Responsabile di quell’attacco fu la cyber gang Everest, un gruppo di criminali informatici specializzati in estorsioni tramite ransomware. In quel frangente riuscimmo anche a intervistare alcuni membri della gang, raccogliendo dettagli sulle loro operazioni, la loro filosofia e, in parte, la loro arroganza nel raccontare quanto fosse “semplice” colpire realtà istituzionali.
Oggi, a distanza di oltre tre anni, la situazione si è capovolta. IlData Leak Site della gang Everest ha subito una battuta di arresto nel fine settimana. Qualcuno — probabilmente altri hacker criminali o forse le forze di polizia sotto copertura — hanno violato il portale utilizzato dal gruppo per pubblicare i dati rubati alle loro vittime, lasciandolo irraggiungibile e sostituendolo con contenuti modificati.
C’è una certa ironia nel vedere un gruppo di criminali informatici — che per anni ha terrorizzato aziende, enti pubblici e privati cittadini — diventare vittima delle stesse tecniche di cui si serviva.
La SIAE, che nel 2022 aveva subito pesanti danni sia in termini economici sia di immagine, può oggi concedersi una piccola soddisfazione morale: gli hacker che l’avevano umiliata, ora si trovano a loro volta esposti e vulnerabili.
Il concetto di karma digitale si manifesta perfettamente in casi come questo. Everest, come molte gang ransomware, aveva costruito il proprio potere sulla paura: chi non pagava il riscatto veniva minacciato con la pubblicazione di documenti riservati.
L’attacco all’infrastruttura di Everest avviene in un contesto di mutevoli tendenze globali del ransomware. Mentre gli attacchi ransomware ed estorsivi sono aumentati in generale, recenti report indicano che i pagamenti alle vittime sono diminuiti in modo significativo nel corso del 2024. Questo declino è attribuito alle aziende che adottano strategie di backup più efficaci e si rifiutano di negoziare con gli aggressori.
Anche le forze dell’ordine hanno intensificato gli sforzi contro i gruppi ransomware, riuscendo negli ultimi mesi a interrompere le operazioni di importanti attori come LockBit e Radar. Va anche detto che, negli ultimi anni, le autorità internazionali hanno intensificato la loro lotta contro il cybercrime organizzato. Operazioni come quella contro Emotet, Conti e LockBit dimostrano che nessuno, nemmeno i criminali più sofisticati, può sentirsi al sicuro per sempre.
Anche i gruppi più temuti possono crollare se sottovalutano la loro sicurezza o se si trovano a fronteggiare avversari decisi quanto loro. Per chi lavora ogni giorno per proteggere dati e infrastrutture, è un raro momento di rivincita.
Non sappiamo ancora chi ci sia dietro l’attacco al sito di Everest. Potrebbe essere un’azione isolata di hacktivisti, una vendetta da parte di ex membri, o parte di un’operazione più ampia guidata da forze di intelligence. Qualunque sia la mano che ha colpito, resta il gusto amaro — per Everest — di subire lo stesso destino che hanno inflitto a tanti.
📢 Resta aggiornatoTi è piaciuto questo articolo? Rimani sempre informato seguendoci su Google Discover (scorri in basso e clicca segui) e su 🔔 Google News. Ne stiamo anche discutendo sui nostri social: 💼 LinkedIn, 📘 Facebook e 📸 Instagram. Hai una notizia o un approfondimento da segnalarci? ✉️ Scrivici
Membro e Riferimento del gruppo di Red Hot Cyber Dark Lab, è un ingegnere Informatico specializzato in Cyber Security con una profonda passione per l’Hacking e la tecnologia, attualmente CISO di WURTH Italia, è stato responsabile dei servizi di Cyber Threat Intelligence & Dark Web analysis in IBM, svolge attività di ricerca e docenza su tematiche di Cyber Threat Intelligence presso l’Università del Sannio, come Ph.D, autore di paper scientifici e sviluppo di strumenti a supporto delle attività di cybersecurity. Dirige il Team di CTI "RHC DarkLab"
Aree di competenza:Cyber Threat Intelligence, Ransomware, Sicurezza nazionale, Formazione
È uscito il sesto episodio di Betti-RHC, la serie a fumetti di Red Hot Cyber nata con l'obiettivo di trasformare la cybersecurity awareness in un'esperienza di formazione più semplice, coinvolgente e accessibile. Quello che è nato come un progetto editoriale innovativo è diventato negli anni un vero e proprio corso di cybersecurity awareness a fumetti, adottato da aziende e professionisti per sensibilizzare le persone sui rischi informatici attraverso storie, personaggi ed emozioni. In cinque anni di attività, la serie Betti-RHC ha raggiunto un risultato importante: circa 70.000 copie vendute, a testimonianza dell'interesse crescente delle organizzazioni verso nuovi strumenti per costruire una concreta cultura della sicurezza.
Il sesto episodio porta Betti dentro le nostre case, in un mondo "connesso", dove lampadine, telecamere, assistenti vocali, serrature, sensori ed elettrodomestici intelligenti promettono comfort e sicurezza, ma possono nascondere nuove e insidiose superfici di attacco. Attraverso una nuova avventura, Betti ci accompagna alla scoperta del mondo della domotica e dei dispositivi IoT, mostrando come la poca cautela nell'utilizzo di queste tecnologie possa trasformare oggetti quotidiani in porte d'accesso per chi vuole osservare, controllare o colpire.
Per accompagnare la crescita del progetto abbiamo realizzato il sito ufficiale di Betti-RHC, dove è possibile conoscere meglio la serie, gli episodi e il progetto di cybersecurity awareness sviluppato da Red Hot Cyber. L'obiettivo è continuare a portare la cultura della sicurezza fuori dai tradizionali percorsi formativi standard, utilizzando il linguaggio immediato del fumetto per parlare a dipendenti, professionisti e persone senza competenze tecniche. Per maggiori informazioni su Betti-RHC e sul sesto episodio “Open Mic” è possibile visitare il sito ufficiale:betti.redhotcyber.com.