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La “liberazione” di Twitter preoccupa, ma non ancora abbastanza

Autore: Stefano Gazzella

L’agorà digitale di Twitter continua a far parlare di sé dopo la sua liberazione a tal punto da impegnare l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nello scrivere una lettera aperta indirizzata proprio a Elon Musk.

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Eppure, il magnate ha già rassicurato che l’impegno di Twitter per la moderazione dei contenuti è inalterato, mentre le novità principali annunciate riguardano funzioni di ricerca interna e un maggiore occhio di riguardo per la monetizzazione dei contenuti per i creator.

Non solo: stando a quanto da lui stesso dichiarato, Twitter può essere visto come una super-intelligenza cibernetica collettiva per effetto di miliardi di interazioni bidirezionali giornaliere e dunque non manca certo di consapevolezza circa il potere correlato all’impostazione e controllo del suo funzionamento.

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Quanto però viene evidenziato nella lettera e ragionevolmente preoccupa è che la gestione del social possa essere in grado garantire i diritti umani anche con il cambio di leadership e le più avveniristiche strategie e direzioni, nella consapevolezza del potenziale dirompente della piattaforma.

Stando alle parole impiegate da Volker Türk in premessa:Twitter is part of a global revolution that has transformed how we communicate. But I write with concern and apprehension about our digital public square and Twitter’s role in it”.

E di conseguenza vengono individuati sei principi fondamentali che devono essere seguiti affinché la gestione della piattaforma possa essere in linea con un adeguato livello di tutela dei diritti umani, ovverosia:

  • proteggere la libertà di parola e di espressione;
  • evitare di amplificare contenuti dannosi;
  • bloccare sul nascere l’hate speech;
  • garantire la trasparenza dei dati e delle API;
  • proteggere la privacy degli utenti;
  • applicare un livello di protezione adeguato globale e non limitato ai soli contenuti in lingua inglese.

Tali principi, è chiaro, possono ben essere applicati anche ad altri social network. Sebbene all’apparenza confortanti, sembrano sempre più muovere verso la modellazione di gabbie dorate digitali in cui la libertà viene elargita o permessa e la libertà d’espressione deve omaggiare il giudizio di filtri la cui definizione viene rimessa senza neanche troppi indugi al gestore della piattaforma.

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Gestore che deciderà dunque circa i margini di veridicità di una notizia, ad esempio, o il suo potenziale carattere decettivo. Gestore che altrettanto pianterà dei paletti per decidere quale espressione possa rientrare in una categoria di hate speech. Gestore che darà attuazione agli algoritmi per il presidio di tali regole attraverso software di controllo, verifica, limitazione, cancellazione, blocco o esclusione ad esempio.

Ci si chiede se si possa veramente sperare in una tutela della privacy effettiva che vada oltre la preoccupazione dell’Alto Commissario di “unjustified requests from governments for user data” ma che tenga conto anche dell’assoggettamento dell’individuo a processi decisionali automatizzati con tutte le conseguenze correlate.

Insomma: si può dire che la “liberazione” di Twitter preoccupi, ma non abbastanza.