Autore: Roberto Villani
Data Pubblicazione: 25/05/2022
Ci fu un periodo in cui in Italia si pianificavano attività che avrebbero portato il nostro paese in una posizione di parità con le potenze mondiali. Ciò era possibile perché dietro una classe politica di spessore, agiva una intelligence operativa che elaborando le analisi, univa i dati prodotti ad una efficace azione sul campo.
Questa sinergia tra “laboratorio” e “campo”, ci ha consentito di avere il controllo del Mediterraneo per diversi anni, poi una volta assenti gli uomini migliori, ha preso il sopravvento un’incapacità gestionale e conseguentemente operativa, che ci ha visto in panchina nello scacchiere mondiale, per molto tempo.
E forse ancora ci siamo.
Abbiamo avuto dei “profeti” nell’intelligence che fin da subito hanno visto come le guerre del futuro si sarebbero giocate sul fronte cyber, e queste guerre sempre più complesse, avrebbero avuto come campi di battaglia le economie e le attività industriali, veri e propri terreni di scontro dove non sempre gli alleati o gli amici si sono dimostrati tali, ma hanno agito soprattutto per toglierci di mezzo.
La nostra intelligence, sempre molto bistrattata dalla stampa nazionale, vedeva nelle figure di Ulisse – nome in codice dell’Ammiraglio Fulvio Martini – o del Comandante Diavolo, al secolo Amedeo Guillet personaggi che seppero “inquadrare” subito il potenziale strategico del nostro paese nel Mediterraneo.

L’intelligence però è anche la longa manus della politica, e se la politica è sterile, appare evidente che anche l’intelligence non possa essere composta da uomini eccezionali. Abbiamo attraversato un lungo periodo di influenza esterna che ha condizionato non poco la nostra politica e chiaramente ne ha risentito anche l’intelligence operativa, per cui abbiamo perso terreno sul fronte cyber, lasciandoci superare da molti nostri alleati e competitor, e forse stavamo anche soccombendo.
Gli attacchi cyber che abbiamo subito e che il nostro paese continua a subire, sono essenzialmente frutto di scelte politiche operative e strategiche del recente passato, e qui su RHC lo abbiamo sempre evidenziato.
Riprenderci il ruolo di pivot al centro dello schema diventa quanto mai necessario, e per farlo abbiamo bisogno di una forte intelligence e di una altrettanto politica forte, che sappia dare quel supporto necessario alle nostre azioni cyber.

Non possiamo avere solo una gestione passiva del problema cyber, ma dobbiamo fare come i nostri alleati, che agendo con un sistema duale che vede sia difesa che attacco, o come dicono i nostri cugini francesi…”a la parade o a la response” .
L’attuale guerra tra Russia e Ucraina sta sconvolgendo molto gli schemi classici della guerra, e molte battaglie avvengono sul fronte cyber tecnologico, ed anche se i recenti incontri internazionali di Davos – collateralmente con quelli di Ramstein in Germania, hanno visto una crescita della azioni economiche contro la Russia, la luce in fondo al tunnel per la fine del conflitto si inizia ad intravedere.
Il supporto che verrà fornito da chi si è schierato con l’Ucraina, sarà sempre più “importante” e questo vedrà anche una crescita dell’impegno cyber-tecnologico, impegno che non terrà certo l’Italia fuori, ma ci riguarderà direttamente. Perché?
Perché siamo nel Mediterraneo e siamo il paese che più di altri ha una tradizione storica ed importante di mediazione e collaborazione con tutti i belligeranti del mondo. Nessuno escluso.
Questo ruolo non ci deve esaltare, tutt’altro, perché purtroppo causa la nostra discesa demografica, e soprattutto culturale, non abbiamo formato abilmente gli eredi di grandi diplomatici come Quaroni, Gaja e Ducci, e non abbiamo avuto il giusto ricambio generazionale per la nostra intelligence, ma possiamo contare su quei professionisti storici che stanno formando in intese full immersion, le nostre schiere politico diplomatiche, per il nostro futuro venturo.
Per questa ragione le previsioni dei conflitti sono state riviste da molte intelligence straniere, compresa quella italiana, e le dinamiche cyber stanno assumendo sempre più importanza.
La prossima guerra sarà un vero concentrato di scontri cyber perché le informazioni elaborate sul campo, ci dicono che la Cina sta intensificando la produzione delle sue portaerei, che normalmente rappresentano la “proiezione” al di fuori della forza di un paese. Le organizzazioni terroristiche islamiche stanno sempre di più ricercando esperti cyber da inserire nelle loro fila, per poter compiere azioni molto più devastanti del singolo attacco phishing.
Portare un 11/9 all’interno delle economie mondiali attraverso una esteso attacco cyber terroristico, sulla riga degli attacchi multipli compiuti sui bus o nella metropolitana o utilizzando vettori aerei, non è una ipotesi da scartare, perché la guerra cyber economica è la forma più devastante di un attacco.
Sapremo difenderci?
Certo da sola l’Italia ha grosse lacune, e il recente passato è fatto di troppi annunci politici, tagli economici senza pianificazioni preventive, e con una forte infodemia generata da fakenews e informazione tossica, potrebbe metterci in condizioni difficili, ma fortunatamente abbiamo il supporto dell’Alleanza Atlantica che ha a “cuore” il Mediterraneo.
Se iniziassimo anche a pensare in maniera più diretta verso il nostro paese, iniziassimo a rivedere le nostre scelte politiche e soprattutto a non guardare solo al nostro singolo giardino possiamo ritornare rapidamente ai livelli di quando, se pur dietro le quinte del grande gioco, i potenti del mondo chiedevano aiuto alla nostra intelligence per risolvere i loro casini.
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