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Akira Ransomware Group: l’ascesa inarrestabile di un predatore digitale

Akira Ransomware Group: l’ascesa inarrestabile di un predatore digitale

31 Maggio 2025 08:44

Se c’è un nome che nel 2025 continua a campeggiare con crescente insistenza nei report di incident response, nei feed di threat intelligence e nei blog degli analisti di cybersicurezza, è quello del gruppo Akira. Questo collettivo criminale, nato apparentemente dal nulla nel 2023, ha saputo in poco più di un anno scalare la gerarchia del ransomware-as-a-service (RaaS), costruendo un’infrastruttura solida, sofisticata e altamente redditizia.

Secondo quanto emerso dall’ultima intelligence card pubblicata da Recorded Future, Akira non è solo uno dei tanti nomi della galassia ransomware: è oggi uno degli attori più attivi, persistenti e pericolosi in circolazione. E dietro al nome – che evoca anime e distopie futuristiche – si cela una realtà ben più concreta: attacchi su larga scala, vittime illustri, una capacità adattiva degna di un APT e, soprattutto, una strategia operativa letale.

Crescita esponenziale e allarmi nella threat landscape globale

Partiamo dai numeri, perché i numeri non mentono: negli ultimi 30 giorni sono stati registrati 4.506 riferimenti a cyber attacchi correlati al gruppo Akira. Un balzo del +151% rispetto al mese precedente.

Questi dati non solo testimoniano una crescita allarmante, ma raccontano una tendenza: Akira sta diventando il nuovo volto dell’estorsione digitale, sfruttando strumenti moderni e metodologie raffinate, spesso in sinergia con partner affiliati nel dark web.

Un’eredità tossica: da Conti a Akira

Le analisi condotte su larga scala rivelano che il gruppo Akira presenta forti similitudini a livello di codice con il defunto gruppo Conti, noto collettivo filo-russo smantellato nel 2022 dopo una massiccia fuga di dati interni. Gli sviluppatori di Akira, identificati anche con l’alias Storm-1567, sembrano aver ripreso parte del codice sorgente di Conti, adattandolo a nuove esigenze e, soprattutto, integrandolo in una catena di attacco compatibile sia con Windows che con ambienti Linux/ESXi.

La prima variante Windows è stata individuata nel marzo 2023, seguita da una versione per sistemi Linux nel luglio dello stesso anno, con target espliciti verso server VMware ESXi, tipici degli ambienti aziendali virtualizzati.

Akira Attack Chain: l’autopsia di un attacco perfetto

Ogni attacco Akira si articola in una sequenza operativa meticolosa, ben rappresentata nello schema seguente tratto dall’analisi Recorded Future:

  1. Phishing email: l’entry point più classico, ma ancora straordinariamente efficace. Vengono utilizzate tecniche di social engineering avanzate, spesso mascherate da messaggi legittimi (ordini, fatture, documenti HR).
  2. Commandline scripting: una volta ottenuto l’accesso, vengono eseguiti script tramite PowerShell o cmd per iniziare la fase di dropper.
  3. Registry manipulation: modifiche mirate al registro di sistema per garantire persistenza e disabilitare componenti di sicurezza.
  4. Disabling defenses: vengono disattivati antivirus, EDR e tool di monitoraggio. Akira non vuole resistenza.
  5. Credential harvesting: dump di LSASS, uso di Mimikatz e brute force, anche offline.
  6. Network scanning: strumenti come Advanced IP Scanner e Sharphound mappano la rete e i gruppi di sicurezza.
  7. Lateral movement: sfruttamento di credenziali e strumenti di remote desktop come AnyDesk, RustDesk o tunnel via Cloudflare.
  8. Data collection: raccolta massiva di file sensibili, documenti legali, database, mail e file di backup.
  9. Exfiltration: esfiltrazione dei dati verso server controllati o via canali cifrati (SFTP, FTP, proxy).
  10. Ransomware deployment: cifratura finale con algoritmo personalizzato, estensione “.akira”, e rilascio del file di riscatto.

Le tecniche MITRE ATT&CK utilizzate da Akira

La completezza tecnica dell’approccio di Akira è impressionante, come evidenziato nella mappa MITRE ATT&CK fornita da Recorded Future:

Tra i punti salienti:

  • T1078 – Valid Accounts: uso di account compromessi.
  • T1133 – External Remote Services: sfruttamento di RDP, VPN non sicure e VNC.
  • T1190 – Exploit Public-Facing Application: uso di exploit noti come CVE-2021-21972 e CVE-2023-27532.
  • T1566 – Spearphishing: sia tramite allegati che link.
  • T1059.003 – Windows Command Shell: scripting malevolo.
  • T1547.009 – Shortcut Modification: alterazione dei collegamenti di avvio.
  • T1003.001 – LSASS Memory Dump: estrazione delle credenziali.
  • T1041 – Exfiltration Over C2 Channel: esfiltrazione in tempo reale.

Vittime illustri, settori bersaglio, impatti devastanti

Tra le vittime documentate troviamo aziende del calibro di Nissan Motor, Panasonic, Hitachi Vantara, ma anche istituti scolastici come l’Edmonds School District e società nel settore legale e bancario. Nessuno è immune. Dalla PMI al colosso internazionale, l’unico denominatore comune è la vulnerabilità.

Akira dimostra di non discriminare per geografia o dimensioni, ma solo per potenziale di ricatto: più dati sensibili ha, più alto sarà il riscatto.

Considerazioni finali: il ransomware non è più un’eccezione, è un modello

L’operatività di Akira rappresenta la quintessenza del ransomware moderno: flessibile, modulare, basato su affiliate e infrastrutture dark web, capace di colpire con precisione chirurgica. Non si tratta più di un “evento malevolo” isolato, ma di una vera e propria industria criminale, con tanto di helpdesk, politiche di prezzo, SLAs di pagamento e persino “sconti” per chi collabora.

Cosa possiamo fare?

  1. Abbandonare la reattività: il tempo della difesa passiva è finito. Serve threat hunting proattivo.
  2. Investire nella formazione: le mail di phishing non si fermano da sole. Serve awareness.
  3. Rafforzare gli endpoint: EDR, MFA, segmentazione e backup offline.
  4. Fare intelligence: piattaforme come Recorded Future offrono visibilità e contesto, e dovrebbero far parte della routine operativa di ogni SOC.

In conclusione

Akira è il risultato di una perfetta alchimia criminale: codice solido, distribuzione capillare, obiettivi chiari. E come ogni virus ben costruito, si adatta, apprende, persiste.

L’unico antidoto? Essere un passo avanti. E per farlo, bisogna smettere di pensare come vittime e iniziare a ragionare come bersagli mobili consapevoli.

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Sandro Sana 300x300
Membro del gruppo di Red Hot Cyber Dark Lab e direttore del Red Hot Cyber PodCast. Si occupa d'Information Technology dal 1990 e di Cybersecurity dal 2014 (CEH - CIH - CISSP - CSIRT Manager - CTI Expert), relatore a SMAU 2017 e SMAU 2018, docente SMAU Academy & ITS, membro ISACA. Fa parte del Comitato Scientifico del Competence Center nazionale Cyber 4.0, dove contribuisce all’indirizzo strategico delle attività di ricerca, formazione e innovazione nella cybersecurity.
Aree di competenza: Cyber Threat Intelligence, NIS2, Governance & Compliance della Sicurezza, CSIRT & Crisis Management, Ricerca, Divulgazione e Cultura Cyber
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