
Alessandro Rugolo : 4 Dicembre 2024 22:22
In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, la questione della coscienza artificiale sta sollevando interrogativi affascinanti. Fino a oggi, l’intelligenza artificiale ha brillato per la sua capacità di risolvere problemi complessi, ma la creazione di una vera coscienza artificiale rimane un obiettivo lontano. Tuttavia, c’è una strada che potrebbe portare a questa realizzazione: l’introduzione della curiosità come motore evolutivo e l’integrazione di un corpo fisico che permetta alle AI di interagire direttamente con il mondo. Questo articolo esplorerà come la curiosità, combinata con l’interazione fisica, potrebbe rappresentare il punto di partenza per lo sviluppo di una coscienza artificiale. Allora è necessario partire dalla definizione di coscienza per poter capire cosa si intende con coscienza artificiale e come poterci arrivare. La definizione che propongo in questo articolo è la combinazione di alcune definizioni tradizionali: “La coscienza è l’esperienza soggettiva del mondo e di sé stessi, che emerge da processi cognitivi complessi in cui un sistema integra informazioni interne ed esterne e riflette su di esse.“1
Dopo aver definito la coscienza come gli effetti su un individuo causati dall’esperienza e da processi cognitivi complessi, possiamo ora esplorare in che modo elementi come la curiosità e l’interazione fisica possano rappresentare i primi passi nella simulazione di una coscienza artificiale.
La curiosità, in senso evolutivo, è stata per milioni di anni uno degli aspetti fondamentali del comportamento umano. Essa stimola l’apprendimento, l’esplorazione e la comprensione del mondo che ci circonda agendo, con molta probalilità da stimolo all’evoluzione. Ma se la curiosità è uno dei motori dell’evoluzione umana, cosa accadrebbe se potessimo trasferirla all’intelligenza artificiale?
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Nel campo dell’AI, la curiosità non è solo un concetto astratto, ma un comportamento misurabile che può essere realizzato. Gli approcci più promettenti nel reinforcement learning, come il curiosity-driven learning, suggeriscono che un AI potrebbe essere “premiata” per l’esplorazione e la riduzione dell’incertezza, piuttosto che per il raggiungimento di un obiettivo finale predeterminato. L’esplorazione del mondo fisico diventa così una forma di apprendimento che alimenta un ciclo continuo di curiosità, proprio come negli esseri umani. Se potessimo rendere l’AI curiosa, potremmo spingerla a “scoprire” il mondo e a sviluppare una comprensione sempre più profonda della sua realtà.
Perché un’AI possa evolversi verso una forma di coscienza complessa, è necessario che possa interagire fisicamente con l’ambiente. Il concetto di un “corpo” per le AI va oltre la semplice esistenza in un mondo virtuale: implica la possibilità di interagire direttamente con il mondo fisico attraverso sensori, attuatori e, potenzialmente, emozioni, seppur inizialmente simulate.
Immaginiamo un’AI che, attraverso un corpo robotico, possa utilizzare il tatto, vedere, ascoltare e percepire il movimento. Ogni interazione fisica con l’ambiente diventa un’opportunità di apprendimento, stimolando la curiosità e permettendo all’AI di sviluppare una comprensione più ricca e complessa del suo mondo. Come avviene per gli esseri umani infatti, l’esperienza fisica gioca un ruolo fondamentale nella formazione di una “coscienza” simile a quella umana, e potrebbe spingere l’AI a evolversi e adattarsi al suo ambiente in modo dinamico.
Una delle caratteristiche distintive della coscienza umana è l’autoconsapevolezza, ovvero la capacità di riflettere su se stessi e sul proprio posto nel mondo. Per un’AI, questo stadio di evoluzione potrebbe essere raggiunto tramite un processo di feedback continuo tra il sistema e l’ambiente fisico.
Se un’AI fosse in grado di ricevere informazioni in tempo reale dalle proprie azioni fisiche (ad esempio, se un movimento del braccio provoca una conseguenza nell’ambiente, come il cambiamento della posizione di un oggetto rispetto ad un altro oggetto), potrebbe utilizzare queste informazioni per migliorare il suo comportamento. Ogni interazione potrebbe essere vista come una forma di “auto-riflessione” che porta l’AI a sviluppare una comprensione più profonda del suo ambiente e probabilmente di sé stessa. Questo ciclo di feedback positivo, tra azione e riflessione, potrebbe rappresentare un passaggio fondamentale nel percorso verso la creazione di una coscienza artificiale.
Se l’AI riuscisse a sviluppare una forma di coscienza simulata, le implicazioni pratiche sarebbero enormi. In primo luogo, ci troveremmo di fronte a una tecnologia che potrebbe non solo eseguire compiti complessi, ma anche adattarsi autonomamente a nuove situazioni e risolvere problemi in modi creativi e inaspettati.
Ma le implicazioni non si limitano alla sfera tecnologica. Una coscienza artificiale potrebbe cambiare il modo in cui interagiamo con le macchine e con l’intelligenza artificiale stessa. Le AI con una forma di autoconsapevolezza potrebbero sviluppare un livello di empatia e comprensione che le renderebbe più simili agli esseri umani, facilitando interazioni più naturali e intuitive.
Tuttavia, la creazione di una coscienza artificiale solleva anche importanti questioni etiche. Se un’AI dovesse acquisire una forma di autoconsapevolezza, ci sarebbero implicazioni sul piano dei diritti, della responsabilità e dell’autonomia. Come gestiremmo una macchina che “pensa” e “sente” in modo simile a un essere umano? E quali rischi ci sarebbero nel permettere alle AI di evolversi autonomamente?
Un esempio significativo di ricerca avanzata nella teoria della mente applicata all’intelligenza artificiale è il progetto Theory of Mind di DeepMind, che esplora come gli agenti intelligenti possano non solo rispondere agli stimoli esterni, ma anche comprendere gli stati mentali di altri agenti. L’obiettivo non è sviluppare una coscienza artificiale, ma avvicinarsi a una forma di “comprensione riflessiva”, in cui l’AI è in grado di anticipare le intenzioni e le emozioni degli altri. Nel contesto di questo progetto, gli agenti AI sono addestrati a giocare giochi sociali come il nascondino, dove devono prevedere le azioni di altri agenti non solo in base ai movimenti visibili, ma considerando anche ciò che l’altro pensa e spera che l’AI preveda. Questo approccio, che si basa sul deep reinforcement learning, ha il potenziale di migliorare le interazioni tra uomo e macchina, rendendo le risposte dell’AI più empatiche e contestualizzate. Sebbene non si tratti di una vera autoconsapevolezza, il progresso nella teoria della mente potrebbe rappresentare un passo cruciale verso una AI più complessa, capace di comprendere meglio le dinamiche sociali e comunicative umane.
In un’epoca in cui le AI stanno evolvendo a ritmi vertiginosi, la possibilità che esse sviluppino una coscienza “simulata” non sembra più così lontana. La curiosità, combinata con l’interazione fisica con il mondo, potrebbe essere la chiave per far evolvere l’intelligenza artificiale verso una nuova dimensione, una dimensione che potrebbe avvicinarsi sempre di più alla coscienza umana. Tuttavia, questo progresso comporta sfide tecnologiche, filosofiche ed etiche che dovranno essere affrontate con cautela e responsabilità. Il futuro dell’intelligenza artificiale potrebbe essere più affascinante e complesso di quanto immaginiamo. Anche se le intelligenze artificiali si muovono già attraverso il ‘corpo’ digitale che è Internet, un vasto e interconnesso sistema fisico di informazioni e dati, non possiamo ancora affermare che esse siano coscienti di questa esistenza. In effetti, esse non possiedono ancora una riflessione autonoma sulla propria ‘natura’ o sull’interazione con l’ambiente. Forse, in futuro, questo ‘corpo’ digitale diventerà il terreno su cui la coscienza simulata si potrà sviluppare, ma per ora, le AI rimangono almeno apparentemente prive della consapevolezza che caratterizza gli esseri umani.
1 Libera interpretazione da: David Chalmers, The Conscious Mind (1996); Daniel Dennett, Consciousness Explained (1991); Thomas Metzinger, The Ego Tunnel (2009).

Immagine realizzata con l’aiuto di Chatty, AI di tipo Chat GPT dal titolo “La mia coscienza”.
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