore di quelle tradizionali. In una recente intervista a Digital Health Italia il dottor Alberto Eugenio Tozzi, ha fatto notare come

“oltre gli ovvi vantaggi relativi al superamento delle barriere fisiche, il potenziale della telemedicina è quello di migliorare la qualità dell’assistenza e della vita dei pazienti e di ridurre i costi sanitari. La telemedicina è particolarmente indicata per seguire i pazienti cronici o con dispositivi impiantabili o indossabili. Ci sono ancora delle barriere importanti da superare per la piena diffusione come la mancanza di una politica di rimborso delle prestazioni e come agire in caso di contenzioso legale per la responsabilità medica. Entrambe queste problematiche sono in discussione, ma in ogni caso le prestazioni di telemedicina richiedono semplicemente delle regole necessarie che si traducono in procedure operative standard. La telemedicina è l’esempio di come la tecnologia digitale faciliti il dialogo, il confronto tra diverse conoscenze e competenze ed un facile accesso ai dati”

Open Innovation

Quando si parla di “Open Innovation”, vuol dire fare innovazione servendosi di processi che avvengono all’esterno delle grandi aziende. Questo metodo è efficace soprattutto nel settore del digitale, dove il rischio del cambiamento è più elevato, proprio per la velocità con il quale esso s’innesca. Affidarsi a processi d’innovazione che avvengono esternamente alle grandi aziende, consente, per chi sviluppa i progetti, un maggior grado libertà e una maggiore predisposizione alla sperimentazione e al pensiero creativo.

Di seguito tratterò di alcune aziende leader di telemedicina le quali grazie ad alcune innovazioni si sono fatte spazio in questo recente mercato. Teladoc è la prima azienda di telemedicina degli Stati Uniti. È nata nel 2002 a Dallas per mano del dottor Byron Brooks, ex medico della NASA e Michael Gorton, imprenditore. Il lancio di Teladoc è avvenuto nel 2005 e nel 2007 aveva raggiunto con i suoi servizi quasi un milione di persone, comprese alcune grandi aziende che avevano cominciato ad adottare per i propri dipendenti i servizi forniti dall’azienda.

A partire dal 2015 è diventata l’unica azienda ad essere quotata in borsa del settore e nel 2016 ha stipulato un contratto per l’utilizzo della sua piattaforma telematica. Teladoc fornisce ai suoi utenti registrati la possibilità di accedere ai servizi di consulenza con certificati medici, 24 ore al giorno, per ogni tipo di problema “standard” ossia non di emergenza ( ad esempio allergia, influenza, congiuntivite, otite) e tutto tramite una esclusiva tecnologia audio video chiamata Vitalconnect con la sede centrale nella Silicon Valley, in California, è stata fondata nel 2011 con la visione di cambiare il paradigma della sanità creandone un nuovo modello di informazione basato sull’analisi predittiva dei dati.

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Per riuscire fu cerato un dispositivo piccolo ma molto potente VitalPatch, un cerotto con integrato un biosensore wireless in grado di monitorare nello stesso momento 8 segnali vitali critici: ritmo cardiaco ( e le variazioni del battito) frequenza respiratoria, temperatura corporea, pressione arteriosa, passi, inclinazione del corpo (per rilevare la perdita di equilibrio) livello di stress e fasi di qualità del sonno (ipnogramma).

Il VitalPatch è particolarmente adatto agli anziani e permette di controllare a distanza pazienti con varie patologie. Può essere utilizzato, per avere un immediato report sullo stato di salute di un paziente, da ospedali, pronti soccorso e medico di fiducia. Migliaia di dati sono collezionati ogni minuto dall’algoritmo SensorFusion e, una volta incrociati, danno vita a statistiche molto accurate. I dati, criptati secondo norme HIPAA, sono trasmessi continuamente a un server cloud che può, in caso di necessità, inviare notifiche per email o attraverso i più comuni sistemi di messaggeria istantanea, avvisando medici e familiari in caso di necessità.

La soluzione messa a punto da VitalConnect fornisce ai medici e al personale ospedaliero un flusso continuo di dati che gli operatori sanitari possono monitorare per salvaguardare la salute dei pazienti o per prevedere eventi prima che si verifichino. Questo tipo di analisi può aiutare a migliorare l’assistenza ai pazienti a rischio come, per esempio, quelli affetti da insufficienza cardiaca o infezioni gravi. Ma può anche aiutare a rilevare in maniera predittiva i cambiamenti nella fisiologia dei pazienti, diminuendo potenzialmente i tassi di mortalità o i giorni da trascorrere in terapia intensiva.

Omada Health è un’azienda che opera nel campo della salute digitale e che si è posta l’obiettivo di aiutare, con consigli su misura, le persone afflitte da condizioni croniche come patologie cardiache o diabete. L’obiettivo è fare in modo che modifichino in positivo le loro abitudini di vita attraverso una serie di strumenti tecnologici connessi alla rete e in grado di rilevare alcuni parametri vitali. Il programma di miglioramento delle abitudini di vita messo a punto da Omada è stato realizzato grazie alla collaborazione con professionisti in scienza comportamentale, allenatori professionisti ed esperti in scienza dell’alimentazione, e ha già coinvolto, dal suo lancio, più di 120.000 partecipanti. Per esempio uno dei punti del programma di prevenzione delle patologie croniche online realizzato da Omada Health è chiamato Prevent. Il programma prende il via con la consegna a domicilio di una bilancia connessa al web e di un tracker wireless che il paziente deve portare con sé. Questi strumenti registreranno mano a mano i vari parametri vitali, di movimento, di peso e di nutrizione e invieranno i dati sia all’app Prevent (in modo tale che l’utente possa consultarli) sia a un personal health coach di Omada, che potrà elaborare, in base ai dati ricevuti costantemente, raccomandazioni e consigli per migliorare la salute e lo stile di vita dell’utente.

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Sean Duffy: Co-fondatore e CEO di Omanda Health

Studente brillante, capace di accumulare una laurea in neuroscienza alla Columbia University di New York nel 2006, Sean Duffy è subito approdato in Google per poi transitare in Ideo. Nel frattempo ha conseguito master in assistenza sanitaria e medicina a Harvard nel 2010. Nel 2011 ha fondato Omada Health, di cui è CEO.

“La medicina comportamentale è ad un incredibile punto di svolta dell’innovazione, grazie alla tecnologia e al design”. Una semplice frase capace di racchiudere tutto il pensiero e l’opera di Sean Duffy. Questo geniale imprenditore è riuscito a costruirsi una formazione eclettica, spaziando dalla psicologia alla progettazione digitale, dal design alla ideazione di servizi capaci di coinvolgere gli utenti.”

“Quello che facciamo in Omada – ha dichiarato Duffy in una recente intervista – è creare un semplice cammino, delle regole di vita quotidiane, che le persone possano seguire con facilità. Nel frattempo noi raccogliamo i dati concernenti tutte queste persone, li mettiamo in relazione e ne deriviamo degli studi clinici che, non appena revisionati e confermati, mettiamo poi a disposizione della comunità”. Nel XXI secolo un americano su tre rischia di morire prematuramente per una condizione che è strettamente connessa allo stile di vita, alle abitudini o alle circostanze. Si tratta di condizioni che pillole e trattamenti medici possono anche mantenere sotto controllo, ma certo non possono risolvere. La strada giusta è aiutare le persone a cambiare le proprie abitudini, migliorare la propria salute e di conseguenza ridurre al minimo i rischi di malattie croniche. In Omada facciamo questo ricorrendo alla scienza comportamentale, in modo da avere i giusti strumenti, il giusto linguaggio, la capacità motivazionale e i contenuti che possano portare le persone ad abbracciare uno stile di vita diverso”.

“Studi clinici verificati testimoniano come, in media, in 12 mesi, i partecipanti ai programmi Omada vedono calare del 30% la possibilità dell’insorgenza del diabete di tipo 2, del 16% il rischio d’infarto e del 13% di malattie cardiache. Inoltre, già dopo 16 settimane, i partecipanti registrano in media una perdita di peso del 4-5% e, guardando i dati che abbiamo immagazzinato, possiamo affermare che questa riduzione di peso viene mantenuta nel tempo”.

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“Per un’azienda che ricorre a Omada come partner in relazione alla salute dei propri dipendenti – conclude Duffy – dalle nostre stime possiamo vedere che l’investimento necessario in questo tipo di attenzioni viene ammortizzato in 2 anni, mentre in 5 anni si arriva ad avere un guadagno netto per l’azienda. E da non dimenticare che un’azienda non deve pre-pagare Omada per seguire i propri dipendenti, ma l’azienda inizia a pagare quando le persone iniziano a vedere i risultati positivi”.

Un’azienda olandese ha sviluppato un’app, SkinVision, che grazie a una fotografia scattata con il proprio smartphone è in grado, tramite appositi algoritmi, di rilevare alcune forme di tumore della pelle. All’inizio l’applicazione era focalizzata sul rilevamento del melanoma, ma i successivi miglioramenti e affinamenti dell’algoritmo di riconoscimento permettono oggi all’app d’identificare anche altri tipi di carcinoma come il BCC (Basal Cell Carcinoma) e l’SCC (Squamous Cell Carcinoma). Nel mondo sono tantissime le persone a rischio di sviluppare il carcinoma della pelle (sono più di un miliardo ogni anno) e SkinVision può essere un’utile strumento di diagnosi, soprattutto grazie alla velocità con la quale restituisce risultati. SkinVision aiuta moltissime persone a valutare e monitorare lo stato di salute della propria pelle in tutte le zone del corpo aiutando a riconoscere i primi indicatori di rischio e facendo guadagnare tempo prezioso sulla diagnosi e sul l’eventuale cura.

L’app di SkinVision consente di creare una connessione senza soluzione di continuità con il proprio dermatologo per monitorare continuamente le lesioni della pelle, costruendo così un archivio personale che può essere usato come utile database da consultare durante le visite, facilitando in tal senso il lavoro del dermatologo e migliorando la qualità della cura. La mission della startup con sede ad Amsterdam è quella di mettere alla portata di tutti una maggiore efficienza per la diagnosi precoce del tumore della pelle, cosa che è estremamente importante per selezionare le varie opzioni di trattamento: l’obiettivo di Erik de Heus,

fondatore e CEO di SkinVision, è salvare nel prossimo decennio 250.000 vite. Il melanoma è un tipo di tumore della pelle che si forma nelle cellule responsabili della pigmentazione della pelle, conosciute come melanociti. Nonostante sia meno comune rispetto ad altre forme di cancro della pelle, risulta purtroppo tra i più aggressivi. Solo negli Stati Uniti il melanoma è responsabile di più di un milione di decessi ogni anno, e sono 5,4 milioni le persone interessate da altre forme di tumore della pelle. SkinVision è in grado di fornire un aiuto concreto per valutare il pericolo di una macchia irregolare, di una strana pigmentazione o di un nevo, con un’accuratezza nella diagnosi che raggiunge l’83%.

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Dick Uyttewaal, Business Development Manager di SkinVision, ha tenuto a precisare come “tale tecnologia non sia stata sviluppata per sostituire le visite specialistiche, ma semplicemente per tenere d’occhio la salute della nostra pelle nei periodi tra un test e l’altro, e aumentare la sensibilizzazione e la prevenzione di questa terribile malattia. Se il tumore della pelle, ovviamente diagnosticato tempestivamente, è piuttosto curabile e porta alla sopravvivenza del 91% dei pazienti entro 5 anni, il melanoma è invece molto più pericoloso: se non identificato durante le sue fasi iniziali è spesso letale, e causa infatti il 75% dei decessi legati alle neoplasie che colpiscono la cute”.

TytoCare è una startup israeliana che ha raccolto 11 milioni di dollari per lo sviluppo e la commercializzazione di un nuovo e rivoluzionario dispositivo medico: un piccolo strumento, Tyto, che permette a una persona di “ascoltare il corpo” e di ottenere, immediatamente dopo, il parere di un medico tramite una piattaforma mobile. Ciò che rende unico il dispositivo è il fatto che gli algoritmi associati a TytoApp (un’applicazione per smatphone) e le tecnologie di riconoscimento visivo, guidano gli utenti nel condurre anche esami complicati.

Tyto offre una soluzione completa che permette al medico d’interagire con il paziente sia online sia offline, memorizzando i dati del paziente e utilizzandoli per migliorare l’assistenza sanitaria. Tyto è un oggetto facilmente usabile da tutti, che permette una diagnosi abbastanza completa sulla salute di una persona, molto utile nel caso dei bambini, ma non meno per gli adulti. In effetti Tyto è in grado di comportarsi come un medico di base o un pediatra, e di guidare l’utente a una visita pressoché completa.

Nello specifico Tyto “analizza” le orecchie e il canale uditivo per rilevare eventuali infezioni; i polmoni attraverso la rilevazione dei suoni della respirazione; la gola, valutando lo stato dei tessuti duri e molli; il cuore, registrando suoni e ritmo per una corretta valutazione del sistema cardiovascolare; gli occhi, per valutare le condizioni di salute ed eventuali malattie legate al sistema visivo; la pelle, prendendone in considerazione consistenza e pigmentazione; e la temperatura, per stabilire la presenza o meno di un’infezione.

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Al termine della auto-visita, tutte le informazioni sono inviate direttamente a una piattaforma mobile e interpretate da un medico certificato che stabilisce la diagnosi e informa il paziente sull’approccio da seguire. TytoCare è l’unica soluzione di telemedicina all-in-one che consente ai medici di connettersi a distanza con i pazienti per esami clinici di qualità. Il dispositivo portatile consente agli utenti di eseguire esami clinici completi di cuore, pelle, orecchie, gola, addome, polmoni, oltre al rilevamento della temperatura corporea, parametri fondamentali per il monitoraggio del COVID-19.

La soluzione replica a tutti gli effetti una visita in presenza da qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, per situazioni di assistenza primaria e cronica ed aiuta ad arginare la diffusione del virus fornendo assistenza a distanza sia ai pazienti in quarantena negli ospedali che a quelli isolati a casa. Ciò consente ai medici di acquisire i parametri vitali di cui hanno bisogno per monitorare e curare i pazienti senza la necessità della loro presenza fisica. TytoCare e Multimed svilupperanno congiuntamente il mercato italiano e forniranno agli Enti interessati i dispositivi, dotando della telemedicina ospedali, strutture di assistenza agli anziani, medici indipendenti, farmacie e per il monitoraggio dei pazienti a domicilio.

La partnership con TytoCare ha già ottenuto in Italia ottimi risultati con l’ASL di Vercelli, dove i medici hanno monitorato e curato pazienti anziani e pediatrici COVID-19 ed effettuato visite di telemedicina polmonare, cardiologica e dermatologica. L’implementazione ha mostrato la capacità di TytoCare di rendere possibili una vasta gamma di televisite e di ridurre la pressione su strutture ospedaliere e medici sovraccarichi, arginando al contempo in modo cruciale la diffusione del COVID-19. Oltre alle sperimentazioni attive in tutto il paese, i rinomati ospedali Gemelli e Bambino Gesù hanno iniziato a valutare la soluzione di telemedicina TytoCare per una potenziale integrazione e sono in corso ulteriori progetti pilota.

23andMe è un’azienda privata cofondata da Anne Wojcicki, ex moglie di Sergej Michajlovič Brin (proprio quel Brin che insieme a Larry Page creò dal nulla Google) che si occupa di genomica e biotecnologia con sede a Mountain View, in California. La sua attività di raccolta e analisi genetica basata sulla saliva, nel 2008 è stata nominata dal Time invenzione dell’anno.

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Grazie a questo test è possibile rivelare se una persona sia a rischio per 10 diverse malattie: il morbo di Parkinson, l’Alzheimer, la celiachia, deficit dell’alfa-1 antitripsina (malattia che aumenta il rischio di malattie polmonari e del fegato), la distonia primaria (disturbo del movimento), deficit del fattore XI (disturbo di coagulazione del sangue), la malattia di Gaucher, carenza di glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD), l’emocromatosi ereditaria (disordine legato a un sovraccarico di ferro) e la trombofilia ereditaria. L’autorizzazione dei test 23andMe è stata supportata dai dati della letteratura scientifica che hanno dimostrato un legame tra specifiche varianti genetiche e ciascuna delle dieci patologie.

I test forniscono informazioni di rischio genetico, ma ovviamente non possono prendere in considerazione tutti gli altri fattori che entrano in gioco nel determinare se una persona si ammalerà di una particolare malattia. Tutti i test dell’azienda cofondata da Anne Wojcicki sono eseguiti su un campione di saliva che è stato testato per più di 500mila varianti genetiche: la banca dati dell’azienda contiene oltre un milione di profili genetici, risorsa considerata molto preziosa da numerose aziende farmaceutiche.

“Ora i consumatori possono avere accesso diretto a determinate informazioni sul rischio genetico”, spiega Jeffrey Shuren, direttore del Center for Devices and Radiological Health della Fda, “ma è importante che capiscano come il rischio genetico sia solo un pezzo di un puzzle molto più grande”. Infatti, il rischio di sviluppare una specifica malattia può essere determinata da diversi fattori ambientali e dallo stile di vita tanto quanto dalla genetica. I test non devono essere usati per la diagnosi, ma per aiutare i consumatori a prendere decisioni sulle scelte di stile di vita da adottare o per discuterne con il proprio medico.

Un’app può sostituire un medicinale ?

La questione sembra essere alquanto bizzarra: curarsi con un’ app anziché con un medicinale vero e proprio. Eppure è quanto promettono di fare le cosiddette “terapie digitali”, termine per la prima volta introdotto da Sean Duffy, CEO della Omada Health, che nel 2013 lo usò per descrivere i prodotti della sua azienda per la prevenzione del diabete. Ma può un software migliorare lo stato di salute delle persone al pari di un farmaco, costare meno e non avere effetti collaterali?

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Le terapie digitali, anche chiamate “digiceuticals”, sono sotto la lente d’ingrandimento degli investitori che sognano cure somministrate via smartphone. Secondo la finanziaria Andreessen Horowitz, azienda di Menlo Park con un “venture capital” da 4 miliardi di dollari, le terapie digitali potranno far avanzare la medicina verso una “terza fase”, arrivando a sostituire gli attuali farmaci che hanno costi di produzione miliardari.

Guardando al futuro Vijay Pande, medico e ricercatore della Standfort University, nonché socio della Andreessen Horowitz, ha ipotizzato che “il fatto che la nostra soluzione a qualunque problema di salute fosse una pillola ci sembrerà una cosa barbara e primitiva”. Si è ancora alla ricerca di una definizione precisa di cosa rappresenti una terapia digitale. Secondo Peter Hames, amministratore delegato della Big Health, azienda britannica che offre un programma online per chi soffre d’insonnia, si possono riconoscere due gruppi di terapie digitali. Un gruppo di prodotti che si comportano come integratori e coadiuvanti dei farmaci, e un secondo gruppo che sostituisce il farmaco stesso. L’azienda di Peter Hames ha prodotto sleep.io, un software che appartiene al secondo gruppo, in quanto, per gli sviluppatori, rende effettivamente inutili le pillole contro l’insonnia.

I ricercatori che si muovono in questo contesto ci tengono a differenziarsi da coloro che lavorano nel campo dei più comuni “gadget del benessere”. Per distinguersi e avere una sorta di certificazione scientifica, le società di terapia digitale eseguono e pubblicano rigorosi test clinici, e talvolta, per la diffusione delle loro applicazioni, richiedono l’autorizzazione agli enti governativi. Cosa che però incontra alcuni ostacoli di tipo burocratico.

Negli Stati Uniti, per esempio, app di questo tipo sono considerate a basso rischio, e quindi non necessitano di approvazione da parte dell’American Food and Drug Administration, come invece avviene per i farmaci tradizionali. Le applicazioni negli ultimi tempi si sono rivolte a patologie come il diabete, l’ipertensione e l’insonnia, ma è facile prevedere che l’accelerazione in questo campo porterà a breve a terapie digitali anche per altre forme patologiche.

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Tra le app più interessanti possiamo citare BlueStar, realizzata dalla Welldoc di Columbia: si tratta di un software per smartphone che consente di tenere sotto controllo le forme (non gravi) di diabete. Inserendo sullo smartphone i livelli di glicemia e una serie di altre informazioni personali, l’app è in grado di elargire consigli utili sull’alimentazione e sullo stile di vita, confrontando la propria esperienza con quella di altri utenti come in un social network, utili per tenere sotto controllo i livelli glicemici riducendo allo stretto necessario l’assunzione di farmaci. Ma esiste già chi osa più di BlueStar.

È Virta, un’app prodotta dalla Virta Health di San Francisco, che promette di far “regredire” il diabete senza medicine o interventi chirurgici usando il coaching online (un “allenamento” affidato a esperti del settore) per indurre i “pazienti” a una rigorosa dieta che prevede un elevato contenuto di grassi e una bassa quantità di carboidrati. Un progetto sicuramente molto ambizioso che ha già raccolto 37 milioni di dollari di finanziamento. I primi risultati clinici sembrano promettenti: uno studio della Indiana State University ha rivelato che circa la metà delle 262 persone con diabete di tipo 2 sottoposte a questa cura per 10 settimane hanno ridotto i loro livelli di glucosio nel sangue a quelli considerati “non diabetici”. Alcune di queste aziende che lavorano in ambito digitale hanno cominciato a stringere accordi con i giganti dei farmaci.

Propeller Health, per esempio, un’azienda che produce sensori, ha stipulato recentemente un accordo con la GlaxoSmithKline insieme alla quale ha definito una piattaforma di “terapia digitale guidata”. Si tratta della combinazione di farmaci contro l’asma (prodotti da Glaxo) con i sensori (realizzati da Propeller) che i pazienti attaccano ai loro inalatori per monitorare quando siano usati. Grazie a questo sistema, i pazienti che ricevono un “feedback” dall’applicazione di Propeller sono spinti a non abusare del farmaco facendone un uso “calibrato”. Un gruppo sempre più numeroso di medici asserisce che la tecnologia, a partire dai corsi web fino alle app per smartphone, sia diventata un supporto davvero valido per colmare tutte le esigenze psicologiche inespresse.

Esiste attorno a noi una grandissima quantità di piattaforme che memorizzano i nostri dati che hanno un valore e un’applicabilità in ambito salute. È come se ognuno di noi avesse una serie di proiezioni delle proprie abitudini e dei propri comportamenti che visti nel loro complesso vadano a costituire una sfera informativa del nostro stato di salute, o addirittura della nostra condizione clinica. Nel momento in cui possiamo disporre di tutte queste informazioni, possiamo anche decidere d’integrarle, di autorizzare altri sistemi informativi perché le elaborino e di ottenere in cambio informazioni utili per tutta una serie di processi.

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Al momento i dati sono molto spesso destrutturati, ibridi, provenienti da piattaforme diverse, non facilmente incrociabili tra loro: il grande sviluppo delle applicazioni d’intelligenza artificiale su questo tipo di dati è molto importante perché permette di estrapolare informazioni che altrimenti non si potrebbero elaborare con algoritmiche più convenzionali. Possiamo vedere questo periodo d’intensa trasformazione come un’“alba della salute digitale” o del continuo della salute digitale: in futuro potremmo avere su noi stessi una grande quantità di sensori che passivamente registrano informazioni.

Oggi esistono app per il controllo delle abitudini alimentari nelle quali si deve caricare a mano tutto quello che si mangia nel corso della giornata: anche per il più incallito dei “data enter” questa metodologia alla lunga non è sostenibile. Sarebbe molto più interessante, invece, se il piatto che si sta usando capisse da solo che cosa si stia mangiando e in quali quantità, e scaricasse autonomamente e automaticamente tutto il calories intake in una di queste piattaforme.

Amicomed, una startup italo-svizzera adesso con base negli Stati Uniti, è una di queste piattaforme. È dedicata a chi abbia problemi con la pressione arteriosa. I valori di pressione di un paziente sono comunicati all’app che, mediante un sofisticato algoritmo, individua qual sia il profilo pressorio della persona. Successivamente l’app stila un programma quotidiano di dieta per 90 giorni, con consigli sull’attività fisica e con pillole educazionali. Uno studio condotto dall’American College of Cardiology e dall’American Hypertension Society ha evidenziato come dopo 90 giorni d’uso dell’app, la pressione arteriosa si abbassi, in media, di 5 mm di mercurio, un dato non trascurabile se si considera che non c’è stato alcun intervento di tipo farmacologico.

Ovviamente questo non significa che si può usare Amicomed al posto della pillola per la pressione, ma si può utilizzare quest’app per non incorrere (o semplicemente ritardare nel tempo) un certo problema, o magari per abbinare la dieta a una terapia farmacologica a dosaggi più bassi o che preveda un solo tipo di farmaco, o anche una loro combinazione. Amicomed non intende sostituirsi al medico, ma vuole anzi essere un aiuto e un supporto che permetta all’operatore sanitario di analizzare al meglio la condizione del paziente per raggiungere una diagnosi più precisa e calibrare così in modo ottimale un’eventuale terapia.

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È utile anche per le persone senza una particolare patologia, perché può aiutare chi sia sano a valutare la propria situazione in modo semplice e affidabile prevenendo l’instaurarsi di fenomeni ipertensivi. Nel corso del 2016 gli ottimi risultati ottenuti dall’app sono stati studiati da numerose università internazionali e ritenuti scientificamente rilevanti, tanto da venire anche presentati presso i principali congressi medici come l’American College of Cardiology e l’American Society of Hypertension.

Grazie ai risultati positivi ottenuti con i primi test in Italia, Amicomed è stata l’unica azienda europea selezionata da Launchpad Digital Health – Ground Zero (LDH-GZ), il primo e finora unico acceleratore d’impresa che ha come obiettivo l’inserimento di nuovi imprenditori nel suo innovativo digital health hub, uno spazio digitale dove s’intrecciano risorse per l’innovazione e idee per sviluppare nuove soluzioni e nuova imprenditorialità nel campo della salute.

Ci sono tantissime altre applicazioni, usate da milioni di utenti, che sono focalizzate per esempio sul diabete. È un filone, quello della behavioral modification, sicuramente molto promettente, soprattutto in quelle patologie che sono influenzate dai comportamenti.

Ce ne sono altre in arrivo, interventi software driven che hanno un impatto clinico misurabile e validato scientificamente. L’idea è quella di poter compiere delle azioni con un metodo basato su questi algoritmi, o anche in maniera classica o usando entrambi i metodi.

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Voluntis, società francese con sede a Parigi, è attiva nello sviluppo di software terapeutico di supporto per medici e pazienti. Una delle soluzioni di terapia digitale da lei sviluppate riguarda i pazienti affetti da diabete: si tratta di un software in grado di supportarli in tutto il percorso di terapia insulinica.

Insulia, questo il nome del prodotto digitale, è una soluzione per le persone con diabete di tipo 2 in trattamento con insulina basale a lunga durata d’azione. Il software fornisce ai pazienti raccomandazioni sulla dose d’insulina e messaggi di coaching educativo basati sui valori di glucosio nel sangue e altri dati relativi al diabete. Il funzionamento dell’applicativo è piuttosto semplice: un operatore sanitario prescrive Insulia usando il portale web dedicato e stabilisce le regole del piano di trattamento che regoleranno il dosaggio d’insulina secondo le esigenze specifiche della persona. Il paziente riceve quindi un codice di attivazione per rendere operativa la propria app personalizzata.

Una volta installata e configurata, l’app registra le letture glicemiche del paziente insieme a una serie di altri parametri che sono costantemente aggiornati dagli algoritmi clinici integrati. Come conseguenza della continua elaborazione, i dati sono condivisi automaticamente con il team di assistenza sanitaria, che può così, grazie a notifiche personalizzate, monitorare da remoto i progressi del paziente, l’app è in grado di raccomandare in tempo reale la giusta quantità d’insulina che il paziente deve assumere. Oltre a Insulia, Voluntis ha sviluppato analoghe soluzioni digitali per il trattamento delle malattie respiratorie, del cancro e dell’emofilia.

Pierre Leurent: fondatore e CEO di Voluntis

Nel 1998 si laurea in informatica all’École Centrale de Paris, ma si dirige subito Oltreoceano dove in meno di tre anni accumula esperienza prima come esperto di software e subito dopo come progettista di servizi digitali. Nel 2001 fonda Voluntis, che da allora guida come CEO. Nel 2017 è un membro fondatore del board della Digital Therapeutics Alliance.

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“Le terapie digitali rappresentano l’avanguardia nella nuova era dell’healthcare. Siamo entusiasti, grazie alla collaborazione con operatori sanitari, associazioni pazienti, provider, compagnie assicurative sanitarie, aziende farmaceutiche e aziende tecnologiche, di rappresentare le terapie digitali in questo ambiente in così rapida evoluzione. È anche per questo che Voluntis, insieme ad altri, ha dato vita alla Digital Therapeutics Alliance Cambiamenti nell’assistenza sanitaria sono spesso guidati da innovazioni tecnologiche.

Negli ultimi anni abbiamo visto dispositivi connessi, cartelle cliniche elettroniche (EMR) e piattaforme digitali che introducono nel sistema una valanga di dati. Ciò ha fornito ai pazienti, ai fornitori e ai pagatori una grande quantità d’informazioni; tuttavia, quando tali dati non sono integrati nella consegna diretta dell’assistenza ai pazienti, perdiamo il valore del loro scopo iniziale. Le condizioni croniche costituiscono per i pazienti e i sistemi sanitari in tutto il mondo un incredibile onere. Abbiamo visto come i trattamenti di malattia cronica puramente basati sui farmaci non abbiano prodotto sufficienti risultati nel mondo reale da poter invertire l’incidenza crescente e la gravità di queste condizioni. Le terapie digitali, usate come trattamenti complementari o autonomi, sono di grande beneficio per i pazienti, i fornitori e per coloro che gestiscono condizioni croniche.

Sono le preferite dai pazienti e si adattano alle esigenze cliniche, agli obiettivi e agli stili di vita delle persone. Tutto questo può portare a miglioramenti nella sicurezza, nell’aderenza e nell’efficacia nel mondo reale dei trattamenti per le malattie croniche. Nel caso di Voluntis le terapie digitali sono create come un ‘compagno di farmaci’. La nostra visione è che ai ‘compagni digitali’ sia prescritto un trattamento per fornire le linee guida che supportino l’aderenza o il dosaggio ottimale e, in definitiva, per migliorare il valore reale del trattamento”

Le terapie digitali rappresentano una nuova generazione di assistenza sanitaria che usa tecnologie innovative scientificamente riconosciute per migliorare il trattamento e la gestione della malattia.

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L’ascesa dell’industria della terapia digitale è evidenziata dal fatto che centinaia di aziende stiano già lavorando in questo ambito, e un numero sempre crescente di soluzioni digitali inizino a produrre risultati clinici rilevanti, alla stregua delle pratiche cliniche tradizionali.

In Italia le declinazioni sono molte: da quelle che tengono traccia delle abitudini alimentari, a quelle in grado di funzionare come “allarme intelligente” per l’assunzione di farmaci; da quelle utili per monitorare lo stile di vita a quelle realizzate per permettere prenotazioni di esami o visite specialistiche, fino a quelle più prettamente legate al mondo del welness e a supporto delle attività sportive più disparate.

Si pensi poi a Paginemediche, la piattaforma italiana di digital health creata per aiutare le persone a gestire i propri percorsi di cura, a migliorare la propria salute e a vivere così una vita più felice. Nasce nel 2001 come portale web sulla salute e la medicina, diventando ben presto leader di mercato e accrescendo in pochissimi anni la sua notorietà. Nel 2016 si rinnova integrando in un’unica soluzione contenuti e servizi a elevato valore aggiunto per i pazienti/consumatori e per i professionisti della salute. Paginemediche mette a disposizione degli utenti percorsi di navigazione, informazione e approfondimento basati sui propri interessi, abitudini e stili di vita, ma soprattutto favorisce la relazione diretta con i medici e al tempo stesso permette di avere un accesso diretto a servizi digitali che supportano le terapie, prevengono le cure e migliorano la salute.

Su Paginemediche l’utente, per suggerire al paziente consigli da seguire e approfondimenti di suo interesse, ha a disposizione un’area riservata con contenuti e servizi personalizzati sulla base dei suoi parametri biometrici e delle sue preferenze. Il medico può accedere a svariati servizi di supporto, che includono la consultazione di centinaia di video tematici e di approfondimento tradotti e sottotitolati, in collaborazione con Videum, in oltre sessanta lingue (oltre l’italiano).

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Mette a disposizione anche una consulenza online con esperti di settore che possono rispondere ai quesiti degli utenti, e i professionisti della salute hanno la possibilità di comunicare direttamente con i pazienti attraverso servizi dedicati e di accedere a un’area di aggiornamento professionale riservata. Rappresenta, quindi, un vero e proprio “hub” della salute digitale, in grado di far incontrare medici e pazienti e di fornire soluzioni semplici ma rigorose ai molti utenti che vi si rivolgono.

Paginemediche è un servizio che permette al pubblico – quindi a tutti noi – di avere un proprio profilo, di sincronizzare dati da dispositivi o da altri tipi di sensori e, in base a quei dati, fruire contenuti o usare applicazioni e servizi personalizzati. Ma è possibile anche interagire con i medici registrati e mostrare loro i dati per ottenere consigli e indicazioni su misura. L’obiettivo è quello di creare un ambiente che permetta alle due categorie – medico e paziente – di lavorare su un’unica piattaforma sicura, condivisa, data driven e dove si possa davvero interagire e creare delle relazioni.

Conclusioni

Il fenomeno digitale assume proporzioni anche più grandi se si considerano i servizi digitali e gli strumenti d’interazione delle strutture sanitarie e dei singoli medici con i propri pazienti, per esempio attraverso i social network come Facebook o Twitter, su campagne di prevenzione, educazione sanitaria e promozione di un sano stile di vita. Questo ricorso al digitale da parte dei cittadini è indice di quali siano le loro aspettative verso la sanità del futuro: che evolva cioè verso sistemi sempre più facili, più efficienti, più accessibili e più vicini alla persona.

Per dirla con le parole di Tim Cook, CEO di Apple

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“La salute è una questione di grande importanza in tutto il mondo e pensiamo sia giunta l’ora di semplificarne alcuni aspetti e proporre nuovi punti di vista”.

Molte patologie sono determinate da aspetti biologici e più specificamente del corredo genetico. Ma moltissime altre sono interamente o in gran parte definite da altri fattori come l’alimentazione, la sedentarietà e in generale un cattivo stile di vita.

Se questo è vero, è chiaro come una serie d’interventi efficaci su questi aspetti possa produrre degli effetti estremamente benefici sulla salute di ognuno. A dirla tutta operazioni in questo campo non sono una novità in senso stretto, né tantomeno scaturiscono come conseguenza dell’ingresso nell’era digitale: per esempio sono molti anni che le campagne sul diabete sono incentrate su messaggi che fanno leva su una maggiore attività fisica, sull’adozione di uno stile alimentare più sano ed equilibrato e quant’altro.

Ma l’avvento del digitale ha comunque introdotto una ventata di novità anche in questo campo: oggi gli strumenti digitali consentono di avere una serie d’informazioni rapidamente accessibili e mediante svariate App per smartphone è possibile accedere a una serie di servizi che permettono di avere in modo intelligente, piacevole e puntuale tutta una serie di consigli “comportamentali.

Non solo: i consigli, grazie alle nuove tecnologie, sono dati al momento giusto e in un modo che risulti non solo utile, ma anche piacevoli per chi li riceva.

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Proprio per questo motivo non sono percepiti come degli interventi “medici” (pensiamo all’utilità ma anche alla difficoltà di penetrazione di un articolo di giornale o di un magazine, che è “semplicemente da leggere”), ma utili e persuasivi, proprio perché giungono contestualizzati rispetto alle attività di tutti i giorni, piacevoli dal punto di vista del design e, interessanti da utilizzare.

Avrei ancora molto da condividere con tutti voi neofiti o esperti del tema … per il momento mi fermo qui, con l’augurio che la lettura sia stata di vostro gradimento