
Autore: Stefano Gazzella
Che sia vero o meno che Twitter abbia barato sul numero degli utenti, Elon Musk ha giocato una partita al rilancio all’interno delle trattative sul social network introducendo la tematica dei fake account sul tavolo della partita. Partita che potrebbe ben seguire una strategia – tutt’altro che nuova o particolarmente sorprendente – di portare all’attenzione pubblica le coordinate di un problema avendo pronta già una proposta di soluzione.
Insomma: la presenza di account fake, bot o spam è un fatto noti sin dagli albori di internet e trasversalmente riguarda tutte le community. Fatto che con l’ascesa dei social ora viene attenzionato, correttamente, in quanto comporta un impatto sul valore della piattaforma soprattutto per quanto riguarda l’advertising. In fondo chi sarebbe disposto a pagare per una pubblicità che raggiunge account fasulli?
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Occorre però individuare il giusto perimetro di portata del problema che vorrebbe accomunare account bot/spam a account fake. Se negli account fake si vuole include anche chi fa utilizzo di uno pseudonimo o non gradisce essere facilmente identificato, il problema si gioca fra l’espressione di questo diritto e la volontà di utilizzare in modo quanto più accurato possibile gli strumenti di analitica e retargeting garantendo una rendita piena. Eppure, la soluzione presentata – o che si vorrebbe presentare – è la medesima per tutti i casi e consiste nell’impiego di tecnologie di ID verification come condizione di accesso ai contenuti della piattaforma di social network.
Tornando all’argomento Twitter, già nella fase di acquisizione Musk non aveva nascosto l’intento di estendere l’autenticazione e anzi aveva presentato l’idea di “authenticating all humans” proprio come panacea per gli abusi all’interno del social media. Ma ora che la trattativa è saltata per il problema della presenza di fake account e delle “insufficienti rassicurazioni” ricevute sul loro numero (Twitter sostiene meno del 5% degli iscritti), c’è un processo pendente che definirà la vicenda dell’acquisizione.
Ma il messaggio persiste e si sta sedimentando, raccontando di una correlazione fra autenticazione degli utenti e beneficio collettivo. Messaggio che sarà destinato ad essere al centro del dibattito pubblico non più nelle vesti di un’opportunità bensì di un bisogno. Sfumature che valgono ad orientare il pubblico e le strategie di evoluzione del web e dei suoi servizi.
Se l’age verification può costituire un delicato problema di equilibri, ancor più lo è l’idea di una verifica di identità diffusa. Verifica che si vorrebbe imporre in ragione della volontà – dichiarata ma non comprovata – di creare un ambiente sano, sicuro e finanche più libero. In modo neanche troppo indiretto si presuppone così che l’anonimato o la non immediata capacità identificativa siano il comune denominatore e la causa scatenante dei comportamenti pericolosi nei social network.
L’artificio è facilmente servito con la presentazione di un problema di comunità da dover risolvere facendo ricorso a qualche “piccolo sacrificio individuale” che comporta l’inevitabile compressione dei propri diritti. E con buona pace di Chomsky la rana digitale prosegue nel proprio bagno bollente desiderando addirittura che venga aumentata la temperatura.
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