
Il governo italiano, in risposta agli sviluppi recenti, si appresta a varare una serie di iniziative volte a rafforzare la sicurezza delle banche dati, soprattutto all’interno di istituzioni come le forze dell’ordine e l’intelligence. Ma sembra che ci sono tensioni interne tra Palazzo Chigi e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e il decreto tarda ad essere emesso.
Questo pacchetto di misure nasce dalla necessità di arginare accessi non autorizzati e scambi impropri di informazioni riservate, che hanno generato preoccupazione a livello nazionale e internazionale.
Le nuove linee guida, attualmente in fase di definizione, si concentrano sull’aumento della consapevolezza di ogni utente che accede alle banche dati, dai poliziotti ai funzionari delle agenzie di intelligence. L’obiettivo è chiaro: sottolineare che anche un singolo accesso illecito rappresenta un reato.
CVE Enrichment Mentre la finestra tra divulgazione pubblica di una vulnerabilità e sfruttamento si riduce sempre di più, Red Hot Cyber ha lanciato un servizio pensato per supportare professionisti IT, analisti della sicurezza, aziende e pentester: un sistema di monitoraggio gratuito che mostra le vulnerabilità critiche pubblicate negli ultimi 3 giorni dal database NVD degli Stati Uniti e l'accesso ai loro exploit su GitHub.
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Inoltre, sarà enfatizzata la responsabilità dei supervisori, che potranno essere perseguiti per omessa vigilanza qualora non vigilino adeguatamente sugli accessi effettuati.

Tra le iniziative principali emergono:
L’implementazione di queste nuove linee guida richiederà un investimento significativo, stimato in decine di milioni di euro.
Tali risorse saranno destinate all’aggiornamento delle infrastrutture informatiche e alla formazione continua del personale, con l’obiettivo di garantire la tutela dei dati sensibili e prevenire future vulnerabilità.
Per affrontare situazioni di criticità nella cybersecurity, è fondamentale adottare misure tecniche di contenimento che solo un’operatività di basso livello può garantire. In scenari complessi e ad alto rischio, è l’azione diretta, sul campo, a fare la differenza, evitando l’inutile dispersione di energie in iniziative di alto livello poco incisive. Solo operazioni puntuali e immediate riescono infatti a ridurre le vulnerabilità, limitando l’impatto degli incidenti e preservando la sicurezza dei dati e delle infrastrutture sensibili.
Chi suggerisce di affrontare questi problemi con ulteriori sovrastrutture burocratiche o nuove misure di sicurezza sta percorrendo una strada sbagliata. Prima di sovraccaricare aziende e istituzioni con requisiti aggiuntivi, è fondamentale interrogarsi sulla reale capacità di tali requisiti di ridurre sostanzialmente il rischio. Oggi ci si trova a gestire centinaia di requisiti di sicurezza provenienti da infinite normative, che spesso vengono ridotti a una semplice riga in un file Excel.
Quando una riga Excel è uguale ad un’altra, si rischia di non focalizzare l’attenzione sulle cose importanti.
Sarebbe necessario quindi attribuire un peso a ciascun requisito, assicurando che le cose più rilevanti vengano implementati senza indugi. Solo così potremo garantire una protezione efficace e mirata, evitando la dispersione di risorse (soldi) su misure poco efficaci.
In sintesi, la cybersecurity in Europa e in Italia è complicata e spesso non viene compresa.
Per progredire realmente in questo ambito, è necessario ripensare il modello attuale, puntando su una semplificazione che consenta un approccio più mirato ai requisiti di sicurezza fondamentali. Solo attraverso questa ristrutturazione potremo affrontare in modo efficace le sfide emergenti e garantire una protezione adeguata delle informazioni sensibili.
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