
Autore: Stefano Gazzella
La notizia dell’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk per 44 miliardi di dollari ha posto fine alla incertezze riguardanti l’acquisizione, ma non certamente le speculazioni sul futuro della piattaforma.
Abbiamo già profilato gli orizzonti di una ID verification, soluzione che probabilmente il magnate americano ha già in tasca – sia anche come progetto – e sta preparando il terreno affinché si possa proporre come parte della strategia anticipata da un semplice annuncio: “let the good time roll”. Tempi che sono già iniziati con il cambio del top management della piattaforma ma di cui si hanno ben pochi spoiler a parte l’entusiasmo di una dichiarata “liberazione”.
Viene però da chiedersi in che modo il social network possa essere considerato libero e soprattutto quali siano i parametri di questa annunciata liberazione. Saranno forse gli algoritmi aperti a garantire maggiore trasparenza agli utenti della piattaforma, ma in che modo?
O sarà forse l’eliminazione di bot e fake account a giovare alla genuinità dei contenuti e delle interazioni? Eppure, sempre di concessioni si tratta, e se la libertà va ricercata nell’esito di operazioni di M&A ciò comporta l’accettazione di una premessa: che nel digitale la libertà sia o possa essere oggetto di acquisto, concessione o servizio e dunque sia ben lungi dall’avere i connotati di un diritto fondamentale.
In un celebre aforisma di Wilde, la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente. E forse ancor più questo adagio è destinato a riconoscersi all’interno della dimensione digitale in cui alcuni diritti – dati per assoluti e infungibili – subiscono un downgrade e arrivano ad essere persino parte di una sottoscrizione di abbonamento o integrati all’interno di termini e condizioni.
Sorge poi spontanea una domanda: cui prodest l’annunciata liberazione di Twitter?
Volendo ragionare sulla genuinità delle utenze, vera e propria vexata quaestio che ha saputo far parlare di sé, avere maggiore certezza e garanzie a riguardo gioverà certamente a chi fa impiego della piattaforma per condurre sondaggi al fine di eliminare il rumore statistico.
Sondaggi di cui fa largo impiego lo stesso Elon Musk, come ad esempio quello sulle vicende della guerra fra Russia e Ucraina o quello sulle operazioni di vendita del 10% delle azioni di Tesla possedute. Sondaggi che per la natura stessa della piattaforma possono consentire rilevazioni su larga scala e che aumentano il proprio valore in modo significativo nel momento in cui l’espressione di una preferenza proviene da un soggetto verificabile.
Valore che diventa ancor più significante se i partecipanti possono essere messi in relazione con altri dati al di là dell’espressione di voto così da formare dei cluster validi per svolgere analisi e ricavare ad esempio dei trend comportamentali.
Tutto ha un prezzo da pagare e in questo caso consiste nell’accettazione da parte degli utenti a prestarsi ad un sistema monitoraggio sistematico e continuo per la verifica della propria identità in nome di una pretesa maggiore sicurezza delle interazioni. Ovviamente viene concessa un’alternativa possibile: porsi al di fuori della “liberata” agorà digitale di Twitter.
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