
Stefano Gazzella : 29 Novembre 2022 08:00
Quello della gogna mediatica è un fenomeno tristemente noto e attuale di cui si sta discutendo soprattutto nell’ambito della “spettacolarizzazione” dei procedimenti e dei processi penali, con la ricerca di un bilanciamento fra diritto di informazione e tutela dell’indagato o dell’imputato. Insomma: è facile comprendere che l’equilibrio sia delicato, soprattutto perché riguarda anche la presunzione di non colpevolezza che è una garanzia di rango costituzionale.
Ma al di fuori dell’ambito penale la questione si pone in modo altrettanto rilevante e riguarda il quotidiano della dimensione social. Qui però si può rilevare nei rapporti fra privati che trovano un’espressione pubblica all’interno dei social network o dei canali impiegati dalle molteplici community di utenti “fidelizzati” nei confronti di un soggetto noto ed influente.
In questi casi, la gogna social non può trovare neanche in astratto alcun fondamento – o pretesa giustificazione – nel diritto di cronaca e informazione, ma assume i connotati della giustizia privata digitale attuandosi nell’esposizione di un utente per umiliarlo e renderlo vittima degli insulti dei follower.
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Protagonisti consueti di questo schema sono i cc.dd. blaster, ovverosia personaggi pubblici che scelgono uno stile comunicativo particolarmente aggressivo nel confrontarsi con chiunque sollevi critiche – o insulti, o peggio – nei loro confronti. Per chi insulta o minaccia esistono già rimedi immediati (la segnalazione del commento), e mediati (la tutela giurisdizionale), pertanto la ricerca del malcapitato di turno da esporre alla gogna social non va a colmare alcun ammanco di protezione né apparente né tanto meno sostanziale.
Potersi giovare di una posizione di maggiore influenza e di un potere mediatico senza alcuna cura degli impatti nei confronti della vittima sono gli elementi caratterizzanti delle reazioni sproporzionate da parte del personaggio. Spesso, è bene notare, sono successive alla predisposizione di un’esca con una presa di posizione su un argomento divisivo (c.d. baiting) per attrarre così critiche e generare contrasti.
Il tutto poi avviene con il silenzio compiacente degli algoritmi che non sempre intervengono in modo efficace nei confronti di questi gogne, soprattutto se provengono da utenti “di peso” – con o senza la nota “spunta blu” – nei confronti dei quali la vulgata vuole che sembrano non valere le medesime regole di moderazione dei contenuti.
Nelle forme, l’umiliazione pubblica può spaziare dalla semplice risposta con un insulto diretto cui poi si accodano i follower a rafforzarne la portata con apprezzamenti più o meno taciti (like o ulteriori commenti), alla condivisione di uno screenshot a quella del profilo della vittima. Comune denominatore è la narrazione orientata a costituire i presupposti per scatenare l’inevitabile shitstorm da parte dei follower, che hanno l’effetto – stanti le attuali dinamiche dei social – di migliorare il feed e diventare parte di una strategia di engagement.
Nella sostanza, l’effetto è dirompente nei confronti della reputazione, ma non solo. Può impattare nella vita lavorativa, nonché andare a toccare fragilità e disagi personali cagionando conseguenze potenzialmente irreparabili.
Qualcuno potrebbe dire: “se l’è cercata”. Ma si può essere un delinquente o presunto tale, violare la netiquette, o anche antipatici, e ciò non può giustificare l’esposizione – arbitraria e priva di alcuna tutela – su una gogna social.
Che valga anche nel digitale il caveat “Nessuno tocchi Caino”.
Stefano Gazzella
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