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Il sistema CVE rischia il collasso: tra silenzi assordanti, dipendenze strategiche e un’Europa ancora senza voce

17 Aprile 2025 09:16

È uno di quei momenti che passano sottotraccia per l’opinione pubblica, ma che per chi opera nel mondo della cybersecurity suona come un’allerta silenziosa, quasi surreale: la possibilità concreta che il sistema CVE – Common Vulnerabilities and Exposures – possa smettere di funzionare. Non per un attacco informatico. Non per un evento naturale. Ma per un più banale, quanto drammatico, problema di mancato rinnovo dei fondi da parte del governo statunitense.

La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma a ben guardare, i segnali di instabilità erano presenti da tempo. La lettera recentemente inviata da MITRE Corporation, ente responsabile della gestione del CVE Program per conto del governo USA, rappresenta molto più di un avviso tecnico: è il grido d’allarme di un’infrastruttura critica che rischia di spegnersi nel silenzio generale.

Eppure, se c’è una cosa che dovrebbe essere chiara a chiunque lavori nel settore, è che il CVE non è un semplice database, ma il vero e proprio fulcro della nomenclatura condivisa nel mondo della sicurezza informatica.

Perché il CVE è fondamentale?

Il CVE è il sistema che assegna un identificativo univoco – il cosiddetto CVE-ID – a ogni vulnerabilità software conosciuta pubblicamente. Senza questi identificativi, l’intero ecosistema cyber perderebbe coerenza: le analisi dei vendor, le patch, i report di minaccia, le valutazioni di rischio, gli strumenti SIEM, gli scanner di vulnerabilità e persino le dashboard delle agenzie nazionali di sicurezza non saprebbero più “come chiamare” le minacce.

È come se all’improvviso qualcuno decidesse che i numeri di targa delle automobili non servono più. Ogni incidente diventerebbe un caos burocratico, ogni multa un rebus, ogni denuncia un’informazione vaga. È esattamente ciò che accadrebbe senza il CVE: un buco nero semantico nel cuore della cybersecurity.

La crisi attuale: cosa dice la lettera MITRE

La comunicazione inviata da MITRE – ferma, tecnica, ma inequivocabile – mette in chiaro che la fine dei fondi federali (provenienti dalla CISA, la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) comporta l’impossibilità di garantire la continuità delle attività legate al programma CVE.

Senza finanziamenti:

  • i processi di triage, validazione e pubblicazione delle vulnerabilità si fermeranno;
  • i CNA (CVE Numbering Authorities), aziende autorizzate ad assegnare CVE-ID, perderanno il punto di riferimento centrale;
  • i ritardi accumulati nelle assegnazioni, già criticamente aumentati negli ultimi mesi, rischiano di cronicizzarsi;
  • la credibilità dell’intero ecosistema CVE verrebbe compromessa.

È quindi evidente che siamo di fronte a un single point of failure di proporzioni sistemiche, ma – e qui la riflessione si fa geopolitica – anche a un punto di dipendenza strategica da parte dell’intero Occidente, Europa compresa.

Europa: dove sei?

In un mondo multipolare, in cui la cybersicurezza è ormai considerata parte integrante della sovranità nazionale e continentale, fa riflettere quanto l’Europa – ancora oggi – non disponga di un proprio sistema alternativo o complementare per la gestione delle vulnerabilità informatiche.

La Cina, da anni, ha sviluppato un proprio database nazionale, con modalità operative, criteri e perfino una “agenda politica” nella gestione delle disclosure. In Russia esistono repository indipendenti connessi ai CERT federali. Ma l’Unione Europea? Ancora troppo sbilanciata su un modello americano-centrico, e spesso reattiva più che proattiva, nel campo della cyber intelligence.

Questa situazione rivela un grave gap di autonomia strategica: affidarsi a un’infrastruttura critica gestita da un singolo paese estero – per quanto alleato – significa esporsi a eventi come quello odierno, dove una semplice decisione amministrativa può influire sull’intero tessuto operativo delle nostre imprese, delle nostre agenzie, delle nostre difese.

Le implicazioni operative

L’impatto di un’eventuale sospensione del programma CVE si rifletterebbe su più piani:

  • Industriale: i produttori di software e hardware non avrebbero più un framework di riferimento per le advisory.
  • Governativo: le agenzie di sicurezza, i CERT nazionali e gli organismi di difesa non potrebbero più sincronizzarsi su vulnerabilità condivise.
  • Accademico: la ricerca in ambito cybersecurity, già basata sulla tassonomia CVE, perderebbe uniformità e tracciabilità.
  • Comunicativo: i media specializzati e le piattaforme di threat intelligence perderebbero un punto di riferimento essenziale nella diffusione di notizie sulle vulnerabilità.

In pratica, si creerebbe un effetto domino che andrebbe a compromettere l’intera filiera della gestione del rischio informatico.

La proposta: un sistema europeo di identificazione delle vulnerabilità

Serve un cambio di passo. E serve ora.

La mia proposta – che condivido da tempo in diverse sedi tecniche e istituzionali – è quella di creare un sistema CVE europeo, gestito da ENISA in collaborazione con i CERT nazionali, eventualmente interoperabile con il programma MITRE ma a controllo sovrano.

Un’infrastruttura simile permetterebbe:

  • una gestione più trasparente e aderente ai valori europei;
  • una maggiore protezione degli interessi industriali del continente;
  • la possibilità di creare un ecosistema di CNA europei che rispondano a criteri omogenei e verificabili;
  • un’integrazione più coerente con il nuovo regolamento NIS2, che obbliga le aziende critiche a gestire vulnerabilità e incidenti con precisione e tempestività.

Conclusioni

Il possibile collasso del programma CVE non è solo una crisi tecnica. È uno specchio, uno spartiacque, un’occasione – se vogliamo – per fermarci a riflettere su quanto la cybersicurezza sia oggi legata a scelte geopolitiche e strategiche.

L’Europa, se vuole essere davvero sovrana anche in ambito digitale, non può più permettersi di essere solo “utente” dei sistemi critici altrui. Deve iniziare a costruire i propri.

Perché senza nomi condivisi, anche la sicurezza – come il linguaggio – rischia di diventare babelica, confusa e inefficace. E in un mondo sempre più interconnesso, la chiarezza e la coerenza non sono un lusso, ma una necessità operativa.

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Sandro Sana 300x300
Membro del gruppo di Red Hot Cyber Dark Lab e direttore del Red Hot Cyber PodCast. Si occupa d'Information Technology dal 1990 e di Cybersecurity dal 2014 (CEH - CIH - CISSP - CSIRT Manager - CTI Expert), relatore a SMAU 2017 e SMAU 2018, docente SMAU Academy & ITS, membro ISACA. Fa parte del Comitato Scientifico del Competence Center nazionale Cyber 4.0, dove contribuisce all’indirizzo strategico delle attività di ricerca, formazione e innovazione nella cybersecurity.
Aree di competenza: Cyber Threat Intelligence, NIS2, Governance & Compliance della Sicurezza, CSIRT & Crisis Management, Ricerca, Divulgazione e Cultura Cyber
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