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L’analista forense ovvero l’investigatore 2.0

L’immagine che abbiamo di un analista forense è quella del “poliziotto della scientifica” che con un pennellino spolvera una superficie a caccia di impronte digitali, scatta foto o recupera capelli e altri residui organici dal luogo di un delitto. Alternativamente abbiamo l’immagine del patologo legale che esamina il cadavere nella sala delle autopsie, analizza i risultati di prelievi e osservazioni. Vabbè è chiaro: questa ultima immagine non è molto accattivante. In tutti i casi abbiamo però chiaro il loro fine: scoprire cause e autori di un delitto.

Ma se il crimine venisse commesso contro o mediante strumenti informatici?

Certamente cambierebbero le forme e gli strumenti dell’indagine, ma anche in questo caso si avrebbero “armi del delitto”, “impronte digitali” ed in qualche circostanza anche dei “cadaveri ancora caldi”, naturalmente “a base silicio” e non “a base carbonio”, come si direbbe tra amanti della fantascienza: insomma, tutto ruoterebbe attorno e dentro i circuiti di un computer (e di altre sue componenti). Ecco il mondo della Computer Forensic.

Probabilmente sarà pure una attività meno movimentata (sbilanciata maggiormente sull’attività in laboratorio che sul campo), e certamente sarà meno impressionante per i deboli di stomaco; quello che sicuramente non mostrerà cambiamenti è la sussistenza delle medesime motivazioni, procedure, e finalità, che anche nella analisi forense nell’ambito informatico hanno il loro spazio tra le tante conoscenze tecniche indiscutibilmente necessarie (come d’altronde nelle altre specializzazioni forensi).

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Queste conoscenze hanno inoltre necessità di crescere costantemente: un analista forense deve essere al passo con gli sviluppi tecnologici, avere familiarità quindi con tecnologie e prodotti differenti, deve conoscere i sistemi operativi in uso, deve capire di networking in maniera approfondita (l’ispezione del traffico in termini di protocollo è tra le sue armi segrete), deve capire e gestire componenti hardware, e tanto altro ancora.

Il termine analista poi non è lì per caso: le capacità di deduzione devono essere innato patrimonio per oltrepassare i limiti che le difficoltà di una indagine impongono. Deve essere capace di costruire soluzioni innovative, gestire il tempo che gli è stato dato per le indagini, organizzare lavoro e comunicazione. Insomma, una professionalità a 360°.

Facciamo alcune considerazioni al riguardo.

Uno degli aspetti che accomuna tutte le forme dell’analisi forense (compresa quella in ambito informatico) è quello della ripetibilità dell’esame o, per contro, della sua irripetibilità, ossia della distruzione o contaminazione della fonte di prova nel realizzare l’esame, azioni che impedirebbero l’ottenimento di risultati identici nella ripetizione degli stessi esami.

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Ebbene, questo nell’ambito dell’informatica si lega indissolubilmente al problema della salvaguardia dei dati presenti sui dispositivi IT quando sottoposti al vincolo di sequestro o ad equivalente momento di inizio indagine.

L’informatica dispone certamente di mezzi per garantire le forme di questa salvaguardia, così come è in grado di certificare l’immutabilità delle informazioni così acquisite, ma deve scontrarsi con altri problemi, in particolare nel reperimento (“repertamento” si direbbe) delle prove. È in questo che l’analisi forense si fonde e si scontra (con alterne fortune) con la sicurezza informatica proprio per la competizione che sussiste nel concetto di salvaguardia del dato.

Se è vero che l’indagine forense nel campo informatico deve “preservare, identificare, studiare ed analizzare i contenuti memorizzati all’interno di qualsiasi supporto o dispositivo di memorizzazione”, dall’altra parte la sicurezza informatica indica tra i suoi principi la necessità di impedire proprio l’accesso non autorizzato a quelle stesse informazioni presenti nei dispositivi IT.

Qui naturalmente si deve distinguere i “buoni” dai “cattivi”, ma è evidente che ci sarà sempre un rapporto stretto tra chi vuole accedere alle informazioni e chi vuole negare questo accesso, e la tecnologia informatica consente spesso a questi ultimi di raggiungere la loro finalità. È il caso (negativo) degli attacchi da ransomware: l’analista potrà capire come e quando la minaccia ha avuto campo libero, ma nulla potrà per recuperare il dato.

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D’altro canto, nel caso di indagini (esclusiva delle forze dell’ordine) su azioni criminose in ambito IT, l’attività forense può arrivare a confondersi con una attività di ethical hacking quando, per consentire l’accesso ai dati contenuti nel dispositivo analizzato, è necessario avvalersi di veri e propri strumenti di hacking o cracking (come promettono famose piattaforme software forensi per il mondo mobile) o addirittura di malware (in particolare spyware).

Insomma, una professione dalle tante sfaccettature.

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