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Il primo ospedale nel metaverso e le ultime frontiere della digital healthcare

Autore: Mauro Montineri

Molti sono i campi di applicazione del metaverso fin qui chiaramente identificati, per i quali già sono stati sviluppati diversi elementi e si ha una ragionevole certezza sulla road map di quello che sarà il prossimo futuro, a meno di cambi di paradigma che al momento non sembrano delinearsi all’orizzonte. È questo, ad esempio, il caso di quelle applicazioni che permettono e permetteranno un’interazione sempre più spinta nel mondo dei social, del gaming e dell’e-commerce.

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Esistono però altri ambiti per i quali molto deve essere non solo realizzato, ma anche semplicemente immaginato.

Uno di questi probabilmente è quello sanitario, dove la pandemia da covid-19 ha portato con sé anche la necessità di remotizzare e digitalizzare le cure – molto più di quanto non si facesse già prima – con un conseguente cambiamento radicale della mind posture nelle interazioni medico-paziente.

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Al riguardo, basti pensare che nel mondo occidentale le strutture sanitarie che hanno una qualche capacità di fornire cure a distanza ai pazienti (dal semplice consulto attraverso video chiamata a sistemi più evoluti di monitoraggio clinico) sono passate dal 43% ante 2020 all’attuale 95%. Una conferma di questo la troviamo anche nel recente rapporto “Digital Health 2030” elaborato da The European House Ambrosetti laddove si evidenzia che

i cambiamenti nella disponibilità della tecnologia, le evoluzioni nelle abitudini dei consumatori, le crescenti esigenze di prevenzione e l’aumento del flusso delle informazioni sono i driver principali che guidano il processo di digitalizzazione del sistema sanitario”.

La sanità nel metaverso rappresenta quindi un ulteriore step di questa evoluzione (è di questi giorni la notizia del primo ospedale in Italia nel metaverso). La possibilità di poter ospitare medici e pazienti nei nuovi spazi metaversali permetterà infatti di cambiare l’approccio alle cure passando dal concetto di “cura a domicilio” a quello di “cura decentralizzata”. Ma affinché possa rappresentare una vera evoluzione, e non solo una rivoluzione, questa nuova modalità di cura piuttosto che sostitutiva deve diventare un’opportunità aggiuntiva, in grado di garantire una maggiore e migliore accessibilità anche a chi oggi ha impedimenti fisici, logistici ed economici.

In un prossimo futuro, sarà quindi possibile recarsi in una metastruttura clinica senza spostarsi fisicamente per essere sottoposti a visita dai migliori specialisti al mondo, fisicamente dislocati sul globo terrestre. Sarà possibile avere ambulatori e sale operatorie dove, per esempio, gli studenti di medicina potranno visitare e “fare interventi” su pazienti senza correre il rischio di danneggiarli in alcun modo, il tutto osservando gli organi ed altre parti del corpo con un livello di dettaglio paragonabile se non quando superiore, a quello che avviene attualmente in presenza fisica.

Al momento, uno dei campi di applicazione di questa nuova forma di digital healthcare riguarda la cura dei disturbi sulla percezione dell’immagine corporea, a loro volta prodromici di patologie come disturbi alimentari o depressione. In tali applicazioni gli avatar dei pazienti vengono collocati in ambienti appositamente predisposti per agevolare determinati tipi di interazione e, immergendosi in questi ambienti gli utenti possono agire comportamenti che difficilmente avrebbero in un ambiente reale, con il risultato quindi di mutare la percezione di sé stessi.

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Probabilmente, come molto spesso accade, anche in questo caso potrebbe però esserci il rovescio della medaglia, ossia il rischio che possa essere ad esempio creato un ambiente in grado di indurre, in persone congenitamente predisposte, stati di ansia o alterazione legati ad una distorsione della propria immagine.

Sarà interessante seguire gli ulteriori possibili sviluppi, al momento solo tratteggiabili, in qualche modo collegabili alle evoluzioni in corso in campi come ad esempio la robotica.

Si pensi, ad esempio, all’annuncio fatto da Samsung giusto qualche giorno fa di essere ad uno stadio molto avanzato nello sviluppo della “e-skin”. Una sorta di pelle digitale, che permetterà a chi la indossa “di sentire” – attraverso delle piccole scosse di corrente elettrica, simili a quelle che a livello fisico si scambiano gli arti con il cervello umano – gli oggetti toccati nel virtuale, come nel metaverso, e che nelle intenzioni dei ricercatori potrà essere utilizzata anche per curare la pelle ustionata in pazienti ospedalizzati grazie alla capacità di far avvertire a chi la indossa caldo e freddo, pressione e dolore. Ma naturalmente non vi è solo Samsung che sta facendo ricerca in questo settore: ad esempio, il California Institute of Technology sta sviluppando una pelle elettronica in grado di misurare i segni vitali, mentre all’Università di Tokyo ne hanno realizzato una in materiale flessibile che rileva il battito cardiaco e gli impulsi elettrici dal movimento dei muscoli.

Dunque, un altro oggetto indossabile, che oltre che per fini di cura potrà essere utilizzato per rendere le nostre esperienze nel metaverso ancora più immersive e coinvolgenti, ma che al tempo stesso – è proprio il caso di dire – aumenterà in maniera importante la nostra impronta digitale.

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Tale aumento della tipologia e quantità di dati – in particolare quelli sanitari, ossia quelli che l’articolo 4 del GDPR definisce “attinenti alla salute fisica o mentale di una persona fisica, compresa la prestazione di servizi di assistenza sanitaria, che rivelano informazioni relative al suo stato di salute” – che andranno a comporre la nostra impronta digitale sappiamo che avrà come conseguenza anche un incremento delle minacce e dei relativi rischi legati alla gestione dei dati stessi.

Infatti, in cambio di una interconnessione sempre più stretta tra il nostro io fisico ed il nostro avatar, sarà possibile ad esempio sapere che la nostra metaidentità ha una patologia cardiaca oppure sta vivendo alcune emozioni – che forse l’io fisico non vorrebbe rendere manifeste – perché varia la temperatura delle mani o del volto, oppure aumentano i battiti cardiaci del nostro avatar.

Inoltre, poiché anche nel metaverso le prestazioni sanitarie avranno un costo per il paziente, occorrerà porre particolare attenzione all’eventuale diffusione dei cookie wall. Potrebbe infatti essere richiesto all’utente, in fase di accesso alle strutture sanitarie, il consenso – che dovrà necessariamente essere sia privacy che di tipo informato sanitario (vedi nota)- all’uso di cookie o altre tecnologie di tracciamento in cambio di prestazioni gratuite o a prezzi ridotti.

Oltre a quelli relativi alla privacy, particolare attenzione dovrà essere posta agli aspetti di cyber security. Sarà infatti importante proteggere sia le infrastrutture eroganti i servizi sia le periferiche di accesso da attacchi che, ad esempio, riescano in qualche modo a modificare la nostra percezione dell’ambiente circostante (si pensi alle possibili conseguenze nel trattamento di alterazioni legate ad una distorsione della propria immagine di cui sopra), ma anche da quelli in grado di compromettere la disponibilità dei servizi o l’integrità dei dati con possibili conseguenti impatti di tipo fisico (impedendo di erogare una prestazione oppure di fornirla sulla base di dati relativi a parametri fisici compromessi).

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Bastano questi pochi esempi per farci comprendere che, anche per questo ambito di applicazione del metaverso, alcuni elementi sono già definiti ma ne restano moltissimi per i quali occorre analizzarne le evoluzioni e verificarne i possibili impatti sia in termini di privacy che di cyber security.

Il viaggio continua… stay tuned!

Nota: Il cosiddetto “consenso privacy” rileva sotto il profilo del trattamento e della protezione dei dati personali, i quali in ambito sanitario, comprendono naturalmente i dati relativi alla salute (quelli ricompresi nelle “categorie particolari di dati personali” ex art.9 del GDPR), mentre il cosiddetto “consenso informato sanitario” costituisce il presupposto di liceità dei trattamenti clinico-sanitari.