
Nel mese di aprile 2025, una valvola idraulica di una diga norvegese è stata forzatamente aperta da remoto per diverse ore, a seguito di un attacco informatico mirato. L’episodio, riportato solo di recente da Hackread, ha riacceso i riflettori sulla fragilità dei sistemi OT (Operational Technology), un ambito critico ma ancora troppo spesso trascurato nella cybersecurity moderna.
Secondo le prime ricostruzioni, ignoti attori sono riusciti a violare il sistema di controllo della diga forzando l’apertura di una valvola di scarico per quasi tre ore, causando un flusso d’acqua incontrollato. La polizia norvegese ha confermato la natura deliberata dell’azione, scartando fin da subito malfunzionamenti accidentali. Fortunatamente, l’attacco non ha provocato danni a persone o infrastrutture a valle, ma ha evidenziato quanto possa essere concreta e pericolosa una minaccia informatica nei confronti dei sistemi SCADA.
Gli attacchi a infrastrutture critiche non sono una novità. In passato, casi celebri come Stuxnet, il blackout ucraino del 2015 o le campagne mirate in Medio Oriente avevano già dimostrato quanto i sistemi ICS (Industrial Control Systems) fossero esposti. Tuttavia, ciò che cambia oggi è il livello di accessibilità a queste tecnologie e la mancanza di segregazione tra rete IT e rete OT.
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Molti dispositivi SCADA, Programmable Logic Controller (PLC) e HMI (Human Machine Interface) sono esposti su Internet o malconfigurati, spesso privi di aggiornamenti o autenticazione robusta. Una condizione che può trasformare un semplice ricognitore OSINT in un attore capace di interagire con impianti fisici reali.
Proprio su RedHot Cyber, poche settimane fa, abbiamo intervistato in esclusiva l’admin del gruppo hacktivista GhostSec. Nel dialogo, l’attore ha sottolineato come i sistemi industriali, e in particolare i dispositivi SCADA, siano da tempo nel mirino del gruppo:
Ciò che ci attira è l’impatto visibile. L’idea che un click possa spegnere una pompa dell’acqua o attivare un allarme industriale è molto potente. È simbolico.
(GhostSec, intervista RHC – giugno 2025)
Questa affermazione, ora più che mai, suona come un sinistro presagio. L’attacco alla diga norvegese potrebbe non essere un caso isolato ma un segnale d’allarme su un trend in crescita, dove gruppi ideologici o statali cercano visibilità tramite azioni dirette su infrastrutture critiche.
Il caso norvegese deve fungere da sveglia per i responsabili della sicurezza OT. Le misure di protezione – segmentazione di rete, aggiornamenti firmware, MFA, monitoraggio continuo e simulazioni di attacco – non possono più essere rimandate. È tempo di considerare i sistemi OT non più come entità isolate, ma come parte integrante del perimetro cyber aziendale.
Serve una strategia nazionale ed europea, un quadro normativo più rigido, e una cultura della sicurezza che coinvolga sia tecnici OT che specialisti IT, ancora troppo spesso scollegati nei processi decisionali.
L’attacco informatico alla diga norvegese non è solo un atto di sabotaggio: è un campanello d’allarme globale. In un’epoca in cui l’interconnessione tra IT e OT è totale, l’illusione di sicurezza non basta più. Serve consapevolezza, collaborazione e azione.
Ne parleremo ancora, su RedHot Cyber.
Fonte: https://hackread.com/norwegian-dam-valve-forced-open-hours-in-cyberattack/
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